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Joe Bastianich e la sua canzone d’amore per New York: la città che risorge dopo il covid

Intervista al figlio di Lidia Bastianich, volto popolarissimo della televisione italiana grazie al suo ruolo in Masterchef e autore di un brano scritto su NY

di Irene Sparacello
"La parte iniziale rappresenta la rabbia, le persone che lasciavano la città e coloro che dicevano che tutto sarebbe andato a rotoli.... mentre la fine è l'ascesa, l'ottimismo, la città che rinasce.... Ero in prima linea nei momenti più bui, là fuori a pulire ristoranti, a buttare via il cibo, a cercare di far lavorare i dipendenti, mentre molti abbandonavano la città. C'era la parte emotiva e poi la fiducia in New York. Non scommettere mai contro New York. New York risorgerà e questa è la canzone... Quando sono a New York mi manca l'Italia, quando sono in Italia mi manca New York. Ho la fortuna di poter fare sempre avanti e indietro".

Joe Bastianich è attualmente a New York e, dalle sue storie su Instagram, dalla metropolitana per le strade del centro sul suo skateboard (edizione pre-covid), ci mostra quanto sia felice di essere qui. Noto per essere un personaggio televisivo, proprietario di ristoranti di successo e socio d’affari di sua madre Lidia, non dimentica mai di onorare la sua passione per la musica. One City Man è la sua prima instant-song e una vera dichiarazione d’amore per New York City.

Bruce Springsteen ha scritto The Rising dopo l’11 Settembre. Tu hai scritto One City Man dopo il lockdown dell’anno scorso. La tua canzone trasmette lo spirito di rinascita di New York. Quali altri sentimenti intendi comunicare?

“Penso che la canzone sia composta di tre fasi. La parte iniziale rappresenta la rabbia, le persone che lasciavano la città e coloro che dicevano che tutto sarebbe andato a rotoli. Il ponte è un po’ romantico, mentre la fine è l’ascesa, l’ottimismo, la città che rinasce. Queste sono le emozioni che ho provato. Ero in prima linea nei momenti più bui, là fuori a pulire ristoranti, a buttare via il cibo, a cercare di far lavorare i dipendenti, mentre molti abbandonavano la città. I giornalisti seduti sui loro computer nelle loro case di campagna che scrivevano quello che stava succedendo in città. Tutto ciò mi ha fatto sentire molto arrabbiato. In quel periodo scrivevo sulla metro, andavo a Central Park, o camminavo sulla High Line da solo. C’era la parte emotiva e poi la fiducia in New York. Non scommettere mai contro New York. New York risorgerà e questa è la canzone”.

© ANGELO TRANI

Raccontaci della tua New York

“Sono cresciuto nella New York nostalgica negli anni ’70 e ’80 che fosse la vera epoca d’oro. Sono andato a scuola nel sud del Bronx e poi a Queens. Andavamo al CBGB per vedere i Ramones, ho visto i primi ballerini breakdance nel Bronx negli anni ’70. Ho visto nascere la disco con Studio 54 da adolescente. Poi New York si è trasformata e si è ripulita e ha perso molto di tutto questo. È diventata un’altra città, più internazionale. A volte la percepisco un po’ sterile ai giorni d’oggi, perché è così costoso vivere qui, quindi i veri artisti e i veri newyorkesi a volte sono costretti ad andarsene, il che è molto brutto. Ma non c’è meritocrazia più grande al mondo, non c’è maggiore concentrazione di talenti, in qualunque cosa, nelle arti, negli affari, nella musica. È un posto in cui devi e dare il meglio per sopravvivere, non puoi fingere”.

La tua appartenenza a due paesi, continenti per la precisione, rappresenta per te un fattore creativo?

“La mia vita è uno scambio culturale. Negli ultimi quindici anni l’ho spartita tra New York, Los Angeles e l’Italia. Riconosco che una parte di me è italiana: lì produco vino e ho una carriera. Mi sento parte della vita italiana e sono grato di avere questa popolarità e di riuscire ad arrivare alle persone. Ma non sono italiano, sono americano, e penso che forse quello che posso apportare e che agli italiani piace.  è questo atteggiamento ottimista, molto americano.  Dico ciò che altri non direbbero mai, so essere punk rock e ignorare il politically correct, riesco forse a dire la verità che le persone non vogliono sentire. Penso che questo piaccia ai più giovani. Sarò sempre un newyorkese questo non cambierà mai,  ma c’è una parte della cultura italiana che trovo molto bella. È sempre uguale:  quando sono a New York mi manca l’Italia, quando sono in Italia mi manca New York. Ho la fortuna di poter fare sempre avanti e indietro”.

© ANGELO TRANI

Ristoranti, TV, Wall Street, musicista. Quale versione di Joe ti rappresenta di più?

«La musica. Penso che sia la parte che si connetta maggiormente con la mia anima, la passione. Mi sento più uno scrittore che un musicista, dal momento che scrivo di musica, prosa e TV e scrivo anche nella mia vita professionale nei ristoranti. Bisogna crearsi un’immagine, ma quando scrivi musica devi essere davvero introspettivo e devi lasciare che vengano fuori le emozioni vere. Questo è l’aspetto che racconta più di me».

Dobbiamo aspettarci presto un disco?

“Ho intenzione di pubblicare un paio di singoli e ci sono un sacco di cose che ho scritto durante il lockdown, prettamente su quell’esperienza. È decisamente in lavorazione”.

© ANGELO TRANI

So che è stata tua nonna materna a regalarti la tua prima chitarra. Quali sono state le tue principali influenze musicali?

“Credo che la mia musica rifletta le influenze che ho avuto. C’è dell’ americana, del blues, del country-folk. Mi piace condividere tutto questo con l’Italia, perché anche se lì non è musica molto popolare e non verrà mai trasmessa alla radio, rappresenta qualcosa di molto reale, molto americano, qualcosa che mi appartiene”.

Esempi di musica italiana che ti piace?

“Quasi tutta roba nostalgica. Sono cresciuto ascoltando con mia madre la musica degli anni ’50, ’60 e Sanremo. Amo De André e i cantautori degli anni ’70 e dei primi anni ’80. Ho avuto modo di incontrare molti artisti come Jovanotti o Vasco. Vasco è un buon esempio. Non l’ho mai capito veramente fino a quando non l’ho conosciuto la persona e conseguentemente ho capito la forza del suo messaggio e cosa significava per l’Italia. È difficile capire qualcuno come Vasco Rossi, a meno che non ci si immerga davvero nella cultura popolare italiana”.

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