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Fabrizio Frizzi nel ricordo di una bimba che mangiava solo con lui in tv

Quegli occhi buoni, le mani grandi, la voce calda e rassicurante: il Fabrizio Frizzi per me bimba introspettiva e solitaria

Fabrizio Frizzi (Foto Ansa)

Il famoso aeroplanino – apri la bocca, dai, Isa! apri grande – atterrava sulla mia lingua ribelle solo quando Fabrizio Frizzi era in onda. Negli anni lo persi di vista. Crescendo sviluppai uno spirito troppo critico per la televisione che rabbiosamente chiamavo spazzatura. Ma lui c’era, ed era bello rincasare da un viaggio in Vietnam e rivederlo lì, con qualche filo grigio in più tra i capelli e lo stesso sorriso di sempre

Quando mi sveglio al mattino raramente tolgo la modalità aereo all’iPhone e leggo le news. La notizia della morte di David Bowie mi colse mentre, spremendo le arance e scaldando il latte, oziosamente scorrevo il feed di Twitter. Non ho un buon rapporto con le cattive notizie; non potendo dribblarle fino a sera, evito perlomeno che mi guastino la colazione. Ieri mattina qualcosa aleggiava nell’aria, un’impercettibile aura di negatività.

Ho bevuto il mio tè e mangiato i miei cereali con calma, ma mia madre evitava il mio sguardo, spolverando frenetica un unico punto del soggiorno. Lei è mattiniera, io no – se la terza guerra mondiale dovesse scoppiare domani mamma sarebbe la prima a saperlo. Ho acceso il cellulare e visto un messaggio di cordoglio ai familiari di Fabrizio: Fabrizio chi?

Era Frizzi, il Fabrizio nazionale. L’avrei scoperto ben presto, perché il lutto era a social unificati. Ho singhiozzato come se avessi perso un padre, poi vergognandomene. Potevo reagire così a quasi ventisei anni? L’avevo visto malato in tempi recenti e la sua brutta cera mi aveva spaventato. Non mi aspettavo però tutto questo, questo epilogo.

Mia Martini cantava di essere stata una bambina perdutamente innamorata del padre. Anch’io lo ero. Sognavo di sposare papà, come molte principesse figlie uniche di genitori ormai anziani. Ma Frizzi era il mio conduttore preferito. Quegli occhi buoni, le mani grandi, la voce calda e rassicurante; per me bimba introspettiva e solitaria di due anni Fabrizio, bbvizio, come lo chiamavo io con quell’erre moscia che anni di corsi di dizione non avrebbero scalfito, era tutto. Non mangiavo facilmente, ma mangiavo vedendolo. Il famoso aeroplanino – apri la bocca, dai, Isa! apri grande – atterrava sulla mia lingua ribelle solo quando Frizzi era in onda.

C’era questo programma, Luna Park, che alternava di sera in sera i conduttori. Frizzi aveva il lunedì. Un grande circo garbato e un po’ felliniano che venne interrotto nel ’97, quando avevo tre anni. Lo adoravo, era dolce come un papà che ti prende sulle ginocchia e gioca con te. Odiavo l’asilo, i primi segni di un’asocialità patologica, e preferivo la televisione. Io e la mamma vergammo una letterina per lui. «Caro Fabrizio», diceva, «sono una bella (sic!) bambina di due anni e mezzo e sono nata a Chioggia. Ti voglio tanto bene e ti seguo sempre. Ciao ciao, Isabella Fiammetta.» Pretesi il mio secondo nome, certa che lo avrebbe convinto a sposarmi. Chioggia, poi, specificata così brutalmente. Perché non Venezia? Ero sicura che conosceva anche noi di periferia.

Negli anni lo persi di vista. Crescendo sviluppai uno spirito troppo critico per la televisione che rabbiosamente chiamavo spazzatura. Ma lui c’era, ed era bello rincasare da un viaggio in Vietnam e rivederlo lì, con qualche filo grigio in più tra i capelli e lo stesso sorriso di sempre, a dirigere questo o quel quiz prima del telegiornale. Adoravo Walter Chiari e Corrado, i varietà degli anni ’60, su cui avevo deciso di scrivere la mia tesi di laurea. Conoscevo dunque a memoria la fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco. Come Mike per quanto diverso da Mike, Fabrizio era rimasto uno di noi.

Nessuna religione ha dei ordinari, che si concedono, ma lui era dio tra noi. Versatile, umile, controllato, vero uomo del popolo. Nonna, nata un anno prima del fascismo, parlava ancora alla televisione, convinta che le potesse rispondere. Nonna è viva, centenaria, ma ora è nel suo mondo di ricordi, di pappe frullate, di sedativi. Non le diremo di Frizzi, forse ne morirebbe.

Io lo piango senza ritegno, seduta sul divano con il laptop sulle gambe. L’ho visto per l’ultima volta in montagna, quest’inverno, dove la televisione della baita prende soltanto canali tedeschi e la Rai. Non ricordo il programma, ma lo ricordo emaciato. In un mondo feroce dei Bonolis e delle D’Urso, di reality urlati, di Gemme e Cecilie Rodriguez, di scollature eccessive e di quiz farciti di allusioni volgari Frizzi era un’eccezione.

Un giornalista disse che per Trump l’azione coincideva con il pensiero; non c’erano filtri tra lui e il mondo. Mi piace pensare che anche Frizzi fosse Frizzi ovunque, nella vita come sul piccolo schermo: schietto, umano, semplice. Di certo ha messo d’accordo tutti nell’universo variegato del mio account Facebook: comunisti e fascisti, cinici e buoni, grandi e piccini. Lo stiamo piangendo tutti.

 

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