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La vita non è bella? Non basta più avere l’ombrella? Risponde Renato Pozzetto

Intervista con l'attore-cantante che con la sua comicità, tra gli anni Sessanta e Ottanta, fece divertire e riflettere gli italiani

di An Grandi

Renato Pozzetto oggi nel suo casale-albergo sul Lago Maggiore

Renato Pozzetto ricorda gli anni quando, soprattutto in coppia con Cochi Ponzoni, spopolava nei cabaret di Milano e poi alla Rai: "La canzone “La vita l’è bela”, ricorda in modo scherzoso che la vita è facile quando hai qualcuno che ti protegge, che ti tiene aperto l’ombrello sopra la testa. Derideva quelli che per fare il proprio mestiere si appoggiavano alla politica ed ai partiti..."

Premessa: questa intervista é un atto di riconoscenza per ciò che questo artista ha rappresentato in un preciso periodo della nostra sempre giovane Repubblica. Era il periodo del Sessantotto, rapidamente seguito dalla grande crisi petrolifera dei primi anni Settanta. Quella delle prime domeniche senz’auto. Quando le città si fermavano ed i negozi non facevano aperture festive. Dopo l’inarrestabile benessere di cui ci eravamo convinti negli anni Sessanta, i pomeriggi cittadini iniziavano a popolarsi di persone a cavallo, in bicicletta, sui pattini. Tutti sorridenti: perché altro non si poteva fare. Le auto rimanevano parcheggiate: vicino ad ogni targa, il bollo autoadesivo della velocità massima consentita. Cifre bianche su fondo rosso. Un ordine, più che un invito al risparmio. Mentre il costo della benzina saliva e saliva, familiarizzandoci con una parola che ci impaurisce ancora oggi: inflazione.

Ma quelle erano anche le domeniche pomeriggio che i telespettatori italiani si abituarono a trascorrere in casa, davanti al televisore. A vedere le trasmissioni in bianco e nero del nostro ospite di oggi, Renato Pozzetto e del suo socio artistico Cochi Ponzoni. Ma anche di Paolo Villaggio, Enzo Iannacci, Felice Andreasi, Lino Toffolo e di una banda di cabarettisti surreali che il desiderio di cambiamento e di rivoluzione del sessantotto improvvisamente portò dalle lunghe nottate e dalle fredde cantine dei cabaret di periferia al prime-time televisivo. A loro, il corso del destino affidò l’inatteso incarico di diventare la nostra coscienza ed aiutarci a superare con il sorriso una realtà socio-economica italiana passata in pochissimi anni dal certo all’incerto, lasciandoci sgomenti. La loro avventura è continuata: nei “favolosi” anni Ottanta, nei decenni successivi e prosegue ancora oggi.

Le prime apparizioni televisive di Renato Pozzetto fanno ormai parte del patrimonio culturale italiano. Anno 1968: “Quelli della domenica”. 1973: “Il poeta e il contadino”. Nel 1974: “Canzonissima”, trasmissione ammiraglia del servizio pubblico italiano dei tempi d’oro. Una RAI ancora splendida e incurante dell’arrivo disordinato dei nuovi barbari ai confini del suo impero televisivo: le emittenti private. Non era che l’inizio della carriera di Pozzetto. Questi suoi esordi ebbero un seguito. La multimedialità di quei tempi prevedeva altre due tappe obbligate: i dischi ed il cinema. Limitiamoci ai titoli di alcune delle sue canzoni più famose: La gallina; La canzone intelligente; E la vita, la vita; L’inquilino; Silvano. E poi: il cinema. Ben 66 film in 41 anni. Tra i più conosciuti: Sono fotogenico; Il ragazzo di campagna; Lui è peggio di me; Grandi Magazzini; Roba da ricchi; Le comiche. Compagni di avventura sul set i volti più noti del cinema italiano: Nino Manfredi, Johnny Dorelli, Paolo Villaggio, Adriano Celentano, Gloria Guida, Dalila di Lazzaro, Carlo Verdone, Diego Abatantuono, Christian De Sica, Massimo Boldi, Monica Vitti, Ornella Muti, Sabrina Ferilli.

Caro Renato, appena un po’ ingrigito, ma brillante ed amatissimo protagonista dei nostri anni migliori, assenti e presenti. E, almeno per quanto mi riguarda: coscienza della mia ormai passata gioventù. Eccoti davanti a noi. Ci sorridi e chiedi la scena. E’ tempo di farci da parte e di lasciarti, ancora una volta, voce protagonista nella commedia della nostra vita.

Buongiorno Renato Pozzetto. Torniamo ai tuoi esordi: da giovane sfollato in tempo di guerra sei andato a Milano ed hai avuto successo. Quando hai capito che eri diventato famoso ?

“Tutto è avvenuto un po’ per volta. Ho iniziato nelle osterie. Poi il cabaret: il Cap 64 in Porta Romana, a Milano. Dopo un anno e mezzo, Enzo Jannacci, con cui lavoravo, ricevette una proposta dal proprietario del Derby, locale notturno dove già suonava il jazz Enrico Intra. Cosi’ è iniziata la avventura del nostro gruppo di artisti: me, l’ amico e collega Cochi Ponzoni, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Felice Andreasi, Bruno Lauzi. Nel 1968 ci notò la RAI e registrammo la trasmissione “Quelli della domenica”. Ci avevano scritturato per sei puntate: finimmo per farne ventiquattro. La trasmissione andava bene. Andando per strada la gente iniziò a riconoscerci e ci fermava”.

Renato, come nascono tutti i giochi di parole che hai inventato? Pensiamo alla canzone “La vita l’è bela, basta avere un’ ombrella che ti ripara la testa”. da dove deriva il tuo genio comico?

“E’ semplice: ho sempre frequentato persone con le quali mi divertivo. Già da Gattullo, un bar di Milano, a Porta Ludovica, mi trovavo con i miei amici. Eravamo un gruppo di persone che aveva un suo modo di colloquiare, che si inventavano un umorismo dialettico tutto nuovo. Per esempio: appena diciottenne, con loro mi ero inventato l’ “ufficio facce”. Era un nostro ufficio immaginario dove facevamo commenti sui clienti che entravano nel bar: li giudicavamo con molta ironia. Avevamo anche dei modi di dire particolari: come “cioè”, oppure “praticamente”. Sono parole che ho sempre proposto con ilarità. Nei miei spettacoli le citavo perché ne risaltasse la esagerazione umoristica, per fare ridere. Queste trovate ci servivano richiamare il pubblico, sorprenderlo, divertirlo, in somma: per lavorare. Così iniziammo a fare anche con le nostre canzoni, come “La gallina”, “La canzone intelligente”.

Lo facevamo per distinguerci, per fare qualcosa di nuovo e divertire”.

Come hai vissuto il Sessantotto, periodo di novità e cambiamenti?

“Il Sessantotto lo ho vissuto in un modo tutto sommato normale. Io ed i miei amici lavoravamo con Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Dario Fo. La sera cantavamo tutti insieme. Quando è arrivato il Sessantotto eravamo nel mondo del cabaret già da quattro anni. Passavano le giornate a provare gli spettacoli, ad inventarci nuove idee. Nessuno mai si immaginava che in futuro qualcuno di noi avrebbe potuto avere successo. Eravamo fatti così: il mondo del cabaret era la nostra casa. La nostra vita. Ci esibivamo in locali modesti, senza alcuna scenografia teatrale. C’era solo una pedana, un pianoforte. Io mi dovevo inventare lo spettacolo. A quei tempi la vita degli artisti di cabaret era una esistenza povera, senza illusioni”.

Vi accorgevate che la società stava cambiando?

“A noi bastava che il pubblico venisse a vederci e si divertisse: tutti qui. Tuttavia ad un certo punto iniziammo a notare che il locale veniva continuamente ingrandito. Ai nostri esordi ospitava al massimo cinquanta persone. Con il passare del tempo, arrivammo anche a duecento spettatori per sera. Poi la gente inizio’ a prenotare i posti per i nostri spettacoli, addirittura con un mese di anticipo. Per vederci, i clienti iniziarono a venire da fuori città: da Torino, da Bergamo, da Brescia, dal Veneto, poi anche da più lontano. Però, malgrado tutto, la nostra vita continuava a scorrere come sempre, in modo normale. Il successo per noi è arrivato a poco a poco. E cosi’ sono stato chiamato in RAI, poi sono arrivato al cinema, dove per fortuna le cose sono andate sempre bene”.

Come è nato il tuo passaggio dal cinema alla televisione? Come ti sei trovato a passare dagli scantinati di periferia agli studi della Rai di Roma?

“Tra gli spettatori del nostro cabaret c’erano anche autori televisivi, come Italo Terzoli ed Enrico Vaime, della coppia artistica Terzoli & Vaime, che lavoravano a Roma per la RAI. Erano interessati alle nuove tendenze, alle novità. Noi del cabaret siamo piaciuti e ci hanno chiamato in Tv. Prima con poche apparizioni. Poi iniziarono ad affidarci uno spazio sempre maggiore. Come sempre, anche la mia carriera in televisione si è sviluppata progressivamente. In ogni caso, noi eravamo già abituati al contatto con il pubblico. Al cabaret la gente ci avvicinava, faceva i complimenti, ci offriva una bottiglia, esprimeva gratitudine con un gesto, una frase. Ma c’era anche chi semplicemente era curioso di noi. Come il pittore Lucio Fontana ed i suo gruppo di amici, che spesso venivano ad ascoltarci all’osteria. Tutto si è sviluppato in modo graduale. Lo stesso è successo per il mio debutto al cinema. Fai un film, poi vai a vederlo. Se è venuto bene ti senti soddisfatto: e continui. A me è capitato proprio così. Il mio successo ha portato fortuna anche al mio amico Cochi Ponzoni, agli altri miei colleghi del cabaret, a tante altre persone. E ne sono veramente contento, indifferentemente dal fatto un film possa avere avuto più o meno successo.

Successo o insuccesso, queste sono le regole del gioco e fa parte del nostro mestiere”.

Come ti sei trovato a lavorare con gli altri grandi attori del cinema italiano ?

“Con molti ho lavorato alla pari. Con altri ho lavorato, ma capivo che ero io il protagonista, era con me che si voleva girare il film. Per esempio: quando ho recitato con Adriano Celentano io ho recitato alla pari. Lavorando con me lui iniziò a parlare un linguaggio che apparteneva anche a me e che nei nostri film abbiamo condiviso. Sino a quel momento lui aveva avuto un suo modo di proporsi al pubblico, ed io il mio. Comunque, anche sul set tutto si è sempre svolto in modo normale. Già ai tempi del cabaret io mi ero abituato al successo popolare: averlo avuto anche al cinema per me è stata una semplice conseguenza. Le prime volte mi sono sorpreso. Poi ci ho fatto l’abitudine. Ed anche il cinema è diventato il mio mestiere. Non ho particolari aneddoti da ricordare delle mie esperienze sul set. Tutto fa parte di un film: dentro e fuori dalle scene. Il mio impegno è sempre stato di offrire al pubblico un buon prodotto”.

Tu eri molto amico anche di Paolo Villaggio. Ricordi la serie dei tre film “Le comiche” che hai recitato con lui?

“Lo ammetto: ho preso un po’ sottogamba quel tipo di pellicole. Come genere apparteneva più a Villaggio. Io ho partecipato, ma quel tipo di film erano scritti soprattutto per lui: c’era un umorismo fatto di gag, di smorfie, di ruzzoloni. Sono comunque contento che quei film abbiano avuto un ottimo successo di pubblico”.

Alcuni tuoi colleghi hanno osservato che la televisione italiana degli anni d’oro ha coinciso con gli anni Sessanta, inizio anni Settanta: è proprio il periodo in cui i tuoi spettacoli diventarono popolarissimi …

“E’ vero. Ma la nostra recitazione ed in particolare le nostre canzoni debbono molto anche ad Enzo Jannacci. Noi raccontavamo in modo serio dei fatti che erano umoristici. Per esempio: la canzone “La vita l’è bela”, ricorda in modo scherzoso che la vita è facile quando hai qualcuno che ti protegge, che ti tiene aperto l’ombrello sopra la testa. Derideva quelli che per fare il proprio mestiere si appoggiavano alla politica ed ai partiti. Questo è il modo in cui noi lavoravamo nei nostri spettacoli: con un nostro linguaggio e le nostre intuizioni. Non vedo eredi a questo mio modo surreale di presentare le cose, che comunque rimane una forma sempre molto impegnativa di descrivere la realtà”.

Cosa ancora vorresti vedere in televisione?

“Non so. Confesso che per me il mondo dello spettacolo non è tutto. Oltre ad essere un personaggio pubblico, ho sempre mantenuto anche una mia vita privata. Quarant’anni fa, insieme a mio fratello, ho acquistato una cascina che ho trasformato in quella che oggi è la Locanda Pozzetto, albergo e un ristorante, ben frequentata dai turisti e dagli appassionati di buona cucina. Quindi: al di fuori dello spettacolo ho una mia vita che non ho mai diviso con il lavoro”.

Veniamo al futuro. Cominciamo con i tuoi impegni professionali: cosa ci stai preparando?

“Andiamo con ordine. Innanzitutto sto lavorando ad un film, anche se non sono ancora certo che si farà. Per il momento il titolo è: “Una mucca in paradiso”. Mi incontro spesso con l’architetto Stefano Boeri, che a Milano ha progettato i palazzi del Bosco Verticale, dove ha inserito spazi verdi ad ogni piano, per ogni appartamento. Nel 2015 il Council on Tall Buildings and Urban Habitat di Chicago li riconosciuti i grattacieli più belli ed innovativi del mondo. La trama di questo film è moderna ma sempre surreale. Un contadino viene assunto da un milionario per accudire il prato del suo appartamento nei palazzi del Bosco Verticale. Porta una mucca in casa e avrà fortuna vendendo agli inquilini del grattacielo il buon latte ed i formaggi freschi prodotti dalla mucca. La parte comica nasce dalla contrapposizione tra il personaggio del contadino, che rappresenta i valori tradizionali, e la nostra società che sia pure ultra moderna, rimane comunque sensibile al richiamo di una realtà genuina e semplice”.

E in Teatro?

“Sto per iniziare una serie di spettacoli. Riproporrò le mie canzoni, alcune novità, e spezzoni dei miei film, come il “Ragazzo di Campagna” ed “E’ arrivato mio fratello”. Sono sempre molto apprezzati dal pubblico”.

Cosa c’è nel tuo privato?

“Sto lavorando con l’architetto Stefano Boeri, che ora è anche direttore della Triennale di Milano. Stiamo cercando di proporre un partenariato fra La Triennale di Milano ed il Festival di Locarno. Ho anche molti contatti con gli Stati Uniti. Mia nipote, Micaela Pozzetto, che affettuosamente saluto con questa mia intervista, vive a New York, dove ha sposato un dirigente d’azienda. Ma ogni estate, credetemi, viene sempre a trovarmi, qui in Italia. Per stare insieme alla sua famiglia”.

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