Cerca

SpettacoloSpettacolo

Commenti: Vai ai commenti

Con la Turandot il Teatro Massimo di Palermo porta l’Opera… nel futuro

Con il nuovo allestimento del capolavoro di Puccini, con tanto di scenografia realizzata al computer, Palermo è tra le capitali creative dell’Opera

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

ph © Rosellina Garbo 2019

© Franco Lannino

Il palco reale ©Franco Lannino IMG_8560

© Franco Lannino

© Rosellina Garbo

© Rosellina Garbo

Come in tutte le sperimentazioni, non sono mancate contestazioni alla fine della prima rappresentazione, anche se tutti sono stati d’accordo sull’alta qualità delle immagini proposte e dell’alto livello dell’esecuzione da un punto di vista musicale. Immagini, infatti, protagoniste, sofisticatissime e coloratissime, realizzate al computer invece delle scene costruite da quelle abilissime maestranze artigiane di cui i teatri d’opera vanno ancora oggi giustamente fieri

Frutto di una collaborazione internazionale, la Turandot con cui il Teatro Massimo di Palermo ha aperto la stagione 2019 di opere e balletti è anche una riflessione sull’attualità dell’opera oggi e su come rinnovarne la sua potenza espressiva e di coinvolgimento per un pubblico contemporaneo. Come in tutte le sperimentazioni, non sono mancate delle contestazioni alla fine della prima rappresentazione, anche se tutti sono stati d’accordo sull’alta qualità delle immagini proposte e dell’alto livello dell’esecuzione da un punto di vista musicale. Immagini, infatti, protagoniste, sofisticatissime e coloratissime, realizzate al computer invece delle scene costruite da quelle abilissime maestranze artigiane di cui i teatri d’opera vanno ancora oggi giustamente fieri. Le scene tradizionali, fisiche, sono state limitate infatti a poche realizzazioni quali le pedane rosso lacca su cui disporre il coro o i tre Ministri oppure, ancora, il trono-macchina in cui è intubato il vecchio Imperatore.

Video, scene e costumi dello spettacolo sono stati invece creati dal collettivo di videoartisti russi AES+F e lo sforzo produttivo è stato condiviso con il Teatro Comunale di Bologna, il tedesco Badisches Staatstheater di Karlsruhe e in partnership con il Lakhta Center di San Pietroburgo. La regia è di Fabio Cherstich, autore anche del concept dello spettacolo insieme agli AES+F, gruppo nato nel 1987 che si è fatto conoscere a livello internazionale alla Biennale d’arte contemporanea di Venezia del 2007 con un video, Last Riot, di grande originalità, provocatorio e poetico allo stesso tempo. Turandot è stata da loro ambientata non in una favolistica ed esotica Pechino che fu, come il libretto suggerisce, ma in una immaginaria Cina del futuro che riesce a far convivere navicelle spaziali e draghi volanti  – un drago rosso tridimensionale, bellissimo, con cui arriva la principessa Turandot, una delle realizzazioni digitali più riuscite dello spettacolo – su uno sfondo di metropoli del futuro tutta luci e colori (di pubblicità?), con robot-boia dalle sembianze di filiformi, delicatissime, candide fanciulle dalle tante braccia che però attanagliano e alla fine uccidono.

Rimandi ai tentacoli di polpi, ma c’è anche una specie di seppia dalle mille teste, che sono anche riferimenti al potere  e che ben si combinano all’uniformità con cui è vestito il popolo e i ministri, malgrado i colori squillanti, popolo che continua a sventolare bandierine in omaggio ai capi totalitari di turno. Immagini dal fortissimo impatto, che fondono fantasia e realtà, combinando a loro interno ragazzi e ragazze filmati per rappresentare, rispettivamente, gli sfortunati principi condannati a morte perché non sono riusciti a risolvere gli indovinelli di Turandot, e le antiche principesse violate dai conquistatori del potere che Turandot sente il dovere di vendicare con il suo modo di fare crudele. Immagini affascinanti, a tratti davvero poetiche, anche se infine con qualche ripetizione di troppo,  che rischiano però di distogliere l’attenzione dalla musica e dal canto facendoli sembrare solo l’accompagnamento musicale di un videogioco d’artisti d’avanguardia.

Nella parte di Turandot il soprano ucraino Tatiana Melnychenko, al debutto nel ruolo, tutta vestita d’argento, voce potente ma usata al limite, non omogenea dunque e con qualche difficoltà,  e in modo un po’ troppo freddo. Debutto invece europeo nella parte di Calaf per il tenore americano Brian Jagde, qui proposto in mimetica, voce adeguata ma inizialmente un po’ contratta e aspra, ma che si libera, ammorbidisce e convince di più nelle scene finali dell’opera a cominciare dagli indovinelli.  Liù, vestita da crocerossina, è il soprano napoletano Valeria Sepe, molto melodiosa e doce, commuove e strappa applausi convinti. I tre ministri sono Vincenzo Taormina (Ping), Francesco Marsiglia (Pang) e Manuel Pierattelli (Pong), vocalmente gobili ma un po’ penalizzati dall’essere trasformati in una sorta di commessi viaggiatori con valigetta d’ordinanza tutti di rosso vestiti. Tutti i costumi, in generale, convincono poco, apparendo come semplificazioni fumettistiche non ben integrate con la complessità che appare sugli schermi.

Il basso Simon Orfila è un credibile Timur; negli altri ruoli Antonello Ceron (Altoum e Principe di Persia), e Luciano Roberti come un autorevole Mandarino. Previsto anche un secondo cast in alternanza per i ruoli principali. Ottima prova del coro diretto da Piero Monti, molto ben eseguita in particolare il pianissimo di “Nessun dorma”.  Bene anche il coro di voci bianche diretto da Salvatore Punturo. La conduzione del maestro Gabrielle Ferro rende bene la modernità, che implica contrasti accesi, dell’ultimo lavoro di Puccini in particolare mettendo ben in evidenza, con esemplare nettezza, le percussioni.

Alla prima è intervenuto il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, che la mattina seguente ha fatto visita alla fattoria comunitaria di Danisinni, una delle zone più povere e degradate del centro storico di Palermo, dove il Teatro Massimo lo scorso settembre ha realizzato uno spettacolo, “L’elisir di Danisinni” (chiaro il riferimento all’opera “L’Elisir d’Amore” di Donizetti,)  con lo stesso regista della Turandot, Fabio Cherstich, e in cui gli abitanti stessi del rione sono stati protagonisti. «Questo splendido allestimento di Turandot per la prima della stagione del Teatro Massimo – ha dichiarato il presidente della Fondazione Teatro Massimo Leoluca Orlando – è la conferma, dopo l’anno di Palermo Capitale Italiana della cultura, di Palermo che coglie la sfida di coniugare la tradizione lirica e l’innovazione, proiettandosi così nel futuro. Lo straordinario lavoro di AES+F, che rappresenta la novità, si accompagna oggi al ritorno al suo posto dopo il restauro del sipario di Giuseppe Sciuti, un’altra tappa del cammino di questo teatro che trasforma il passato in futuro».

Repliche di Turandot fino al 27 gennaio, poi si proseguità con una stagione che comprende altre 9 opere e 3 balletti, con un totale di sei nuove produzioni, filo conduttore il tema del viaggio che trasforma.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter