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Eleonora Micali, dalla Sicilia a New York con una “musa” speciale: la nonna

A New York l'attrice arriva con “Una donna fantasiusa” un monologo, anzi un “nonologo”, in scena il 10 novembre sul palcoscenico della F.I.A.O

Eleonora Micali.

“Non c’è confine tra il palcoscenico e la mia vita", dice Eleonora. "Recitare é prima di tutto un’esigenza per me, è linfa vitale. Io sono nata con il dono di trasmettere emozioni, un dono che diventa una missione quando sono sul palcoscenico”

Da bambina si nascondeva sotto il tavolo e popolava la sua fantasia con storie, personaggi e dialoghi. Da Lentini, piccolo paese in provincia di Siracusa, famoso per le sue arance, Eleonora Micali, attrice siciliana, di strada ne ha fatta. Folgorata sulla via della recitazione a 11 anni, quando si innamora delle telenovelas e di Grecia Colmenares, Eleonora lascia la sua terra per Roma. Qui studia recitazione all’Accademia “ La Scaletta” e divide 17 anni di carriera tra teatro e televisione. L’abbiamo vista nel teatro greco di Siracusa per le “Trachinie” di Sofocle ma anche in “Squadra Antimafia 1”, “Le ultime 56 ore”, “Butta la Luna 2”.

A New York arriva con “Una donna fantasiusa” un monologo, anzi un “nonologo” scritto dal regista romano Stefano Maria Palmitessa che debutterà sul palcoscenico della F.I.A.O il 10 novembre. Un testo dedicato alla nonna che parte dalla vita di Eleonora, dalle sue esperienze, per diventare cabaret d’avanguardia e sconfinare nella sperimentazione linguistica.

La siciliana dagli occhi azzurri, che qualcuno ha paragonato a Mariangela Melato per il temperamento e a Monica Vitti per la voce, assegna al teatro e alla recitazione una missione sociale, umana, mentre il suo sogno americano è quello di “Off-Broadway” e del grande cinema. “Non c’è confine tra il palcoscenico e la mia vita”, dice Eleonora. “Recitare é prima di tutto un’esigenza per me, è linfa vitale. Io sono nata con il dono di trasmettere emozioni, un dono che diventa una missione quando sono sul palcoscenico”.

Hai detto di aver dedicato questo “Nonologo” a tua nonna, un punto di riferimento nella tua vita. Nel testo ci sono altre donne, quelle della tua famiglia, le amiche. Gli uomini sono  marginali. Come mai?
“Mia nonna è stato un punto di riferimento importante nella mia vita perchè è stata lei ad occuparsi di me mentre mia mamma era al lavoro. Una donna siciliana minuta ma forte, determinata, che mi ha sempre ispirato. Una donna di altri tempi che ha cresciuto da sola quattro figli con coraggio. Quella stessa determinazione nelle scelte e nel temperamento che mia madre, ribattezzata da noi “la  marescialla” ha ereditato. E poi ci sono le mie sorelle. Si, insomma un monologo dedicato alle donne e alla nostra tenacia, alle nostre capacità, intuizione. Gli uomini ci sono ma hanno ruoli diversi. Ma soprattutto, non posso non ringraziare con questo lavoro l’uomo più importante della mia vita: mio padre. Lui mi capisce in profondità perchè come me ha l’animo da artista e ha sempre appoggiato le mie scelte. Se da mia mamma ho ereditato la determinazione, da mio padre la vocazione artistica”.

Un “one woman-show” questo tuo “Una donna fantasiusa”, che prende spunto da episodi e personaggi che fanno parte della tua vita, per trasformarsi poi in una sorta di memoir da palcoscenico, al confine con il cabaret.
“Il cabaret dell’avanspettacolo, quello degli anni Sessanta e Settanta dove il pubblico è partecipe, con un testo che vuole essere sperimentale e attingere al teatro di ricerca. Questo lavoro nasce in Italia mentre attendevo la mia petizione per la green card e ho pensato ad un monologo per gli italo-americani di NY ma anche per gli italiani, gli americani curiosi. Volevo portare qualcosa legato alla mia Sicilia anche se poi il testo va oltre i confini dell’Isola. Un testo comico, se volete,  ma anche drammatico, perchè, come è noto, la comicità nasce dal dramma”.

Interessante è anche l’uso della lingua, dall’italiano al siciliano, passando per il napoletano e romanesco. Una scelta non semplicemente stilistica.
“Una scelta dovuta, direi, visto che il “nonologo” racconta episodi e persone della mia vita, che il regista Stefano Maria Palmitessa, ha poi trasferito in un testo teatrale sperimentale, drammatico e comico allo stesso tempo. Dalla Sicilia, la mia terra, dove ho vissuto fino ai miei diciotto anni, a Roma, dove ho studiato teatro e ho lavorato come attrice per 17 anni. Napoli, una città a cui sono legata. Vita  e palcoscenico si mescolano, diventano un tutt’uno, perché è questa la mia vita, fatta di aneddoti, fatti, surreali, personaggi teatrali, dramma e comicità. Non c’è confine tra il palcoscenico e la mia vita”.

Il riferimento a Nanà di Emile Zola è solo casuale? Cosa rappresenta per te quel testo?
“Non proprio casuale. La mia amica Lidia mi ha regalato quel libro dicendo che trovava delle forti connessioni tra me e Nanà, perchè entrambe siamo donne che abbiamo faticato molto per il nostro lavoro; siamo determinate, caparbie. Io sono partita da zero, non vengo da una famiglia che lavora nel mondo dello spettacolo, vengo da un paesino siciliano in provincia di Siracusa e ho costruito la  mia carriera da sola e con le mie forze”.

Un lavoro difficile, dicevi, quello dell’attrice, e qui tocchiamo un tasto delicato che non può non richiamare al movimento #metoo che è partito  proprio dalle attrici.
“Non è stato e non è per niente facile fare questo lavoro se soprattutto sei donna, giovane e bella. Sono troppe le scorciatoie e i compromessi che ti vengono offerti. In Italia, quando ho capito di avere raggiunto gli obiettivi che mi ero imposta, ho anche realizzato che se volevo fare di più non avrei potuto per due motivi: non vengo da una famiglia che lavora in questo settore, e sappiamo che in Italia il familismo domina in tutti i campi, non sono disposta a scendere a compromessi, Per questo ho deciso di trasferirmi a New York”.

Hai detto che volevi  fare l’attrice già a 4 anni e che avevi una fervida immaginazione. Cosa significa per te recitare e chi sono i tuoi punti di riferimento?
“Non si direbbe ma io sono timidissima. Lo ero ancora di più da bambina quando mi nascondevo sotto il tavolo ogni volta che qualcuno veniva a casa. Sin da piccolissima mi divertivo a creare storie, interpretare personaggi quando giocavo con le bambole. Già a quattro anni calcavo i placoscenici dei teatri e delle scuole di Lentini. La folgorazione avvenne a 11 anni, durante il periodo delle soap opera argentine. Allora era Grecia Colmenares la mia eroina e fu vedendo lei in televisione che decisi che da grande avrei fatto l’attrice. Come racconto nel mio monologo,  la chiamai addirittura in Argentina e chiesi a suo marito di voler parlare con lei. Due grandi attrici italiane sono per me un punto di riferimento importante: Monica Vitti e Mariangela Melato, con cui ho fatto un provino mentre non posso non citare Marcello Mastroianni, unico, Morgan Freeman, Meryl Streep, questi ultimi  tra gli attori americani. Qualcuno parlando di me ha detto “Eleonora Micali , la voce di Monica Vitti e il temperamento di  Mariangela Melato”. Il più bel complimento che abbia mai ricevuto”.

Vieni dal teatro ma ti abbiamo vista in televisione lavorare con registi come Claudio Fragrasso nel film “Le ultime 56 ore”, “Butta la luna 2” di Vittorio Sindoni, “Squadra Antimafia 1”, “Pupi e Pupari di Francesco Auteri, per citarne alcuni. Ti senti più a tuo agio in un palcoscenico a davanti le telecamere?
“La mia formazione teatrale è un punto di partenza molto forte. Ho studiato diversi metodi, da quello Staninslasky a Starsberg,  mi considero un’attrice completa perché ho affrontato diversi generi teatrali: il cabaret, le tragedie greche, il teatro moderno, quello sperimentale, monologhi drammatici. La formazione teatrale ti permette di poter passare all’esperienza televisiva e cinematografica con facilità e competenza. Certo, il teatro ti coinvolge pienamente e devi tenere conto di due fattori: la presenza scenica e il rapporto con il pubblico. Le telecamere ti consentono di esprimere la tua arte in maniera diversa ma non per questo non mi sento a mio agio, anche se ritengo che la vera scuola di vita è il teatro . In televisione ho lavorato con attori come Luigi Maria Burruano, immenso, grande, Nino Frassica, Ninni Bruschetta, Claudio Gioè, Sebastiano Somma, Vittoria Belvedere e Simona Cavallari. Con Simona è nata una bellissima amicizia fuori dal set. Entrambe condividiamo la carriera di attrice e la fede buddista”.

Quale funzione assegni allora alla recitazione?
“Recitare é prima di tutto un’esigenza per me, è linfa vitale. Io sono nata con il dono di trasmettere emozioni, un dono che diventa una missione quando sono sul palcoscenico. Voglio portare le persone a riflettere, pensare, stare con i piedi per terra. Una missione umana, sociale quella che assegno al teatro”.

Quasi due anni fa sei arrivata a New York, con un sogno americano in valigia
“A New York ero stata la prima volta nel 2013 quando ho frequentato I corsi teatrali con John Strasberg e subito ho capito che è qui che volevo venire a lavorare come attrice e vivere. Sono arrivata davvero come molti migranti di fine Ottocento: con la valigia di cartone, pochi soldi, senza parlare l’inglese, senza conoscere nessuno. In America voglio crescere come attrice, confrontarmi con generi nuovi come il teatro sperimentale. Mi interessa molto “Off-Broadway”, il teatro sperimentale, di ricerca. E poi non posso negare che sono qui anche per fare cinema con i grandi registi americani. Questo richiede molto studio, lavoro, dedizione. Intanto, con il regista  Palmitessa stiamo lavorando al sequel di “Una donna fantasiusa”. Sarà un “Manhattologo” e raccontera’ le mie vicende a Manhattan, i personaggi che ho incontrato. Ancora una volta non c’è confine tra la mia vita e il palcoscenico e come diceva il grande Eduardo: “devi recitare non recitando”.

E cosa pensano oggi nella tua Lentini?
“Mi chiamano A’ mericana. Mia madre è sempre stata di poche parole e non si esprime molto ma so che è contenta. Quando le dissi che avrei voluto fare l’attrice fu contrariata e ha continuato a ripetermi ”ora cercati un lavoro vero”. Mio padre, che voleva fare l’attore da ragazzo, invece mi ha sempre supportato. All’inizio era preoccupato quando sono partita per gli Stati Uniti, oggi è orgoglioso di me. Quando al bar dove va ogni giorno gli dicono ‘te l’ho detto che tua figlia sarebbe diventata un’attrice’, gli vengono le lacrime agli occhi”.

Il giorno 10 novembre presso il Centro F.I.A.O.

“UNA DONNA FANTASIUSA-UN NONOLOGO”.

I biglietti potete acquistarli qui

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