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“Farfalle” di Aldrovandi: il cammino di crescita di due sorelle in scena a New York

Intervista a Emanuele Aldrovandi, regista pluripremiato per lo spettacolo in scena a New York fino all'8 giugno, allo spazio The Tank

Emanuele Aldrovandi.

“Butterflies”, la cui traduzione del testo in inglese è stata affidata alla sensibilità brillante di Carlotta Brentan, ripercorre gli episodi più significativi della vita di due sorelle. Le due usano per giocare un fermaglio per capelli adornato da una farfalla. A turni, chi lo tiene in mano, ordina all’altra di fare qualcosa. È un gioco semplice, ma che sembra legato a una cerimonia antica, una danza di guerra o una manifestazione di gioia, di dolore, una via di espressione libera. E non c’è limite alla fantasia, al divertimento e alla crudeltà. Il passatempo innocente che le tiene legate sin da bambine negli anni si trasforma nel perverso e pericoloso gioco di due donne che si trovano impreparate ad accettare le loro individuali scelte di vita, un gioco al massacro che non fa distinzione tra obblighi e verità. Crescendo, infatti, le richieste che si impongono tra loro si fanno sempre più azzardate e diventano un’arma manipolatoria gestita dalla gelosia dell’una verso l’altra

Emanuele Aldrovandi, drammaturgo, regista, sceneggiatore, nasce a Reggio Emilia nel 1985. È un giovane con una capacità di scrittura rara e matura, vincitore negli anni dei maggiori premi drammaturgici italiani. “Farfalle”, spettacolo con cui vince il premio Hystrio nel 2015 e il Mario Fratti Award nel 2016 è in scena a New York con la regia di Jay Stern fino all’8 giugno allo spazio The Tank, supportato dall’Istituto Italiano di Cultura e presentato da una realtà importante come Kairos Italy Theater, che ha sempre saputo riconoscere i maggiori talenti creativi nel panorama teatrale italiano.

“Butterflies”, la cui traduzione del testo in inglese è stata affidata alla sensibilità brillante di Carlotta Brentan, ripercorre gli episodi più significativi della vita di due sorelle. Le due usano per giocare un fermaglio per capelli adornato da una farfalla. A turni, chi lo tiene in mano, ordina all’altra di fare qualcosa. È un gioco semplice, ma che sembra legato a una cerimonia antica, una danza di guerra o una manifestazione di gioia, di dolore, una via di espressione libera. E non c’è limite alla fantasia, al divertimento e alla crudeltà. Il passatempo innocente che le tiene legate sin da bambine negli anni si trasforma nel perverso e pericoloso gioco di due donne che si trovano impreparate ad accettare le loro individuali scelte di vita, un gioco al massacro che non fa distinzione tra obblighi e verità. Crescendo, infatti, le richieste che si impongono tra loro si fanno sempre più azzardate e diventano un’arma manipolatoria gestita dalla gelosia dell’una verso l’altra.

“È il mio turno per giocare” è l’occasione, l’alibi con cui decidere di volersi bene o di vendicarsi per qualcosa, per poi tornare a volersi bene o a vendicarsi ancora di più. Le ragazze si intercambiano così la carica emotiva, diventano l’una il colore complementare dell’altra, la sister bruna e la sister bionda, il cui legame rimane comunque morbosamente indissolubile. Due sorelle diverse, ma uguali, che parlano lo stesso linguaggio, che hanno lo stesso sangue, ma anime differenti. La barriera che ci separa dal mondo che si sono create è una linea segnata per terra con un gessetto bianco, che allude ai giochi d’infanzia, come a delimitare dei confini non concessi ad altri, che segna i muri di un piccolo spazio esclusivo, di un monolocale, i cui mobili in miniatura fanno pensare a una casa di bambole, ma che è anche un ring in cui si svolge una sfida rituale di odio e d’amore. In un’ora e mezza di ritmo costante e di efficaci colpi di scena riusciamo bene a percepire quale sia il valore delle loro vite e del tempo che attaversa i loro anni tra dolori, figli, lutti e gioie manifeste. 

Non c’è niente di stabile e certo nella nostra esistenza. Tutto è fragile come una crisalide ancorata a una foglia o ad un ramoscello attraverso un fitto intreccio di fili di seta. All’interno di essa avvengono delle trasformazioni profonde che conducono alla formazione della farfalla. La fase adulta di alcune specie può durare anche solo cinque minuti. Durante quel breve lasso di tempo, maschio e femmina si accoppiano, la femmina deposita le uova e poi entrambi i partner muoiono. Seppur non troviamo un vero senso a quella che è la loro vita continuiamo ad esserne affascinati per la loro bellezza, per i colori vividi che ostentano ad ogni battito d’ali, per l’idea che ci danno di trasformazione e di libertà. Tutti i bruchi hanno l’urgenza di diventare farfalle, ma alcune, pur nella loro innegabile eleganza, sono figlie di una natura cosí effimera che è destinata a vivere per sempre o a morire in un attimo negli occhi indifferenti e inermi di chi le guarda. Perché il nostro destino, anche se incerto, in fondo lo determiniamo da soli con le nostre scelte e perché il futuro di chi ci sta accanto nasconde spesso il desiderio silente di qualcosa che vorremmo egoisticamente fosse solo per noi.

È una scrittura onesta quella di Aldrovandi, efficace, reale, che racconta la vita per quello che è, senza compromessi. Tratteggia i due personaggi femminili in modo convincente, concreto, complesso, senza inutili sbavature e realizza nella scrittura un susseguirsi di cause ed effetti per niente banali, con risvolti anche dark, le cui ombre lasciano il pubblico positivamente turbato, sorpreso a riflettere, senza che se lo aspetti. E che non sia solo un brillante drammaturgo, ma anche un’anima curiosa, una persona che non si ferma alle apparenze, in costante ricerca della profondità delle cose, lo abbiamo scoperto intervistandolo.

È la prima volta a New York? Cosa ne pensi?

“È la terza volta che vengo a New York. È una città che nell’immaginario del resto del mondo ha un fascino particolare e sto scoprendo sia cose positive che negative, per cui mi sento di dire che sì, l’erba del vicino è sempre più verde, ma anche che a volte si tratta di erba sintetica. È una città brutale, è molto competitiva per gli standard di vita molto alti e quasi nessuno che lavori nel mondo del teatro può mantenersi senza avere almeno un’altra occupazione. È una cosa sistematica e non so se questo faccia bene o male all’arte perché alla fine non ti rimane molto tempo per approfondire le cose. Una città che da tanto, ma chiede anche tanto in cambio. D’altra parte però trovo ci sia un alto rispetto per il lavoro degli artisti, che poi è un aspetto tipico della cultura anglosassone, dove il teatro per esempio si insegna nelle scuole”.

A questo proposito, come hai vissuto il rapporto con altri artisti qui, hai notato delle differenze rispetto all’Italia?

“Il rapporto tra persone che fanno il mio lavoro non è diverso da quello in Italia. Vorrei però capire quanto il mondo del teatro sia impermeabile o permeabile. In Italia il teatro è un mondo molto piccolo e si conoscono tutti tra di loro, ma è permeabile, cioè impegnandosi, con costanza, col lavoro e col sacrificio si riesce nel tempo ad entrare in contatto e parlare con persone importanti dei tuoi progetti. In Italia c’è la possibilità di arrivare ai migliori e ai più grandi teatri nazionali, qui non so, lo devo ancora scoprire. C’è però grande apertura e accoglienza da parte della comunità italoamericana. Questo lavoro mi ha permesso di conoscere il regista Jay Stern e la direttrice artistica di Kairos Italy Theater Laura Caparrotti, che hanno deciso di mettere in scena il mio lavoro e insieme a loro la traduttrice Carlotta Brentan e le attrici Danielle Sacks e Annie Watkins. Sono stati incontri belli, anche a livello umano”.

Ti trasferiresti a New York?

“Mi trasferirei qui solo se avessi la possibilità di fare il lavoro che voglio fare e avendo almeno uno standard di vita pari a quello che ho in Italia. Preferirei stare a New York per occuparmi di un progetto specifico, ma mi interessa che prima arrivino e si trasferiscano qui le mie opere più che la mia persona. La risonanza che New York ha in Italia é molto amplificata per un discorso di egemonia culturale che deriva dal cinema, dall’immaginario comune che la Città sia il centro nevralgico del mondo, per cui da una visibilità sicuramente ingrandita delle cose. Qui invece è come se la credibilità che hai accumulato in dieci anni di lavoro in Italia non contasse, a causa di quello stesso colonialismo culturale e dell’importanza sociopolitica diversa che hanno i due paesi. A volte questo ti porta a rivalutare l’orgoglio di essere italiano e come funzionano le cose in Italia”.

Parlando di Italia e di come funzionano le cose, come si può far fronte alla deriva trash e populista di un certo panorama culturale?

“A livello personale cerco di non abbandonare mai il concetto di profondità. Bisogna fare le cose seriamente e approfondire. Sono affascinato, ma anche spaventato dall’abbandono completo di questo concetto come nozione importante; cioè politicamente, giornalisticamente e socialmente la profondità non è più un criterio. C’è una libertà di dire cose insensate senza giustificazioni. So che bisogna esserne consapevoli, scherzarci su, ma anche essere seri in quello che si fa. È come se la verità non esistesse più, ma sia solo quella che pensa la maggior parte delle persone. La democrazia in questo modo diventa inutile e grottesca. Se per esempio persino Facebook può influenzare il mondo con notizie false non so davvero come si possa gestire o modificare questo fenomeno”.

Non pensi che in una città come New York le differenze siano considerate una ricchezza, mentre in Italia siano spesso un limite?

“L’America è nata grazie all’immigrazione e ha avuto lotte di emancipazione per cui dovrebbe avere una mentalità aperta dappertutto, non solo nelle grandi città. Per quanto riguarda l’Italia sono ottimista, potrebbe andare in una direzione dove la diversità per le future generazioni potrebbe avere risvolti positivi. Il problema vero sono secondo me le differenze tra ceti sociali. E’ più facile essere tolleranti se si è più ricchi perché se si mantiene un livello di benessere alto c’è più integrazione, mentre se il livello di benessere è basso le persone hanno la tendenza a incolpare sempre qualcuno della propria condizione. Ma è un discorso che esula dalla politica, ciò che davvero cambia la conformazione di una civiltà è il tempo. Il mondo è aperto e il tempo cambia le cose. La politica utilizza solo la paura o la speranza della gente per avere consensi, ma non ne influenza il corso o la direzione, solo il tempo lo fa”.

Da bambino volevi fare lo scrittore?

“Da bambino volevo solo giocare, non volevo lavorare. Non ho mai pensato a cosa volessi fare per lavorare, ma sono riuscito a trovare una cosa che mi diverte. Ho trasformato una passione in una professione. Ho deciso di provare a fare questo lavoro solo finita l’università e dopo alcuni corsi di teatro ho deciso di studiare drammaturgia all’Accademia Paolo Grassi”.

Qual è il pubblico a cui ti rivolgi con le tue opere?

“L’unico spettatore per cui scrivo è me stesso. Quando scrivo penso a delle cose che vorrei vedere io. Ovvio che essendo vivo, occidentale e mediamente acculturato cerco di scrivere per persone che hanno gusti simili ai miei, ma non scriverei mai cose che non andrei a vedere. I temi che tratto sono cose a cui non so dare una risposa. “Farfalle” per esempio parla di come l’esperienza ti cambia e ti porta a diventare diverso dalle persone che hai intorno anche se fanno la tua stessa vita. Poi c’è da dire che il pubblico oggi non vuole più essere pubblico, ma protagonista attivo della prestazione artistica. Ci sono più scrittori che lettori, più persone che pubblicano libri su Amazon di quanti ne leggano, più attori che spettatori. La direzione in cui si è orientato il mondo la trovo assurda, come già la descriveva Andy Warhol cinquant’anni fa. Il coinvolgimento del pubblico in un contesto creativo è una cosa bella se ha valenza sociale, nel caso per esempio di carcerati o nelle periferie, dove gli spettatori diventano attori, ma arricchendo le loro vite. Invece in generale non c’è più un confine netto tra produttore e consumatore e questo porta a un drastico abbassamento della qualità. Tuttavia, se facessimo lo stesso nella medicina o nell’ingegneria il mondo crollerebbe. Non potrei mai inventarmi chirurgo e compiere un’operazione a cuore aperto su un paziente”.

Come è cambiato il tuo stile di scrittura negli anni?

“Il rapporto con la scrittura ti rende consapevole di quello che fai soprattutto quando inizi ad insegnare. Non ho mai cercato di avere uno stile, ma sono riconoscibile nel tentativo di essere sincero. Lo stile cambia in base a come cambio io. I miei testi oggi sono diversi da quelli di dieci anni fa, ma sono sempre scritti dalla stessa persona, dicendo la verità. Cerco sempre di mantenere uno yin e uno yang, un equilibrio, di modo che le cose abbiano senso, ma senza snaturare l’impulsività della scrittura, mantenendo la verità, essendo comprensibili”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Per il cinema ho lavorato a due corti, di cui uno appena finito che stiamo distribuendo a vari festival, si intitola “Un tipico nome da bambino povero”. E poi sto lavorando alla sceneggiatura di un lungometraggio. Curerò inoltre la regia di “Farfalle” in Italia, una co-produzione con il Teatro dell’Elfo, l’ERT, la Corte Ospitale, la Big Nose Production e l’Associazione Teatrale Autori Vivi. Spero si aggiungeranno dei progetti futuri a New York”.

Spesso ad aiutarci sono le domande che facciamo a noi stessi più che le risposte date dagli altri. Qual è la domanda che Emanuele si fa oggi e a cui forse risponderà domani?

“Perché una persona dovrebbe alzarsi dal divano, vestirsi, prendere dei mezzi pubblici, spendere dei soldi e dedicare del tempo per vedere una cosa che ho fatto io? Questa è la motivazione che mi spinge a fare quello che faccio, ma è una domanda a cui non sono riuscito ancora a dare una risposta”.

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