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Il Nuovo Cinema Italiano nella Bay Area: conquistano i film di impronta sociale

Tra i film meglio accolti al Vogue Theater di San Francisco, "As needed" di Francesco Falaschi e “Easy” di Andrea Magnani (Premio City of Florence)

Andrea Magnani, regista di Easy, premiato sul palco.

Quest’anno il filo conduttore del Festival è stato di impronta sociale, dai film ai documentari, si parla di giovani immersi in realtà difficili e criminali, di problemi burocratici, di crisi di coscienza, di solitudine, di viaggi in terre dure ed estreme che sono poi l’occasione per ritrovare se stessi

Il Vogue Theater di San Francisco ha registrato tanti sold out in occasione del Festival del Nuovo Cinema Italiano  (N.I.C.E) portato nella Bay Area da Viviana del Bianco e Sabina Viti. Una tradizione che dal 1991 si conferma un canale fondamentale per far conoscere all’estero alcuni fra i migliori registi italiani emergenti.

Il Festival si è aperto con il film “As needed” (Quanto Basta) del grossetano Francesco Falaschi, ricevuto con molto entusiasmo dal pubblico, un film di cui abbiamo già avuto l’occasione di parlare e che tocca un tema come l’autismo in maniera delicata, divertente e soprattutto piena di ottimismo e speranza. Uno chef con problemi di aggressività interpretato da Vinicio Marchioni si ritrova, dopo essere uscito dal carcere, in una comunità di ragazzi affetti da problemi neurologici e seguiti dalla bella psicologa Valeria Solarino. Fra ricette toscane, cibo, resistenze e iniziali difficoltà, nasce una forte amicizia fra il famoso chef e uno dei ragazzi della comunità, che soffre di sindrome di Asperger, interpretato dal bravo Luigi Fedele. L’amicizia e l’amore saranno le loro medicine, saranno gli unici mezzi per ritrovare quel calore umano di cui hanno bisogno, per migliorare entrambi e dar loro speranza.

Francesco Falaschi e Gianmarco D’Agostino.

Sono stati sei i film in competizione per il City of Florence Awards: “L’assoluto presente” di Fabio Martina, un thriller ambientato a Milano, dalle tinte fredde e crudeli; “Manuel” di Dario Albertini, che narra di un ragazzo che esce da un Istituto per minori per poi trovare ulteriori e maggiori difficolta’ nella vita reale; “Boys Cry” (La terra dell’abbastanza) di Fabio e Damiano D’Innocenzo , dove in una Roma violenta due giovani vivranno pochi momenti di effimera gloria; “The Last Prosecco” (Finché c’è prosecco c’è speranza)  di Antonio Padovan ; il corto “The whole world one step at the time” di Gianmarco D’Agostino, che descrive il grande lavoro fatto dall’associazione umanitaria il Filodijuta; “Easy” di Andrea Magnani, che narra lo straordinario viaggio di un uomo e di una bara. 

Il premio City of Florence, che viene deciso dal pubblico in sala tramite una votazione, è stato assegnato durante la serata conclusiva del Festival proprio ad “Easy” di Andrea Magnani, candidato anche a due David di Donatello. La premiazione ufficiale si terrà poi il 14 dicembre a Firenze.

Easy è il soprannome del protagonista, Isidoro, interpretato da uno straordinario Nicola Nocella, un ragazzone taciturno che vive chiuso nella sua stanza dei ricordi. Easy era infatti un bravissimo pilota, un vincente, ma poi ha iniziato a prender peso e ormail il suo unico sport sembra quello di imbottirsi di pasticche antidepressive. Suo fratello, interpretato da Libero de Rienzo, lo convince a portare un feretro, con dentro un operaio del suo cantiere morto per un incidente sul lavoro, dal Friuli all’Ucraina. Inizia così un surreale road movie dove un uomo che era stato fino allora chiuso in casa, si ritrova a piedi, disperso, con una bara come unico compagno di viaggio, in un paese straniero e a tratti ostile di cui, inoltre, non conosce la lingua. Sembra un incubo, ma sarà invece la sua salvezza. Easy, il perdente dall’apparenza buffa e impacciata, riesce a portare a compimento la sua personale odissea, un viaggio pieno di imprevisti come un novello Ulisse che fra mille peripezie, sfortune e incidenti, incontrando umanità varia e riuscendo a comunicare emozioni e sentimenti anche senza parole, arriva finalmente a destinazione.

Viviana Dal Bianco e Nancy Fishman, produttrice.

Un film che fa sì molto ridere, ma anche commuovere e pensare, con delicatezza e poesia, lasciando lo spettatore davanti ad un finale aperto, dove Easy diventa l’artefice del suo futuro. Come lo stesso regista Magnani ci dice “Easy capisce che l’unica cosa che gli rimane nella vita è l’opportunità di vincere ancora”.

Merita attenzione anche “Boys Cry” (La Terra dell’abbondanza), che può definirsi come la risposta romana a Gomorra ed è l’opera prima dei fratelli D’Innocenzo. Un film durissimo e drammatico, dove i due protagonisti (Manolo e Mirko, interpretati dai bravissimi Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti) si ritrovano “killer per caso”, manovrati da una banda criminale senza scrupoli (il cui capo è interpretato da Luca Zingaretti) e sono immersi in una dura realtà di emarginazione e violenza. È uno spaccato molto realistico delle periferie, dove l’unico modo per riscattarsi dalla miseria è  svendere la  propria anima al crimine organizzato e riuscire a non pensare, ad essere distaccati dalla realtà per riuscire ad uccidere e a far del male. Max Tortora, che dopo i cinepanettoni sta provando di essere anche un ottimo attore drammatico, è il papà di Manolo, una figura inquietante per cinismo ma anche rassegnazione, mentre Milena Mancini è la mamma di Mirko, una donna che conserva ancora la sua  dignità, nonostante le enormi difficoltà economiche.

The Last Prosecco” (Finché c’è prosecco c’è speranza) di Antonio Padovan è un thiller molto raffinato in pieno stile Agatha Christie dove un sempre convincente Giuseppe Battiston è un ispettore un po’ maldestro e sottovalutato dal suo capo, sia per il suo modo di vestire trasandato che per il suo stile di vita. Il nostro ispettore, nonostante l’aspetto dimesso, ha però sempre delle giuste e geniali intuizioni che finiranno per districare la matassa di sentimenti e vendette legate alla bellissima terra del prosecco, la Valdobbiadene. Riuscirà a trovare il colpevole degli omicidi e chissà, forse anche qualcos’altro che potrà mitigare la solitudine della sua esistenza. Con i suoi curiosi personaggi e immagini di paesaggi pittoreschi, il film, tratto da un romanzo di Ervas, non delude.

Hotel Gagarin”, di Simone Spada, vede attori come Luca Argentero, Claudio Amendola, Philip Leroy,  e di nuovo, Giuseppe Battiston, nei panni dei protagonisti di uno scherzo del destino, una troupe di perdenti che un prodottore truffaldino porta in Armenia per girare un film. Un po’ Shining per la collocazione ambientale e un po’ commedia surreale, la storia narra di un incontro fra persone in crisi che vivranno loro malgrado una straordinaria avventura, fra guerra e poesia. 

Francesco Falaschi e Viviana Del Bianco.

Interessanti, in questa edizione del NICE, i molti documentari presentati, “The Last Italian Cowboys”, rappresentati dai butteri della Maremma Toscana, dipinti con affetto da Walter Bencini, che ne descrive l’eroismo e la solitudine, “The Call” (La convocazione) di Enrico Maisto che ci porta in Corte d’assise d’appello per assistere allo sgomento, alla paura e ai dubbi di chi è stato convocato per essere chiamato al dovere di servire come giudice popolare. Dover giudicare mafiosi, assassini, terroristi non è per tutti e la macchina da presa coglie i sussurri, le confessioni, le intime domande di tutti i convocati, diversi fra loro ma uniti dallo stesso destino, in attesa che i giudici decidano chi scegliere. Si crea così una palpabile tensione fra i possibili giudici popolari che sembra anticipare gia’ la tensione del processo stesso, quando quelle gabbie adesso vuote, si riempiranno di persone, di indagati, di pregiudicati, di chi si è macchiato di omicidio.

“Open to the public” (Aperti al pubblico) di Silvia Bellotti ci conduce sempre in un interno, che questa volta si tratta dell’Istituto che gestisce le case popolari a Napoli, dove nelle stanze affollate di cittadini alle prese con volture, sfratti, ingiustizie e furberie, assistiamo ad un intreccio di storie raccontate con un tocco di originalità e peculiarità tutta napoletana. L’austerità e le complicate problematiche della burocrazia lasciano ampio spazio ai rapporti umani e a divertenti scaramucce fra impiegati e cittadini, che mostrano relazioni umane che finiscono quasi sempre per andare oltre ai normali rapporti fra funzionario e utente.

Una menzione speciale per l’argomento trattato, merita il breve documentario “The Whole world one step at the time” di Gianmarco D’Agostino, che porta gli spettatori in Bangadlesh, in un villaggio poverissimo come Kolisha, dove il 70% degli abitanti non puo’ pagarsi né l’educazione né la sanità. Qui opera una associazione con sede a Parma, il Filodijuta, che si occupa di aprire scuole e costruire purificatori per acqua potabile. I fondatori sono due italiani che hanno deciso di dedicare la loro esistenza a questo progetto: Alessandro Mossini e Rudy Bernabini (che ha aperto l’associazione Pang’ono Pang’ono in collaborazione con Filodijuta).

Nella loro coloratissima e allegra casa famiglia oggi ospitano 15 bambini orfani (alcuni con disabilità) e sono arrivati ad oltre 800 i ragazzi che frequentano le cinque scuole che il filodijuta ha costruito in una delle aree piu’ povere del paese. Per ognuno di questi bambini ognuno di noi può fare la differenza informandosi qui e aiutando con qualsiasi mezzo e qualsiasi cifra. Il regista D’Agostino racconta la sua esperienza in Bangladesh e non nasconde la commozione per ciò che ha visto mentre girava il corto. Un girone infernale, dove tantissimi non vivono ma sopravvivono e tanti sono lasciati soli, in povertà abbandono. Oltre alla disperazione ha però incontrato anche una fortissima umanità e  speranza nei sorrisi felici dei bambini. Uno di questi meravigliosi sorrisi appare nello spot che il regista ha girato per il filodijuta e che gli è valso numerosi premi della critica.

Quest’anno il filo conduttore del Festival è stato di impronta sociale, dai film ai documentari, si parla di giovani immersi in realtà difficili e criminali, di problemi burocratici, di crisi di coscienza, di solitudine, di viaggi in terre dure ed estreme che sono poi l’occasione per ritrovare se stessi.

La stessa produttrice Nancy Fishman parla quasi di un moderno “neorealismo”. Questa edizione del New Italian Cinema nella Bay Area è stata possibile grazie alle grandi capacità organizzative di Viviana del Bianco e Serena Viti, al Consolato Generale di San Francisco, a Franca Cavallaro e Manlio Gullotta dell’Istituto Italiano di San Francisco, alla produttrice del Festival Nancy Fishman, che crede ormai da anni nel cinema italiano e gestisce le interessanti Q&A con i registi e ai registi intervenuti Francesco Falaschi, Gianmarco D’Agostino ( che ha anche parlato del Filodijuta a La Scuola Italiana di San Francisco) e ad Andrea Magnani, vincitore del City of Florence Award 2018.

Il NICE si è svolto in contemporanea anche a Philadelphia, con le proiezioni di As Needed, The Last Prosecco, Easy, Manuel, Boys Cry, The Call, Hotel Gagarin, ShortGood Tiding grazie al prof. Nicola Gentili, e continuerà a New York dal 3-5 dicembre.

Per maggiori informazioni visitate il sito.

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