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“Pretend it’s a city”, una docuserie Netflix per newyorkesi ironici e nostalgici

Diretti da Martin Scorsese, gli episodi sono un dialogo con Fran Lebowitz sulla New York prima della pandemia, icona di eterogeneità culturale e sociale

"Quando le persone mi chiedono perché vivo a New York, penso che sia possibile dare una risposta, a meno che non si provi disprezzo per tutti quelli che non hanno il coraggio di farlo!”

Una metropoli scheggiata, che più volte ha cambiato e che conserva i segni delle epoche trascorse, ma che ancora oggi, in un momento storico complesso come la pandemia, continua ad essere una icona di eterogeneità culturale e sociale. Pretend It’s a City è una docu-serie in onda su Netflix diretta da Martin Scorsese, il cui il regista visita la città in compagnia di un vecchio amico, la scrittrice e umorista Fran Lebowitz.

Il titolo Pretend It’s a City (Fai finta che sia una città) è tratto proprio da una riflessione della scrittrice su “come le persone che vivono a New York non siano in grado di camminare sui marciapiedi. Fare finta che non ci siano solo turisti e che la strada non sia soltanto di chi si fa i selfie a Times square”.  Il format sembra studiato apposta per nostalgici New Yorkers e per chiunque sia curioso di conoscere New York per come è veramente.

Fran cammina quindi per la città con la sua ironia tagliente, filmata da Scorsese, raccontando aneddoti divertenti il suo arrivo negli anni 50 e cosa ancora attira le persone ad arrivare a New York a cercare la loro identità.

Girata prima della diffusione del coronavirus, e quindi prima che i turisti svanissero dalle strade della città, la serie ha un sapore e un rilievo diverso vissuto in un momento così strano e difficile per New York, in cui vie, piazze e parchi sono spopolati, molti negozi e ristoranti sono stati chiusi. Secondo Fran, “New York non è mai noiosa” e infatti le riprese conducono lo spettatore verso zone vecchie e nuove della metropoli, esplorandole come nessuno mai aveva fatto prima. Il regista la riprende di spalle mentre si aggira per quartieri ma non come una visita guidata, ma un percorso di osservazione attenta, che spesso sfugge a chi ci vive. Martin Scorsese e Fran Lebowitz sono gli ultimi newyorkesi doc, sinonimo della metropoli che chiamano casa.

Fran Lebowitz in "Pretend it's a city"

Fran Lebowitz in “Pretend it’s a city”

Tutto comincia ad un tavolo di The Players, il leggendario club teatrale, su Gramercy Park, un ambiente vetusto e polveroso, specchio di una vecchia ma indimenticabile New York Il percorso viene tracciato sulla dalla mappa tridimensionale Panorama of the City of New York, situata dentro il Queens Museum nella zona di Flushing Meadows-Corona Park e creata da Robert Moses. Ci sono scene girate sulla Library Way on 41st Street e alla New York Public Library, per arrivare a Barthman Clock, tra la Broadway e Maiden Lane in Lower Manhattan, un pezzo di storia stranamente integro anche se calpestato ogni giorno da migliaia di persone.

Fran racconta anche di Max’s Kansas City, un piccolo club per la storia della musica. Negli anni 70 l’hanno frequentato Andy Warhol, Patti Smith and Robert Mapplethorpe, Robert Rauschenberg e William de Kooning, David Bowie, i Velvet Underground, Iggy Pop e Lou Reed. Si trova al 213 Park Avenue South, a nord di Union Square. Oggi, al piano terra c’è una ristorante messicano chiamato Fraiche Maxx. Oltre a questi angoli nascosti, si passa anche dall’insopportabile Times Square, per arrivare alla Grand Central e a Lincoln center. La scrittrice racconta i luoghi che hanno fatto la satira, i segreti visti dagli occhi di chi ci abita cultura, trasporti pubblici, sigarette, i costi esorbitanti delle case, lo sport, la social life, la piaga dei turisti… in puntate più o meno tematiche.

(unsplash)

Ogni puntata dura 30 minuti, centrato su alcuni temi – dalla salute allo sport, dai soldi ai libri – sui quali Lebowitz ha opinioni ogni volta taglienti.

Pretend it’s a City si presenta, quindi, come un viaggio in una città dalla doppia faccia, ma va a comporre un affresco di un’America in evoluzione, a causa della pandemia che ha chiuso tutto, poi, le sequenze di viali affollati, i chioschi di cianfrusaglie a Times Square, i pendolari della Grand Central Station e gli auditorium pieni di gente hanno assunto un inaspettato senso di intensità. Sono immagini potenti finché la corsa alla normalità di New York non potrà ricominciare.

Fran esamina i misteri del talento e parla del rischio di essere scrittrice, della gioia che le dà la Motown e di quella volta che Charles Mingus la rincorse per strada.  In mezzo alle conversazioni, ci sono vecchie interviste televisive di Fran, sue partecipazioni a eventi pubblici e lo Scorsese’s touch con citazioni di cinema che lui ama. Cinema soprattutto italiano: appaiono Il Gattopardo di Visconti e Nuovomondo di Emanuele Crialese e, inoltre, la sigla finale di ogni puntata è sulle note della colonna sonora della Dolce Vita. 

NewYork ai tempi del coronavirus

New York ai tempi del coronavirus

Lebowitz racconta a Scorsese dei vari lavori svolti per sopravvivere prima di diventare una scrittrice: taxista, donna delle pulizie, venditrice di cinture per strada “Non ho mai lavorato il mercoledì, perché era il giorno di uscita del Village Voice e io dovevo leggere con attenzione gli annunci”. Si narra di un’epoca in cui Manhattan era carissima ma abbordabile per gli artisti e per chiunque volesse creare qualcosa: “Quando le persone mi chiedono perché vivo a New York, penso si possa rispondere, a meno che non si provi disprezzo per tutti quelli che non hanno il coraggio di farlo”.

Scorsese chiede il perché così tante persone giovani siano attirare da New York City.  E Lebowitz risponde : “Perché è tutto qui! Se non qui, dove? Questo è il luogo in cui non conta da dove arrivi. Nessuno potrebbe permettersi di vivere qui…, ma ci sono 8 milioni di persone che lo fanno! Il perché non lo sappiamo!”.

Scorsese aveva già dedicato un documentario dedicato alla scrittrice statunitense, intitolato La Parola a Fran Lebowitz, prodotto da HBO. La sua satira e sulla società americana e il suo tagliente senso dell’umorismo l’hanno resa una delle figure più significative della letteratura americana di tardo Novecento. “Pretend It’s a City” sicuramente ha una traccia narrativa ironica e autentica, con un punto di osservazione inusuale con un grande valore per le generazioni future.

 

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