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New York 1989: quando Lou Reed cantó la disillusione della Grande Mela

Nel ciclo di articoli sulla colonne sonore che hanno fatto la nostra storia, qui un album con 14 bellissimi brani; c'è anche "Romeo had Juliette"

“Preso tra gli astri confusi le linee topografiche la mappa approssimativa che portarono Colombo fino a New York a metà strada tra l’est e l’ovest lui passa a prenderla indossando un gilet di pelle la terra geme e si ferma in un brivido…”

Nasce nel 1989 una immaginaria connessione tra New York e Italia nel brano di apertura “Romeo had Juliette” contestualizzata in storie crudeli e solitarie che pulsano nei vicoli notturni freddi e bui di boulevard della Grande Mela. Quattordici meravigliosi brani raccolti in un album del chitarrista Lou Reed che una stupida e vigliacca malattia portò via nel 2013.

Ex chitarrista della storica band Velvet Underground che nella Factory di uno dei più influenti artisti del XX secolo Andy Warhol pose le basi per una ispirazione artistica che avrebbe segnato un passo fondamentale nel rock alternativo a livello globale.

L’album “New York” con la sua durata complessiva di 57 minuti non manca di stupire per la sua rapida e incalzante esecuzione tra il canto e la narrazione vocale in una sorta di opera musicale “concept” dove ogni brano è connesso e inserito correttamente al posto giusto.

Rabbia, droga, ingiustizia, politica, povertà e disillusione sparsi in modo adrenalinico per tutto l’album rappresentavano gli ingredienti fondamentali di una ricetta che l’autore invitava ad ascoltare tutto d’un fiato senza spezzare quella linea e quella tensione che il suo buon rock ha sempre saputo manifestare e il tutto costruito con somma perizia dove la presenza di citazioni di un certo peso come Mafia; Rudolph Giuliani; Jesse Jackson; l’OLP; il Common Ground etc.

Un esempio concreto nel brano d’apertura del disco mostra appieno certe visioni apocalittiche che fanno comprendere il peso e il valore dei suoi testi sempre immensi: “Manhattan sta affondando come una roccia nel sudicio Hudson, che shock!; Hanno scritto un libro a riguardo, Dissero che era come l’antica Roma…”

Lou Reed è sempre stato molto ispirato dalle grandi città e dalle storie tristi, fredde e nascoste negli angoli più solitari che raccontano le contraddizioni di un mondo dove potere, cultura e progresso difficilmente si sviluppano sotto una unica bandiera garante di giustizia e benessere per ogni classe di cittadini. Cosi come è stato per un precedente album “Berlin” e poi per New York, in entrambi i casi viene messo in evidenza spesso come concausa il tema importante dei problemi quotidiani di integrazione delle diverse culture ed etnie viventi nelle stesse strade.

Per resto del mondo il 1989 fu un anno come tutti pieno di eventi; per citarne alcuni: l’informatica iniziava a costruirsi uno spazio di crescente interesse giovanile con l’avvento dei primi videogame e dove la stessa gioventù veniva oppressa con violenza sanguinaria di piazza Tienanmen. In Italia i Pink Floyd scelsero Venezia per un grande e impetuoso concerto che passò alla storia anche per le polemiche che ne seguirono dettate dalla fragilità del luogo storico e artistico da proteggere e per la cronaca, nel marzo, il processo d’appello per la strage di Piazza delle Loggia si concluse con la vergognosa assoluzione degli imputati.

L’album New York di Lou Reed va riascoltato periodicamente per la sua bellezza e per la piacevole ricerca di significati e dettagli che lo rendono unico proprio oggi che, come in una puntuale fase ciclica, ritornano vecchi spettri di crisi dell’economia e possibili panorami di conflitti che i soliti presidenti del tutto ignoranti e incapaci fomentano asserviti alle lobby delle armi che rappresentano un prodotto interno lordo imponente.

Ci sono neri con coltelli e bianchi con pistole…Non esistono diritti umani quando cammini per le strade di New York…questo è il futuro di New York non il mio…oh è meglio che ti trattenga, sta succedendo qualcosa qui…”. (dal brano Hold On).

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