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“I Woke Up”, parole e musica di due medici per non dimenticare la sfida Covid-19

Marco Feri e Paolo Angori, dell’Ospedale San Donato di Arezzo, hanno composto un brano durante l’emergenza del Coronavirus: qui il video

“La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Nel bel mezzo della vita, noi siamo nella morte”.

Voglio iniziare a raccontarvi una storia con questa citazione, tratta da L’anno del pensiero magico, di Joan Didion.  Ci siamo trovati ad affrontare una situazione del tutta nuova, legata all’emergenza Covid-19.  Medici, infermieri e personale ospedaliero hanno dovuto fare i conti con un nemico tanto invisibile quanto forte, potente e disarmante. Nel corso della loro vita professionale tutti i medici hanno vissuto l’esperienza di una malattia mortale o di una cura inefficace ma in questi mesi, e ancora oggi, hanno dovuto fronteggiare qualcosa di incredibile.

Proprio in questo difficile periodo due medici dell’ospedale di Arezzo, Marco Feri del Dipartimento di Anestesia e Terapia Intensiva e Paolo Angori del Dipartimento Cardiovascolare, compongono un brano dal titolo “I  Woke Up” (Mi sono svegliato).  Il brano nasce dopo una giornata intensa di lavoro in corsia, ma soprattutto in pochi minuti. Marco Feri sente la necessità di scrivere tutto quello che prova nel suo cuore e che accarezza, in quell’istante, la sua anima. Inizia a rileggere il brano e avverte una speciale musicalità dei versi e propone all’amico cardiologo, Paolo Angori, di provare a musicare quelle parole. Nasce così “I  Woke Up”. 

Nella foto Marco Feri al sassofono e Paolo Angori alla chitarra

La scelta di scriverla in lingua inglese è dettata dal gradevole risultato musicale, rispetto alla lingua italiana. La prima strofa della canzone riguarda la fase di preparazione dell’ospedale scelto come centro Covid della provincia. Marco in poco tempo ha organizzato i posti letto, ha dato indicazioni al personale e tracciato i percorsi da seguire in totale sicurezza. In questa fase i medici, gli infermieri e gli operatori Oss si davano da fare per assecondare ogni indicazione, offrendo la loro totale e assoluta disponibilità. In questa confusione c’era sempre qualcuno preoccupato, ma Marco continuava a sorridere e a rassicurare i colleghi e tutto il personale sanitario. In fondo anche lui era terrorizzato, come poteva sapere che cosa sarebbe accaduto?

Forte era il suo senso di solitudine, il fiato sospeso e il cuore che batteva all’impazzata nel petto. Purtroppo, anche i pazienti avvertivano l’incertezza del futuro quando gli veniva comunicato che sarebbero stati anestetizzati, intubati e attaccati a una macchina. Chi poteva dire per quanto tempo? Nessuno aveva risposte.

Giorni intensi per organizzare i posti letto intensivi in aree non adibite a rianimazione ed era necessario trovare delle soluzioni in maniera frenetica, mantenendo un contatto diretto con i colleghi impegnati al nord per scambiarsi informazioni e consigli. Nessuno aveva idea di come si sarebbe presentato questo “ospite” e se quanto organizzato era idoneo, se i presidi  erano giusti e sufficienti, se le apparecchiature erano adatte a un “ospite ignoto” che poteva presentarsi all’improvviso e chissà in quale modo.

Marco Feri continuava a chiedersi cosa sarebbe successo, e la stessa domanda  gli veniva rivolta dai colleghi. Ma lui non aveva risposte e ripeteva a se stesso che doveva essere forte per tranquillizzare tutto il gruppo. Un giorno è arrivato il primo paziente affetto da Covid e il mondo ha mutato i suoi colori: un universo surreale e inverosimile, le espressioni non potevano più essere viste sotto la maschera, erano scomparsi gli odori, i suoni arrivavano ovattati, non era semplice comunicare, le sensazioni tattili scomparse a causa dei guanti indossati e i colleghi si distinguevano solo dal nome scritto sulla tuta. 

Il nuovo “ospite” poteva definirsi perfido, pericoloso e senza pietà alcuna. Non aveva intenzione di risparmiare né uomini né donne. In ospedale erano arrivati infermieri giovani per potenziare l’assistenza e Marco rimase colpito dal loro sguardo perso, disorientato, quasi terrorizzato, come quello di un giovane infermiere che lo guardava dietro gli occhiali, sotto l’enorme casco. Aveva un’espressione indescrivibile che Marco non potrà mai dimenticare. 

La stessa espressione smarrita, e a volte impaurita, era anche nei volti di alcuni pazienti, in questo caso non sotto il casco protettivo, ma con il “casco” per aiutare la respirazione che permetteva di fornire una ventilazione artificiale. I giorni trascorrevano inesorabilmente, tante le notti insonni per riuscire ad occuparsi di tutti i pazienti, tanti giorni uguali come in un film che sembrava non avere fine. Ogni mattina Marco aveva una certezza, quella di essersi svegliato e che si erano svegliati anche tanti pazienti, superando la notte e mostrando segni di miglioramento.

Il video, che è stato realizzato da Francesco Cianchi per questa canzone, vuole trasmettere un’immagine di normalità. La bici vista con gli occhi di un anziano seduto su una panchina e con un nuovo risveglio in un mondo diverso, ma ancora con un cielo non completamente sereno e limpido. Le immagini sfuocate rappresentano la visione “diafana” degli operatori e la vista confusa del paziente sedato che si risveglia. Una pagina bianca senza volti su cui scrivere una nuova storia guardando al passato, ma anche la separazione dal mondo di chi è stato rinchiuso in casa. Il cambiamento di chi ha perso da un giorno all’altro la libertà di muoversi, di baciarsi, di abbracciarsi e condurre la propria quotidianità.

Tutto ci è stato tolto, facendoci capire quanto la vita sia relativa. Marco Feri e Paolo Angori sono riusciti a rappresentare tutto questo nel loro brano, ma un pensiero speciale vogliono rivolgerlo alle persone che hanno perso la vita in questa battaglia e a coloro che hanno combattuto e rischiato per salvare, con altruismo e generosità, la vita di altre persone. Un ringraziamento speciale vogliono dedicarlo a tutti i colleghi medici, agli infermieri, agli Oss, agli amministrativi, agli addetti alle pulizie e a quanti li hanno supportati e confortati nei momenti difficili. Vogliono abbracciare quanti in tutte le parti d’Italia, e del mondo, si sono prodigati per far fronte a un evento che ha cambiato la vita di ogni uomo.

Il messaggio di speranza che vuole trasmettere il brano è che tutti possano svegliarsi domani, superando l’astrazione del mondo privato dei suoi punti solidi dove tutto è diventato “liquido”, ma in un senso diverso da come previsto dal sociologo Zygmunt Bauman: la liquidità, in questo caso, corrisponde a un mondo dove i corpi non devono nemmeno sfiorarsi e l’ospite, del tutto inatteso, tiene banco. Insomma l’astrazione assoluta del mondo. Sono certo che ci sveglieremo e ricomporremo tutti i pezzi delle nostre relazioni sociali e ritroveremo tutto quello che abbiamo perduto, perché “I valori si misurano in base agli altri valori che devono essere sacrificati per ottenerli”, scriveva Bauman. E noi abbiamo riscoperto moltissimi valori che avevamo dimenticato.

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