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“L’equilibrio” di Marra: un film “cristologico” sul coraggio di non avere paura

La tormentata e coraggiosa lotta di un prete contro la criminalità: il film di Vincenzo Marra al Festival Open Roads del Lincoln Center

Al Walter Reade Theater il 3 giugno, Equilibrium di Vincenzo Marra racconta la storia di un prete coraggioso, don Giuseppe, che lotta tenacemente contro l'ingiustizia e la criminalità. Nonostante tutti, in primis la Chiesa locale, tentino di scoraggiarlo. Un film "cristologico", lo definisce il suo regista. Che in questa pellicola ha voluto raccontare, senza spettacolarizzarlo, il tormento del Sud Italia

Ha portato a New York il suo L’equilibrio, in inglese Equilibrium, la storia di un prete – don Giuseppe – che torna nel suo napoletano e lotta con coraggio contro la criminalità organizzata che si mangia tutto: quartieri, economie, speranze, futuro dei più giovani. La premiere del film si terrà il 3 giugno all’1 pm al Walter Reade Theater del Lincoln Center. Noi, proprio nella cornice del Lincoln Center, abbiamo incontrato il regista, Vincenzo Marra, che torna a Open Roads dopo il suo Vento di terra. 

Marra, partiamo dal titolo. C’è una frase di don Antonio, verso la fine del film, illuminante per comprenderne il senso. Può spiegarcelo?
L’equilibrio è quella maledetta sensazione ed emozione, che si prova oggi più che in altri tempi, in relazione a quale possa essere una strada da seguire. Il titolo è naturalmente provocatorio, è sempre stato quello per me. È un’invocazione a trovare sempre un filo in un mondo di persone che ti esortano a camminare in una direzione precisa, che per loro è quella giusta. Il film, invece, è una esortazione a non avere paura, ed è su questo invito che si snoda tutta la storia del protagonista. Il concetto del “non avere paura” contrasta radicalmente quello dell’equilibrio”.

Lei ha dichiarato in passato di aver ricevuto una formazione cattolica. Quanto ha inciso questo suo percorso nella realizzazione di questo film?
“La formazione cattolica ha inciso molto, perché io sono cresciuto con il fratello di mio padre sacerdote, gesuita; con altri due sacerdoti in famiglia molto importanti per me. Anche da parte di mia mamma, di mia nonna, ho ricevuto un’educazione cattolica. Ma era anche una promessa che io feci a me stesso e a mio padre, che un giorno avrei fatto un film con un tema cristologico. Quando è arrivata la storia giusta, per poter usare quella che per me è una delle cose che mi interessa di più nel cinema, cioè l’allegoria, mi sono buttato in questa avventura”.

Equilibrium parla di criminalità, di mafia, delle tormentate terre del Sud Italia, un tema che non è nuovo alla sua produzione. Sono argomenti molto delicati da trattare, e che pongono diverse sfide e difficoltà nella loro traduzione cinematografica. Quali sono le principali che ha incontrato?
“Parlare della criminalità oggi, soprattutto nella mia terra, a Napoli, è complicato, perché esiste una overdose di immagini, c’è una iperesposizione. L’idea era quella di riuscire a fare un discorso diverso, alternativo. Mi occupo di questo macrotema dagli esordi, ma ho sempre cercato di metterci un dato della condizione del Sud dentro i miei film: quei personaggi rappresentano una condizione collettiva. Non mi è mai piaciuta, invece, la spettacolarizzazione. L’ho sempre visto come un problema, una ferita aperta, delle vene sanguinanti, e il racconto che volevo fare era anche metaforico rispetto a quello che succede in questo martoriato territorio”.

Equilibrium è ambientato nella zona di Napoli, e dà quindi una rappresentazione del Sud Italia e delle sue contraddizioni. L’obiezione che qualcuno fa a registi, scrittori e artisti che danno spazio a questa componente di denuncia è di diffondere una visione negativa della propria terra. Cosa risponderebbe a questa obiezione?
“Io posso parlare per me, e per me la mia terra è sempre stata una parte sempre molto importante nella mia vita: ha rappresentato molto di più che un luogo fisico. L’idea è stata anche quella di raccontare attraverso lo strumento cinematografico una realtà che fa male, che è un dolore. Spesso può essere interpretata anche come una richiesta di aiuto, andando a toccare dei territori. Il problema è come le fai le cose, non solo cosa dici. Se c’è una spettacolarizzazione del problema, quello è un altro discorso. Io ho cercato sempre di dare molta dignità, e anche molto dolore, che è diverso dall’affrontare il problema in modo superficiale”. 

Si è ispirato a qualcuno per la figura di don Giuseppe? Magari a don Pino Puglisi?
“Più in alto. Mi sono ispirato direttamente a Cristo, volevo un personaggio che rappresentasse il cammino di Cristo in terra. Volevo fare un film cristologico, e volevo riuscire a trovare un modo allegorico per metterci tutti i passi biblici, entro il cammino di un essere umano. Nell’osservazione della realtà, una delle cose che mi dà molto fastidio è l’immobilismo che la società ha creato dentro di noi attraverso lo strumento della paura. Anche questo Paese, questa città, è bloccata dalla paura, intimidita. La paura non è solo terrorismo, morte, malattia; è diventata così forte che oggi la gente ha paura di tutto: dei rapporti, di mettersi in mostra, di esprimere le proprie opinioni, e di quello che è in controtendenza con un cammino cristologico. Invece, c’è la possibilità di pagare eventualmente le conseguenze delle proprie scelte”. 

Che è quello che fa don Giuseppe nel film.
“Esatto. Lui va con coraggio, e non si lascia frenare dalle eventuali conseguenze, anche tragiche, delle proprie azioni. Cosa che oggi difficilmente accade. Nelle persone c’è anche la paura di protestare per un’ingiustizia. L’idea era quindi questa: anche un monito a me stesso di ricordarmi che viviamo una volta sola e spesso e volentieri abbiamo la possibilità di avere coraggio, di non essere bloccati, di essere liberi dentro”.

Alla fine, però, don Giuseppe fallisce…
“Non fallisce per niente don Giuseppe. Chi vede il film e lo apprezza sa che don Giuseppe non fallisce, perché la Chiesa piena fallisce. Il ragazzino che sta fuori e don Giuseppe non hanno fallito. Non è che siccome c’è una Chiesa stracolma di persone quelli hanno vinto: hanno perso. È il ribaltamento dell’ovvietà che ho cercato di comunicare. Se tu combatti contro qualcuno che è oggettivamente più forte di te, non è importante la vittoria finale, ma quanto hai combattuto. L’importante è che non ti sei piegato, che non hai chiuso gli occhi, come afferma anche il protagonista. L’idea della vita sottesa è quella di un tramandare memorie, concetti ed essenze a tutti coloro che verranno dopo. Se la vita è solo questa, oggi e qui, allora forse sì. Ma non è per questo che ho voluto fare questo film”.

Nel film lei rappresenta due facce della Chiesa: una coraggiosa, pronta a sacrificarsi per cambiare le cose, una più conservatrice, che parte dal presupposto di non poter davvero incidere laddove lo Stato manca. È una rappresentazione che parte dalla sua esperienza diretta?
“Sì, sono partito da una esperienza personale. Ho vissuto un’esperienza non bella.Volevo fare un documentario su questo tema. Si è trattato di un’esperienza molto negativa, che mi ha causato dolore. E ho cercato di trasfigurarla nel cinema”.

Quello che colpisce, in realtà, è che non c’è un eroe contrapposto a un “cattivo”, ma forse due posizioni che sono, a loro modo, umane, comprensibili.
“Quando finisce il film, ho visto che molte persone hanno una reazione molto forte in relazione a don Antonio. In realtà, don Antonio non è un colpevole, non spetterebbe a lui fare quello che il pubblico gli chiede. È certo che tutti noi parteggiamo per don Giuseppe – salvo poi dimenticarcelo 10 minuti dopo nella vita -, ma la cosa importante è cercare di capire che anche quello è un prete, e un prete non è un poliziotto. Non sta a lui cambiare le cose, non è lui che deve sostituirsi al ruolo dello Stato, per usare una battuta che lui stesso fa nel film. Poi è chiaro che uno come me si schiera in maniera molto empatica con l’altro. Ma quello che dice don Antonio è anche vero: il film è ambientato in un luogo dove sei abbandonato da tutti. Ho battuto la periferia della mia città in lungo e in largo, da quando avevo 25 anni. Poi sono tornato, ho rivisto: e i problemi sono tutti tali e quali”.

Cosa può fare il cinema, l’arte, di fronte a tutto ciò?
È lì che il cinema, la televisione, possono offrire una rappresentazione. Non parlo di Saviano con il libro, che è stato molto importante sul piano della denuncia, ma poi si è fermato lì, sulla spettacolarizzazione di quello che accade, senza ripartire dalle brave persone, da tutti quelli che subiscono e sono abbandonati. È un discorso che ha a che fare con gli ultimi. Quando feci il mio secondo film, Vento di terra, raccontai la storia di un ragazzo di Scampia che non voleva fare il camorrista. Ma la domanda sottesa era: quale alternativa gli diamo? Che cosa gli offriamo? L’idea mi è venuta proprio in questa città. Ero venuto a presentare il mio primo film, Tornando a casa, e un giorno, in un negozio, vidi uno schermo acceso in cui passava l’immagine di soldati americani. Guardando i loro volti, mi sono sorpreso a pensare che non assomigliassero ai classici soldati biondi e muscolosi. Era gente di colore, meticci: ecco chi va a difendere gli interessi, chi va a morire laggiù. Magari vengono dai ghetti, e l’unica cosa che gli si dà è la divisa. Ecco, da lì sono partito, l’ho trasposto all’Italia e ho fatto un film. Oggi, 14 anni dopo, quel film è ancora anticipatore, perché pone una domanda a cui nessuno ancora ha risposto: cosa offriamo a queste persone? Che cosa meritano, che fine faranno? Per me, riuscire a realizzare dei film che pure non sbancano il botteghino, è sempre molto importante. È sempre stato molto più importante, per me, riuscire a raccontare quelle storie”.

Recensione
L’equilibrio. È un titolo eloquente, criptico ma eloquente, per un film che parla dell’Italia, del Sud Italia, e del dramma senza fine della criminalità organizzata. Una realtà contro cui combatte il protagonista, don Giuseppe, prete coraggioso che si fa trasferire da Roma per sfuggire all’attrazione, tanto umana quanto incompatibile con l’abito che indossa, verso una collega che lavora con lui in un centro per rifugiati. È così che don Giuseppe torna nel napoletano, nella sua dilaniata terra d’origine. E torna con uno spirito proattivo, deciso a non accettare lo status quo, a cui invece la popolazione e la Chiesa locali si mostrano tragicamente prone.

La presenza della criminalità è strisciante, sottintesa, ma a tratti più evidente. È una realtà, accettata in quanto tale da tutti, tranne che da lui, don Giuseppe. Che nella capra che la fa da padrona in un campetto da calcio per i bimbi – costretti quindi a giocare per strada -, vede tutta la concretezza dello strapotere dei clan: perché l’animale, curiosamente eletto a padrone di quel campetto, appartiene a una “persona importante”, una persona che bisogna rispettare, che è meglio non contraddire. Lo sanno tutti: lo sanno i bambini, lo sa il vecchio parroco don Antonio, lo sanno le suore, lo sanno gli abitanti. Lo sa anche lui, don Giuseppe, che però – quasi un novello don Pino Puglisi, pur nella differenza di percorsi -, non lo accetta. Così, ingaggia una battaglia, battaglia che, agli occhi dei più, a occhi disattenti potrebbe risultare simile a quella inconcludente di Don Chisciotte contro i mulini a vento, ma che, per il sacerdote, non è altro che la mera conseguenza della sua vocazione, della sua fedeltà a Cristo. Come si può essere preti, e arrendersi all’ingiustizia, si chiede don Giuseppe?

Sarà questa consapevolezza a guidare tutto il suo percorso. Un percorso drammatico, che si risolverà, infine, in un fallimento: perlomeno, agli occhi del mondo che lo circonda. Perché a prevalere, infine, sarà la “teoria dell’equilibrio” di don Antonio, quella per cui, laddove lo Stato è drammaticamente assente, non si può far altro che accettare lo status quo, pregare sì, ma rinunciare a cambiare quello che non si può cambiare. Don Giuseppe, però, vince laddove non ha piegato la testa, ha fatto sua la parola del Vangelo, non si è fatto spaventare e immobilizzare dalle minacce, ma ha combattuto a testa alta. Riuscendo, peraltro, a salvare una donna e la sua bambina da un tragico destino. Un racconto tormentato, drammatico, senza eroi: non è un eroe neppure don Giuseppe, ma un uomo, con le sue debolezze e i suoi fallimenti, ridotto alla solitudine dal suo senso della giustizia. Come accadde, a tratti, a quel capitano Bellodi protagonista del Giorno della civetta sciasciano. Un viaggio, in stile quasi documentaristico, nell’Italia che non cambia e che non si può cambiare, ma dalla quale si può scegliere – coraggiosamente – di non farsi cambiare a propria volta.

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