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Sogni di Grande Nord: Paolo Cognetti in viaggio sulle orme dei maestri americani

Lo scrittore vincitore del Premio Strega arriva al cinema con un documentario sul suo viaggio dalle Alpi all’Alaska sulle tracce dei grandi scrittori americani.

Paolo Cognetti, winner of the Strega Prize, and protagonist of the documentary "Sogni di Grande Nord"

"Io non sono andato in montagna per diventare uno scrittore famoso o per essere ammirato. Anzi, probabilmente in quel mio andare in montagna c’è stata rabbia per non essere visto, amato, per non avere un lavoro. Per cui il fatto che dopo tutto questo diventi la ragione del tuo successo o motivo di ammirazione è molto bello e gratificante ma fondamentalmente assurdo."

Quando si parla di America, letteratura, montagna e viaggiare, Paolo Cognetti è sempre interprete di un racconto intenso e ispirato. Vincitore nel 2017 del Premio Strega con il romanzo Le Otto montagne, tradotto in quaranta Paesi, lo scrittore milanese torna a parlare dei suoi temi prediletti nel documentario Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord, diretto da Dario Acocella.

Il film, prodotto da Samarcanda Film con Feltrinelli Real Cinema, Rai Cinema e sostenuto dalla Film Commission Valle d’Aosta, è stato presentato in anteprima alla sessantanovesima edizione del Trento Film Festival, l’importante rassegna internazionale dedicata al cinema di montagna, e poi trasmesso al cinema il 7, 8 e 9 giugno, distribuito da Nexo Digital.

Paolo Cognetti insieme a Nicola Magrin e Dario Acocella

Cognetti, insieme all’amico illustratore Nicola Magrin, nel 2019 è partito per un viaggio che è il sogno di molti, dalle Alpi all’Alaska, sulle orme dei grandi maestri americani. Oltre a Hemingway, London, Thoreau e Melville, lo scrittore riserva un tributo speciale a Raymond Carver visitandone la tomba a Port Angeles, Washington, in una delle diverse scene ispirate del film — “Se sono uno scrittore, anzi, se un giorno ho sognato di diventarlo, lo devo al maestro che è sepolto quassù”. Insieme agli autori che lo hanno influenzato e indirizzato, Cognetti dedica poi particolare attenzione al ricordo di Chris McCandless, concludendo il viaggio proprio nel celebre Magic Bus dove il protagonista di Into The Wild trovò rifugio nei suoi ultimi giorni. 

Paolo Cognetti davanti al Magic Bus, dove Chris McCandless trascorse i suoi ultimi giorni

Il vecchio autobus abbandonato, da anni meta di pellegrinaggi, è stato rimosso nell’estate del 2020 per motivi di sicurezza e Cognetti e Magrin sono stati tra gli ultimi a poterlo visitare. Ciò evidenzia un aspetto significativo che è per certi versi l’elefante nella stanza durante la visione del documentario, ovvero la nostalgia che si prova di fronte a un viaggio avvenuto prima della pandemia, tributo a una libertà che da oltre un anno è stata duramente compromessa. La malinconia che aleggia attorno allo spettatore, tuttavia, non diminuisce il fascino esercitato dall’itinerario raccontato nella pellicola. Al contrario, Cognetti diventa la guida discreta ma potente che ci ispira a recuperare l’entusiasmo per dedicarci a sogni vecchi e nuovi.

Oltre al viaggio tra i paesaggi spettacolari del Grande Nord, il documentario racconta anche i viaggi meno visibili che lo scrittore ha compiuto dentro di sé. Uno dei passaggi più efficaci del film è quello che si sofferma sul rapporto tra Cognetti, la scrittura e il successo. Dopo aver inseguito a lungo il sogno di diventare uno scrittore, spinto dalla frustrazione procuratagli dal fatto di essere non visto, pieno di sensibilità non riconosciuta, attorno ai trent’anni ha attraversato una crisi personale che ha affrontato proprio grazie a Into The Wild, ottenendo l’ispirazione a trasferirsi nella baita in Val D’Aosta dove tutt’oggi vive sei mesi all’anno. 

Paolo Cognetti durante le riprese del documentario

Io non sono andato in montagna per diventare uno scrittore famoso o per essere ammirato. Anzi, probabilmente in quel mio andare in montagna c’è stata rabbia per non essere visto, amato, per non avere un lavoro. Per cui il fatto che dopo tutto questo diventi la ragione del tuo successo o motivo di ammirazione è molto bello e gratificante ma fondamentalmente assurdo”. 

Il tono di Cognetti non è mai quello del guru, così come non lo è quello delle persone incrociate durante il viaggio. Gli incontri con Gianni e Magì, vecchi amici dei genitori di Nicola Magrin che vivono nei boschi del Canada da quarant’anni, o con la scrittrice Kate Harris, anche lei isolata tra le montagne, assecondano le domande, piuttosto che imporre delle risposte, e il documentario stesso ascolta coraggiosamente il silenzio, senza preoccuparsi di interromperlo o riempirlo.

Paolo Cognetti durante le riprese di “Sogni di Grande Nord”

Il risultato è un racconto sincero, senza pose o momenti artificiosi, tanto che quasi ci si dimentica che Cognetti e Magrin fossero seguiti dalla troupe. L’arrivo al Magic Bus è vero e toccante e segna la conclusione naturale e potente di un viaggio fuori e dentro sé stessi che conferma la capacità di Paolo Cognetti di condividere e trasmettere il suo amore per l’America, con le sue storie, i suoi conflitti e i suoi sogni.

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