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Oscar 2018, The Shape of Water è un film che non si può non vedere: ecco perché

La pellicola di Guillermo del Toro è una splendida favola senza tempo e sarà una delle grandissime protagoniste agli Oscar con ben 13 nomination

di Elena Dal Forno
Difficile dare una definizione a una pellicola che attraversa ogni genere, dal monster movie alla fiaba fantasy e romantica, spaziando nella politica degli anni '60 dentro un set a volte medioevale, a volte tecnologico e addirittura retrò. E' un Del Toro "larger than life" direbbero gli americani, immenso nel costruire una storia poetica piena di speranza, che trascende il potere e le lingue

Il film che ha vinto il Leone d’Oro a Venezia 2017 e ha guadagnato ben 13 (!) nominations agli Oscar 2018 si presenta con un biglietto da visita stellare, eppur tuttavia meritatissimo. Mai come stavolta non ci sono dubbi. La Forma dell’acqua, The Shape of water, nelle sale italiane dal 14 febbraio, è il film dell’anno, uno di quelli che non si può non andare a vedere.

Ecco dunque le 13 candidature per la sorprendente favola d’amore nata dal genio creativo del regista, sceneggiatore, produttore e scrittore messicano Guillermo Del Toro al cinema dal 14 febbraio con 20th Century Fox:  Miglior film, Miglior regista, Miglior attrice protagonista a Sally Hawkins, Miglior attrice non protagonista a Octavia Spencer, Miglior attore non protagonista a Richard Jenkins, Miglior sceneggiatura originale, Miglior montaggio, Miglior scenografia, Miglior fotografia, Migliori Costumi, Miglior montaggio sonoro, Miglior sonoro e Miglior colonna originale. Per me dovrebbe vincerle tutte.

“È un grande onore e una grande gioia essere nominato con una pellicola che è fedele ai miei principi e alle immagini che amo e mi hanno accompagnato sin dall’infanzia – ha dichiarato Guillermo Del Toro. “Ringrazio l’Academy e i miei colleghi per il loro sensibile giudizio nei confronti de La forma dell’acqua. Condivido la gioia di queste candidature con tutti i giovani cineasti del Messico e dell’America Latina che hanno riposto le loro speranze nella missione cinematografica e nelle intime storie tratte dalle loro immaginazione”.

Guillermo Del Toro, vincitore del Leone d’Oro alla 74esima Mostra di Venezia

Difficile dare una definizione a una pellicola che attraversa ogni genere, dal monster movie alla fiaba fantasy e romantica, spaziando nella politica degli anni ’60 dentro un set a volte medioevale, a volte tecnologico e addirittura retrò. E’ un Del Toro “larger than life” direbbero gli americani, immenso nel costruire una storia poetica piena di speranza, che trascende il potere e le lingue. Non a caso la protagonista è muta. Non servono le parole, ma i sentimenti, l’amore, in ogni cosa che si fa. Ispirato dalla sua proverbiale passione per i fumetti il regista messicano ha messo, insieme a Vanessa Taylor, un amore a dir poco infinito dentro questo lavoro, senza dubbio il suo migliore. Dalla scelta attoriale a quella scenografica, da quella della fotografia a quella cromatica. Non è il caso di raccontare la trama, riducendo a poche righe ciò che accade tra umani, sedicenti tali e creature dell’abisso in un delirio di rapporti umani che spaziano dai sentimenti all’uso e all’abuso. Il punto cruciale è entrare dentro il cuore di Elisa (Sally Hawkins) e percepire. Percepire il diverso da sè, le sue emozioni, riconnettersi ad un’umanità che la tecnologia ha perduto o sta irrimediabilmente perdendo. L’emozione di credere all’impossibile e la convinzione di poter cedere alla magia dell’amore farà il resto. Se credi veramente, come dice Alice nel Paese delle Meraviglie, a ben sette cose impossibili prima di colazione, allora queste accadranno.

La locandina del film

Non solo. Per amore puoi compiere imprese giganti, più grandi di quelle che tu stesso immagini. E’ una forza sovraumana, potentissima. L’abbiamo dentro, ma non la usiamo. Credi che ti servano i muscoli per compiere miracoli. Invece un’umile e muta donna delle pulizie ti dimostra cosa possa voler dire “amare” e “volere”. L’amore tra la “creatura dell’abisso” ed Elisa urla che la diversità non esiste, che non si vede bene che col cuore ed ogni parola è perfettamente incompleta a descrivere la percezione del sentimento. Quando lo senti, è indescrivibile.

Approfondire l’idea dell’amore e dei suoi limiti era questo in sostanza l’idea  fondamentale per Del Toro. “Volevo creare una storia bella ed elegante sulla speranza e sulla redenzione come antidoto al cinismo dei nostri tempi. Volevo che questa storia prendesse la forma di una fiaba, in cui un umile essere umano si trovasse a vivere un’avventura più grande e trascendente di qualsiasi altro evento della sua vita – ha spiegato il regista -. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea contrapporre quell’amore a qualcosa di tanto malvagio come l’odio tra le nazioni complice della Guerra Fredda, o l’avversione tra le persone causato dalle differenze di razza, colore, abilità e genere”.

il finale è senza ombra di dubbio quello che più di tutti ha il potere di creare scompiglio quando dice:  Incapace di percepire la tua forma, ti sento tutto intorno a me. La tua presenza riempie i miei occhi con il tuo amore, fa fare al mio cuore un bagno d’umiltà, perchè tu sei dappertutto”.

Visivamente perfetto, registicamente un capolavoro, The Shape of Water rimane dentro a lungo e senza nessuna voglia di liberarsene.

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