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Bifest, fra guerre e differenze culturali e politiche, le vere eroine sono le donne

A primeggiare al festival del cinema di Bari, sono i film Der Hauptmann, di Robert Schwentke, e The Reports on Sarah and Saleem, di Muayad Alayan

Immagine tratta da The Reports on Sarah and Saleem, del regista palestinese Muayad Alayan

Tante le tematiche affrontate da registi di tutto il mondo: dalla 16enne pakistana costretta ad adattarsi a cultura e tradizioni di famiglia, al giovane iraniano in cerca di donne che lo aiutino a ottenere il visto per la Danimarca; da Fortuna, ragazza etiope immigrata che trova rifugio in un monastero in Svizzera, al15enne rumeno che entra in un seminario ortodosso e scopre la corruzione

La nona edizione del Bif&st di Bari ha registrato quest’anno una programmazione internazionale di alta qualità, sia in concorso sia nella sezione anteprime. Tante le tematiche affrontate dai registi provenienti da tutto il mondo (incluse Romania e Tunisia): dalla sedicenne ragazzina pakistana costretta a forza ad adattarsi a cultura e tradizioni di famiglia a lei da sempre oscure, al giovane iraniano Esmail (sposato in patria) alla ricerca di donne che possano aiutarlo ad ottenere il visto per rimanere in Danimarca; da Fortuna, giovane ragazza etiope immigrata che trova rifugio in un monastero cattolico in Svizzera creando non poche tensioni, al quindicenne rumeno Gabriel che entra in un seminario ortodosso ma scopre a sue spese quanta corruzione si nasconda all’interno del sistema.

A primeggiare, stando al caloroso responso del pubblico e alla giuria dei film in concorso, sono stati Der Hauptmann (The Captain), diretto dal tedesco Robert Schwentke, e The Reports on Sarah and Saleem, del palestinese Muayad Alayan.

Der Hauptmann, tutto girato in bianco e nero, è ambientato nel 1945, nelle ultime settimane della Seconda Guerra Mondiale. Un disertore tedesco, in fuga disperata dalle grinfie di suoi concittadini, ruba l’identità ad un pluridecorato capitano della Luftwaffe (l’aviazione tedesca) che ha volutamente lasciato in una macchina militare, in aperta campagna, una giacca militare pluridecorata. Quando si rende conto di esercitare con quella divisa addosso un certo fascino su cittadini, soldati ed ufficiali connazionali, ed anche quali vantaggi materiali gli si presentino nell’immediato, Herold convince altri soldati ad unirsi a lui in una “missione speciale” che, mentendo, dice essergli stata affidata direttamente da Hitler.

Immagine tratta da Der Hauptmann (The Captain), diretto dal tedesco Robert Schwentke

Fonda così un’unità combattente pronta a commettere atrocità contro tutti quelli che si frappongono sulla loro strada: soldati semplici diventano così vili mostri spietati che massacrano con piacere quasi sadico. Una delle principali location per le riprese, il campo di lavoro della caserma, è stata costruita in Polonia appositamente per il film e fatta esplodere in tempo reale per simulare il bombardamento degli Alleati nel modo più realistico possibile.

Il film, presentato in anteprima mondiale al recente Toronto Film Festival, racconta le atrocità commesse da un vero disertore e criminale di guerra, Willi Herold. “Volevo fare un film sulla violenza ‘senza porta di servizio’: il film ha il compito di disturbare gli spettatori, non di riconciliarli con il passato – ha detto il regista, riferendosi al dibattito ancora vivo in Germania sull’ultima guerra -. Nel film non c’è purificazione, non c’è identificazione morale. Ogni spettatore deve chiedersi: come avrei agito? Mi auguro che tutti si siano alzati alla fine e coraggiosamente abbiano detto: è sbagliato comportarsi così! Per me è molto più importante che le persone discutano del film piuttosto che a loro piaccia”.

Immagine tratta da Der Hauptmann (The Captain), diretto dal tedesco Robert Schwentke

E veniamo all’altro film che ha lasciato un segno particolare nella nona edizione del sempre più apprezzato festival cinematografico barese.

Gli affari extraconiugali sono stati alla base di tanti film e serie televisive, ma in The Reports on Sarah and Saleem (opera seconda del regista palestinese Muayad Alayan dopo il modesto debutto con la commedia Amore, furti ed altri guai) trova spazio nel consueto scenario amoroso un’accattivante svolta, incentrata su due coppie imbottigliate in situazioni opposte del continuo conflitto tra Israele e Palestina. Risultato: un film capace di passare dal melò iniziale al genere drammatico in modo sempre più accattivante, passo dopo passo, incrociando le vicende personali a quelle politiche.

Scritto da Rami Alayan (fratello del regista), il film comincia con una torrida scena d’amore tra Sarah (Sivane Kretchner), donna israeliana proprietaria di un bar e sposata con un ufficiale dell’esercito, e Saleem (Adeeb Safadi), fattorino palestinese che consegna giornalmente il pne a quel bar. I due, che vivono in parti opposte – in termini geografici, politici e religiosi – di Gerusalemme, fanno sesso di notte nel furgoncino di Saleem. Per il resto, entrambi fanno il loro meglio per mantenere stabile la loro situazione familiare Sarah con il malinconico, lunatico marito David (Ishal Golan); Saleem con la moglie Bisa (Maisa Abd Elhadi) che aspetta un figlio.

Immagine tratta da The Reports on Sarah and Saleem, del regista palestinese Muayad Alayan

Le cose sembrano procedere in modo abbastanza fluido fino a che Saleem accetta una sera di portare con sé Sarah a Betlemme – in Cisgiordania, controllata dal 1995 dall’Autorità palestinese – dove deve consegnare materiale di contrabbando su incarico del cognato. Durante il viaggio Saleem ha un duro scontro fisico in un pub con uno del luogo: le ripercussioni di quanto accaduto trasformeranno quella non tanto innocente avventura notturna in una piccola crisi internazionale che coinvolgerà polizie segrete, torture, confessioni forzate e alla fine l’arresto di Saleem in Israele dietro false accuse. Da lì prende il via un’indagine più politica che privata, in cui tutti sono contemporaneamente colpevoli e innocenti: se lei è israeliana e lui palestinese non c’è segreto che tenga, tutto diventa affare di stato. Sarah dovrà decidere a chi mostrarsi leale: a suo marito e alla sua patria o all’amante part-time diventato inavvertitamente prigioniero politico?

The Reports on Sarah and Saleem si serve della storia d’amore adulterina per mostrare come siano diversi i mondi dei due personaggi, tra barriere reali (il muro alto 8 metri) e psicologiche. Il tradimento delle loro promesse matrimoniali diventa per coloro che li circondano il tradimento di due nazioni. Molto significativa la scena in cui Sarah confessa la tresca amorosa alla sua impiegata, e connazionale, Ronit, la quale si dice scioccata non tanto per il tradimento quanto per il suo avere rapporti sessuali con un palestinese invece che con un israeliano!

Nel film sono le donne, rivali in amore che l’arresto di Saleem costringe psicologicamente, e umanamente, ad allearsi, le vere “eroine” del film. Gli uomini, i due governi, pensano solo a litigare tra loro e a farsi la guerra, cercando complotti inesistenti e strumentalizzando persone e fatti.

Muayad Alayan utilizza una cinematograficamente abusata storia di corna per spingersi piano piano nel territorio del thriller legato più sulle ripercussioni dell’arresto di Saleem che non sulla vicenda amorosa, volendo sottolineare come sia quasi impossibile oggi in Israele separare qualunque fatto dalla politica. Da sottolineare infine The Reports of Sarah and Saleem non sta necessariamente dalla parte dei palestinesi: il film è attento a non giudicare nessuno, nonostante Rami Alayan sia stato costretto ad emigrare a S. Francisco dopo la seconda Intifada.

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