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Eurovision, Mahmood e il “ghetto” dei pregiudizi: Qui rappresento il mio Paese

Selfie-intervista da Tel Aviv con Alessandro Mahmood, che, nonostante le domande rocambolesche della stampa, confessa: "Non mi sento più straniero"

Dopo la vittoria di Sanremo di quest’anno aveva dichiarato “Nella mia vita mi sono sentito straniero solo dopo aver vinto Sanremo”. Ma oggi, a Tel Aviv, si sente ancora straniero? “No, quel momento è passato – spiega – Ora va tutto bene.” E se sono aumentati i giornalisti interessati a seguire l’Italia nell’esperienza dell’Eurovision è proprio merito (o colpa) delle sfumature politiche che colorano la presenza di Mahmood. Sfumature che lui giustamente rifiuta dicendo: “Sono solo qui per rappresentare il mio Paese”

Quattordicesimo piano, stanza 1401. Quando entro nella camera di hotel di Mahmood che si affaccia sul mare di Tel Aviv, Alessandro è seduto sull’angolo del divano, appoggiato aderente allo schienale in modo che i piedi non tocchino per terra. Una pelle perfetta e uno sguardo incuriosito, sorride anche a me, anche se non sono che una dei 32 giornalisti da incontrare in un pomeriggio. Mi danno uno slot di non più di 5 minuti.

Inizio chiedendogli se viva ancora nel ghetto. La polemica montata ad arte l’ha portato nelle prime pagine dei siti web durante tutta la giornata visto che una giornalista non italiana in conferenza stampa lunedì gli ha rivolto appunto questa domanda. Il misunderstanding nasce dalla frase del suo brano “Soldi” che dice: “In periferia fa molto caldo”. La giornalista traduce Periferia con “suburbs/ghetto” con la sola volontà di chiedergli se il successo l’abbia cambiato, se continui a vivere ancora in una zona umile. Mahmood risponde di sì e a La Voce di New York spiega come sia uscito dall’impasse del momento.

Da sempre appassionato di musica R&B tra Lauryn Hill e Erikah Badu, preferisce Lauryn ma gli hater che non sopporta sono quelli che gli dicono “Torna al tuo Paese”.

Dopo la vittoria di Sanremo di quest’anno aveva dichiarato “Nella mia vita mi sono sentito straniero solo dopo aver vinto Sanremo”. Ma oggi, a Tel Aviv, si sente ancora straniero? “No, quel momento è passato – spiega – Ora va tutto bene.”

E se sono aumentati i giornalisti interessati a seguire l’Italia nell’esperienza dell’Eurovision è proprio merito (o colpa) delle sfumature politiche che colorano la presenza di Mahmood. Sfumature che lui giustamente rifiuta dicendo: “Sono solo qui per rappresentare il mio Paese”.

In città tutti già lo amano, “ci piace per la sua gentilezza, il suo stile, la sua bellezza ma soprattutto per la sua umiltà. Non fa il divo e si vede subito – dicono ragazzi israeliani quando chiedo se conoscano Mahmood – Qui la comunità gay lo ama e tiferà di certo per lui.”

“A New York? – prosegue Mahmood – Non ci sono mai stato e mi piacerebbe venirci con mia mamma.”

Ventisette anni, partecipante di XFactor nel 2012, entra a Sanremo Giovani nel 2015 arrivando quarto. Ma non si arrende. Nel 2018 ritenta Sanremo Giovani, arriva in finale e a febbraio inaspettatamente e contro ogni pronostico vince. Una testimonianza reale di chi a forza di prendere a testate il muro, prima o poi riesce a romperlo.

Ma se non avesse fatto il cantante nella vita, quale sarebbe stata la professione alternativa? La sua è una risposta che non ci saremmo mai aspettati.

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