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Hedy Lamarr: la donna più bella del mondo divisa tra erotismo e invenzioni militari

Matematica e diva di Hollywood, l'attrice austriaca ha avuto un ruolo chiave nell'informatica, sviluppando il sistema alla base della comunicazione wireless

di Cesare Molinari

Hedy Lamarr nel 1944 (wikimedia)

Gabriele D’Annunzio considerava ‘inimitabile’ la sua propria vita e dedicò a questo concetto due ampi volumi autobiografici, pubblicati da Treves fra il 1924 e il 1928 (ma iniziati già nel 1907): Le faville del maglio : il venturiero senza ventura e altri scritti  sul vivere inimitabile e Il compagno dagli occhi senza cigli e altri studii sul vivere inimitabile. Certo : la vita di D’Annunzio, per quanto dominata dalla poesia e dall’urgenza di scrivere, fu una vita particolarmente intensa, costellata di mille amori con donne le più diverse, da Alessandra Di Rudinì a Eleonora Duse, per concludersi con il pacifico rapporto, sostanzialmente matrimoniale, con la pianista veneziana Luisa Baccara, ma anche di res gestae, di tipo militare (o, meglio, guerriero) tale l’impresa di Fiume o il volo su Vienna, come di tipo politico, basti ricordare il clamoroso passaggio dalla destra alla sinistra, probabilmente eseguito fisicamente, con l’attraversamento dell’emiciclo di Montecitorio. Eppure.

Eppure la personalità di Gabriele D’Annunzio non fu considerata eroica e neppure veramente eccezionale. Basti ricordare le definizioni che ne diedero Mussolini : “un dente cariato, che va strappato o riempito d’oro” e Benedetto Croce : “dilettante di sensazioni”. In fondo, la vita di D’Annunzio è forse paragonabile a un fiume, anzi, a un torrente di montagna, ricco di rapide e di cascate, ma di fatto facilmente descrivibile, mentre è molto più difficile descrivere il mare, ora piatto e ora tempestoso, dove le onde si ricorrono e si sovrappongono senza ordine alcuno. Ciò che avrebbe forse reso veramente inimitabile la vita di D’Annunzio è l’impari lotta contro il destino, che invece egli accettò serenamente, morendo nel suo letto, assistito dalla sua dolce amica : solo questo avrebbe conferito a quella vita la dignità della tragedia (greca o shakespeariana poco importa), mentre proprio quella morte tranquilla la riduce a una sorta di romanzo di avventure. Con lieto fine.

Hedy Lamarr

Invece Hedy Lamarr morì sola, non nel suo letto, ma, a quanto si racconta, distesa su un divano. guardando la televisione, forse nella speranza di potersi rivedere in una delle sue ultime apparizioni, del resto risalenti a molti anni prima. Non morì in una delle sue sontuose abitazioni di Hollywood, in qualche misura paragonabili al Vittoriale, ma in una più modesta villetta che aveva acquistato a Orlando (Florida), il 19 gennaio del 2000. Aveva dunque fatto in tempo ad entrare o almeno a sfiorare il ventunesimo secolo, quel secolo profondamente segnato dall’inattesa applicazione (alla telefonia mobile) della sua più importante invenzione, nata come arma di guerra – le altre riguardano cose più banali, come l’alka seltzer o il semaforo.

Non si può dire che fosse stata dimenticata : solo un paio di anni prima, dall’Austria, le era stato offerto un prestigioso riconoscimento, un premio proprio per la sua oramai vecchia invenzione (risaliva al 1941), ma lei, vecchia e malata, non aveva potuto andare a ritirarlo.

Era nata a Vienna come Hedwig Kiesler, il 9 novembre del 1914, da una benestante famiglia ebraica. Aveva trascorso un’infanzia sostanzialmente serena, appena turbata dalla freddezza della madre, la quale, forse, le rinfacciava la sua precoce bellezza e il suo, altrettanto precoce, gusto per la nudità. 

Esistono infatti due fotografie, forse degli autoscatti, in cui. ancora poco più che bambina, danza completamente nuda.  

In compenso fu molto affettuoso il rapporto con il padre – l’unico uomo, ebbe a dichiarare nella sua ultima intervista, che avesse veramente amato. Nel 1937 Hedy Kiesler – dopo la rocambolesca fuga dalla prigionia in cui la teneva il suo primo marito (l’industriale Fritz Mandl) – assunse il nome d’arte di Hedy Lamarr, attribuitole dal produttore cinematografico Louis B. Mayer, in ricordo di una sventurata diva del muto, morta di overdose : Barbara La Marr. Significativamente entrambe furono definite “la donna più bella del mondo”.  

Ecstasy and me. My life as a Woman

Nel 1966 Hedy Lamarr fece pubblicare una kilometrica autobiografia : Ecstasy and me. My life as a Woman, Ishi Press, New York, (edizione italiana : L’estasi e io. autobiografia di HEDY LAMAR, Sugar 19) la cui stesura materiale fu in verità affidata a un ghost writer. Ovviamente, l’argomento dominante vi è la sua carriera di attrice, con l’analisi delle parti che le erano affidate, le risposte della critica e le discussioni con produttori e registi. Peraltro non mancano certo le storie relative ai suoi sei matrimoni e alla  sua intensissima attività sessuale : racconterà di aver avuto almeno cento amanti.

Tuttavia le prime persone che si dimostrarono in qualche modo sessualmente attratte da lei furono delle donne. Hedy aveva solo nove anni, era cioè ancora una bambina quando, un giorno, trovandosi a letto malata, venne a visitarla una signora sulla trentina la quale, per dimostrarle affetto, volle abbracciarla, ma Hedy si rese subito conto che quell’abbraccio aveva qualcosa di “differente”.

I primi contatti con uomini furono sgradevoli – “unpleasant”. A quanto racconta, due di essi si esibirono nudi davanti a lei. Ma è difficile capire come mai, non avendoli graditi, non abbia pensato di denunciarli ai suoi genitori. Forse era successo qualcosa di più, tanto da lasciarla profondamente turbata (scared). Qualcosa che effettivamente avvenne poco tempo dopo, come racconta con sintetica precisione: 

«The sister of a girl friend invited me over to her house. We were locked in a room with a tall dark-haired man. The girl were going to have her thrill watching him to rape me, and he very nearly did!»

Cioè: «La sorella di un’amica mi invitò a casa sua: Eravamo chiuse in una camera assieme a un uomo alto  dai capelli scuri. La ragazza stava per divertirsi guardandolo a violentarmi e lui ben presto lo fece!».

Tuttavia l’interpretazione di questo breve testo non è tanto ovvia : anzitutto le ragazze avevano chiuso a chiave (locked) la porta della stanza, evidentemente per impedire che qualcuno potesse entrare all’improvviso e vedere qualcosa che non volevano fosse visto. In secondo luogo, l’uomo viene descritto come giovane e bello. E poi: l’amica cominciava a divertirsi – o, meglio, a eccitarsi – guardando (aspettando) che lui mi violentasse, come ben presto (però very nearly potrebbe significare anche ‘quasi’) lo fece. Si ha la sensazione che si sia trattato di una violenza consenziente, cioè che Hedy abbia opposto solo una resistenza formale, per dimostrare un minimo di pudore.

Zweig (in piedi) e suo fratello Alfred (wikimedia)

All’epoca Hedy poteva avere circa quattordici anni, e ricordo come Stefan Zweig, nel suo ultimo libro, uscito postumo (Il mondo di ieri: ricordi di un Europeo – Die Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europäers, 1944) ebbe a dire che in quegli anni poteva essere vergine soltanto una ragazza di non più di quattordici anni, purché fosse “bruttina”. E Hedy Kiesler bruttina non lo era certamente.

Anzi, aveva ben presto dovuto accorgersi che la sua bellezza poteva essere, alla lettera, fatale ; e fu quando un giovane che si era innamorato di lei, si suicidò impiccandosi.

Sorprende, ma forse neppure troppo, che in Ecstasy and me non si trovi il minimo accenno all’invenzione che la rese famosa, fruttandole non solo il premio cui si è accennato, ma anche l’intitolazione di una strada di Vienna ; così  come sorprende la quasi completa assenza di riferimenti alla sua carriera scolastica. Sappiamo da altre fonti che, da ragazza, aveva frequentato la Döblinger Mȃdchenmittelschule (Scuola media femminile di Döbling, il quartiere prevalentemente ebraico dove abitava), ma, nell’autobiografia ricorda soltanto l’Accademia femminile di Lucerna, dove si dimostrò brillante soprattutto nelle materie scientifiche, ma che abbandonò per seguire i corsi di teatro di Reinhardt a Berlino. Perché Hedy, pur essendo una giovane donna dai molti interessi e dalle numerose  abilità, come la pittura,  desiderava però, sopra ogni altra cosa, fare l’attrice. 

Non è il caso di ripercorrere qui la serie delle sue prime interpretazioni : nel cinema furono quasi sempre parti marginali, mentre in teatro ottenne un buon successo interpretando il personaggio  di Sissy, la futura imperatrice.

Certamente il regista ceko Gustav Machaty pensò di scritturare Hedy per il suo Ekstase (Estasi) perché colpito dalla sua bellezza, ma è lecito immaginare che fosse a conoscenza della sua disponibilità ad apparire nuda. Ciononostante il contratto prevedeva che le riprese del nudo sarebbero state effettuate esclusivamente in piano lungo, come regolarmente NON avvenne. 

Hedy Lamarr in Exstase, dalla rivista argentina AD (wikimedia)

Del resto, come ben noto, il film fece scandalo anche, e forse soprattutto per un’altra scena, quella in cui Hedy rappresenta un orgasmo con un’intensità forse mai raggiunta nelle sue altre interpretazioni, anche perché, nei suoi film hollywoodiani, non fu mai chiamata a rappresentare scene così dichiaratamente erotiche. 

Lo impediva il rigido Production code, cui produttori e registi dovevano attenersi. In effetti, colei che ormai era nota a tutti come Hedy Lamarr ebbe spesso a lamentarsi del fatto che in alcuni di quei film sceneggiatori e registi avevano attribuito la massima importanza del suo ruolo alle sue improvvise apparizioni, spesso in primo piano, convinti che esse avrebbero provocato un intenso shock emotivo negli spettatori, soggiogati da quella bellezza. Era successo così anche in Sansone e Dalila di Cecil B. DeMille, il primo film a colori e a grande spettacolo da lei interpretato come protagonista femminile, dove contendeva l’amore di Sansone alla sua bionda sorella Semadar (Angela Lansbury). 

Angela Lansbury in Il ritratto di Dorian Gray, 1945 (wikimedia)

La stessa cosa, racconta la leggenda, succedeva nei ricevimenti, dove,  quando la Lamarr entrava, tutti – uomini e donne – si azzittivano  per contemplare, quasi stupiti, quella straordinaria bellezza. 

Ma, arrivando al punto, in cosa consisteva tale bellezza? Essenzialmente nel viso. Certo, quel corpo, quella figurina che tanto si compiaceva di esporre, era ben fatta e graziosa, ma priva di procacità. Le mammelle troppo piccole furono per lei un tormento fino a quando una miracolosa crema di George Antheil (il suo partner nella grande invenzione per governare la direzione dei siluri, cui l’autobiografia non fa cenno) non riuscì a farle ingrossare. Ma era il viso a suscitare l’ammirazione e il desiderio degli uomini e, di conseguenza, a favorire la sua propria voracità sessuale che lei stessa non esitò a definire una vera e propria ninfomania : non si era risparmiata neppure molti rapporti lesbici e, anzi, l’ammirazione delle donne, molte delle quali cominciarono a imitarne almeno la pettinatura e gli atteggiamenti, forse la gratificava anche di più di quella dei maschi.

Perciò, in età già avanzata, riflettendo sulla storia della sua vita, arrivò a considerare quello che qualsiasi altra donna avrebbe ritenuto una grande fortuna come una disgrazia, una vera e propria maledizione: 

«My face has been my misfortune. It has attracted six unsuccessful marriage partners. It has attracted the wrong people into my boudoir and brought me tragedy and heartache for five decades. My face has been a mask I cannot remove. I must always live with it. I curse it». 

Cioè: «La mia faccia è stata la mia disgrazia. Ha attirato sei mariti inadatti. Ha attirato nel mio boudoir la gente sbagliata e mi ha portato tragedia e mal di cuore per cinque decenni. La mia faccia è stata una maschera che non posso togliermi. Devo vivere sempre con essa. La maledico».

Forse perché si tratta della trascrizione di un lungo racconto registrato e, immagino, spesso interrotto dalle domande degli intervistatori, l’Autobiografia di Hedy non segue sempre un definito percorso cronologico, comportando alcune vistose incongruenze. Per esempio, il nome di Louis B. Mayer compare molto prima del racconto del loro primo incontro, avvenuto nel 1937 a bordo del Normandie, il transatlantico di proprietà del grande produttore, il quale scritturò la bella attrice austriaca, fino ad allora nota soprattutto per Estasi. Il film venne proiettato a New York soltanto nel 1940 – quando cioè Hedy aveva recitato a Hollywood in almeno due film – suscitando scarso interesse e poco scandalo. Semmai poneva il problema di quale immagine si potesse costruire con quel corpo che non doveva mai più apparire ignudo.

Il transatlantico Normandie (Wikimedia)

Comunque, le considerazioni che seguono e in qualche modo concludono il racconto dell’infanzia di Hedy riguardano la costruzione dell’immagine dell’attrice (che raramente, rifletterà subito dopo, sarà quella che avrebbe voluto essere).

«Louis B. Mayer named me for a woman whose behaviour was notorious, yet those image seekers insisted on repacking the marchandise. Thus Hedwig Kiesler became Hedy Lamarr, the cold marble type.»

Cioè «Louis B. Mayer mi ha definito come una donna il cui comportamento era notorio, ma i cercatori di immagine hanno insistito per una nuova confezione della merce. Cosi Hedwig Kiesler diventò Hedy Lamarr, tipo marmo freddo

Dunque, si può dedurre, Mayer era perfettamente al corrente del disinvolto comportamento sessuale di Hedy (del resto, come avremo modo di vedere, ampiamente simile a quello di molte altre attrici), ma la cosa non sembra averlo interessato più di tanto. Né fu lui a preoccuparsi di costruire l’immagine di colei che avrebbe dovuto diventare la protagonista di tanti film da lui prodotti e quindi ad attirare il pubblico : ne affidò il compito a degli “image seekers”, fotografi specializzati nella produzione di immagini ad alto valore documentario e/o commerciale. L’espressione – se posso permettermi una breve divagazione – pare sia stata introdotta da un saggio biografico di Amanda Hughes, The image seeker appunto, la cui protagonista, Billie Bassett, nata da una povera famiglia indiana del Minnesota, era poi diventata un’importante giornalista fotografa, tanto da essere poi inviata sul fronte della guerra in Germania. Comunque sia di ciò, furono questi fotografi-giornalisti a definire quella che potremmo chiamare l’immagine standard di Hedy Lamarr, in un tipo di donna, come ella conclude, fredda come il ghiaccio.

Già in Algiers, 1938, modesto remake del Pepé le Moko di Duvivier, uscito solo un anno prima, Hedy apparve, nella sua prima scena, estremamente seria e dura nei confronti del vecchio amante che l’aveva portata in gita ad Algeri. Naturalmente poi si scioglierà, innamorandosi del bandito incontrato nelle stradine della casbah, per riapparire, nella scena finale, seduta tristissima ad aspettare il nuovo amante, che invece non arriverà perché ucciso dalla polizia. Si potrebbe dire che queste tre scene riassumono le varietà espressive di cui Hedy era (o si riteneva) capace.

Sigrid Gurie, Charles Boyer & Hedy Lamarr in Algiers (wikimedia)

Nel 1940, dopo altre due interpretazioni, Hedy comparve in un film in cui le donne giocavano un ruolo decisamente marginale: Boon Town, tradotto in Italiano come La febbre del petrolio. Si tratta infatti soprattutto della storia di due amici, Clark Gable e Spencer Tracy, che dapprima collaborano nella ricerca di giacimenti, ma poi, diventati ricchi e potenti, entrano fatalmente in conflitto. Protagonista femminile ne era Claudette Colbert, il cui felice matrimonio con Gable, viene messo in crisi proprio dell’improvvisa comparsa delle bellissima Karen Vanmeer, interpretata dalla Lamarr. La  quale letteralmente appare (ma non è la prima volta), sconvolgendo i presenti, non solo con la sua bellezza, ma anche con la sua autorità.

Dishonored lady è un film del 1947, tratto da un dramma di Margaret Ayer Barnes e Edward Sheldon, per la regia di Robert Stevenson e interpretato, fra gli altri, da John Loder, ex marito di Hedy. Si tratta di una storia abbastanza complicata, su una donna di successo, ma con forti tendenze al suicidio, da cui la dissuade il suo psichiatra. Ma, alla fine, viene accusata di omicidio  e processata. Si potrebbe forse dire che la sua difesa si affida, più che alle sue risposte, all’espressività di quel volto, nella cui intensa bellezza pare concentrarsi tutta la sua personalità : ben altro che una ‘maschera’.

In tutti i suoi film hollywoodiani – ad eccezione ovviamente di quelli a carattere storico o leggendario, Hedy Lamarr appariva abbigliata secondo i dettami della moda corrente, indossando vestiti più o meno eleganti, a seconda delle situazioni. 

Hedy Lamarr in The lady of the tropics (Wikimedia)

Ciò non toglie, evidentemente, che si sia più volte misurata con personaggi del mito o della storia, il caso più noto e clamoroso essendo costituito da quel Sansone e Dalila di cui abbiamo ampiamente parlato. Ma c’è un altro film su cui varrà la pena di intrattenersi brevemente, se non altro per la data della sua realizzazione, il 1939 (si tratta del secondo film hollywoodiano della Lamarr), ma anche perché il suo principale motivo di interesse si concentra su di una sola immagine, che dura pochi secondi, ma che parrebbe decisiva per l’intero svolgimento dell’azione. In verità non è  propriamente così. The lady of the tropics, La signora dei tropici, realizzato nel 1939 per la regia di Jack Conway, modesto film ispirato vagamente alla pucciniana Butterfly, racconta soprattutto lo scontro fra i due uomini che si sono innamorati di lei, la quale, nel corso del film appare perfettamente occidentalizzata. Alla fine, uno dei due pretendenti resterà ucciso dall’altro. Quell’immagine, ieratica quanto istantanea, era stata sufficiente a scatenare la tragedia.

Venticinque anni più tardi, nel 1954, affrontò addirittura il personaggio fondante della bellezza assoluta e fatale, Elena di Troia. Lo fece in un film da lei stesso prodotto  in Italia : L’amante di Paride, regia di Yves Allegret, nel contesto, è vero, di un gioco di società, ma con la precisa intenzione di attribuire alla bellezza un ruolo decisivo nella vita e nella storia.

Due anni dopo si ritirò definitivamente dal cinema, quasi annunciando tale ritiro con un film dal titolo simbolicamente molto significativo : The Female Animal – L’animale femmina e dal contenuto particolarmente conturbante, poco adatto, per la verità, ai dettami moralistici del Production Code. Si tratta infatti della contesa tra madre e figlia per lo stesso uomo : naturalmente alla fine la madre cede – largo ai giovani. Del resto troverà presto ben altri modi per esibirsi.

Nel corso della sua carriera hollywoodiana, Hedy Lamarr ebbe occasione di recitare in alcuni remake, cioè di quelle rivisitazioni di film usciti anche abbastanza di recente (e i cui diritti venivano pagati in modo piuttosto di salato). Anzi, come accennato, un remake fu proprio  il suo film d’esordio americano, quell’Algiers, in cui la pallida interpretazione di Charles Boyer face ampiamente rimpiangere quella invece travolgente di Jean Gabin. Un discorso esattamente contrario vale per le attrici : per il Pepé di Jean Gabin Mireille Balin poteva rappresentare soltanto colei che lo avrebbe potuto riportare a Parigi, mentre quello di Charles Boyer non poteva non innamorarsi di quella straordinaria bellezza: in verità è per lei che muore.

Clark Gable e Hady Lamarr in Correspondent x (wikimedia)

Mi si perdoni la ripetizione: mi è stata utile soltanto per introdurre qualche breve considerazione su un altro remake interpretato dalla Lamarr, Comrade x – Correspondent x, diretto da King Widor nel 1940, e che intendeva riferirsi a Ninotchka, il penultimo film di Greta Garbo, l’attrice più ammirata. Veramente parlare di remake appare in questo caso abbastanza forzato, poiché il soggetto dei due film era radicalmente diverso. Così come diversi erano i personaggi delle due protagoniste. E tuttavia, con Comrade x Hedy Lamarr intese confrontarsi con Greta Garbo, alla quale non poteva assomigliare in nessun modo. Vero : erano entrambi principalmente due volti, ma quanto l’uno era sensuale e apertamente seduttivo, tanto l’altro, quello della Garbo, appariva freddo e, per ciò stesso, più misterioso. Perciò Hedy ammirava la Garbo e, in questo film, cercò perfino di imitarla – senza riuscirvi : la sua stessa bellezza glielo impediva.

E varrà anche la pena di ricordare che entrambe si ritirarono molto giovani – Greta Garbo addirittura a 36 anni, nel momento culminante del suo successo artistico ; Hedy Lamarr dieci anni dopo, forse anche perché, pur avendo raggiunto lo scopo prefissato di diventare una “big star”, aveva dovuto rendersi conto che gli apprezzamenti della critica – quando pur c’erano – erano raramente legati alle sue virtù di attrice, per riferirsi invece quasi esclusivamente alla sua bellezza, che, forse già allora, ella cominciò a percepire come una sorta di maledizione.

Comunque sia di ciò, mentre la Garbo si ritirò in una vita assolutamente privata e quasi segreta, Hedy Lamarr rimase al centro della vita mondana di Hollywood, collezionando amanti e mariti, e spesso, come stiamo per vedere, dando apertamente scandalo.

Nella Hollywood degli ultimi anni Trenta e di primi Quaranta del Novecento, anche dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, i ricevimenti continuavano a essere un rito ricorrente : gli attori più famosi, soprattutto, erano ansiosi di esibire le loro bellissime abitazioni, anche in quanto simbolo del loro successo. I convitati vi erano molto numerosi e (come documentato da diversi film tra cui il celeberrimo Notorious di Hitchcok, 1946) tutti molto eleganti : uomini  in smoking o in frack, donne in lungo e scollate, ma mai troppo audacemente.

Hedy Lamarr affettava di annoiarsi moltissimo a tali ricevimenti e, effettivamente, appena poteva se ne asteneva. Probabilmente preferiva partecipare ad altri festini, di carattere molto diverso e certamente più eccitanti, sui quali, devo dire, non ho trovato alcuna testimonianza letteraria, ma che sono in qualche modo documentati da molte fotografie. Si ricorderà che fin da ragazzina, – e quindi da ben prima della sua apparizione in Estasi – si fosse compiaciuta di farsi fotografare ignuda. Adesso che la macchina fotografica è diventata di uso comune , lei si fa fotografare in tutte le pose e manda tali foto agli amici (e forse non solo) perfino come auguri di Natale. Invece i festini cui Hedy deve aver presto con entusiasmo anche se non ne fa cenno nell’autobiografia) dovevano  avere ben altro carattere. 

Hedy Lamarr nel 1939 (wikimedia)

Doveva trattarsi di vere e proprie orge, in cui il sesso veniva praticato pubblicamente in tutte le forme e le combinazioni possibili. La nudità sostituiva, per così dire, l’abito di gala, e le donne, tra cui c’erano anche le dive più famose, non esitavano ad esibirvisi, nelle pose più diverse, da quella sobriamente composta di Joan Crawford a quella splendidamente statuaria di Marylin Monroe fino a quella esageratamente esibizionista di Bette Davis.   

Volendo ripercorrere la storia di queste feste orgiastiche dominate dall’attività sessuale, si potrebbe risalire ai baccanali, di cui parla dettagliatamente Tito Livio, soprattutto in occasione della loro proibizione nel 186 a.C. Veramente se ne cercherebbero invano documentazioni figurative nell’antichità , così nella pittura vascolare greca come neppure negli affreschi pornografici dei bordelli pompeiani, mentre nei loro confronti si scatenò un grande interesse nella pittura moderna,  al partire almeno da Breughel il vecchio e da Poussin. Ma io preferisco mostrare il quadro di un più recente pittore amricano (Williamo Bougereau), in quanto ne rappresenta più serenamente l’aspetto festivo e gioioso. 

Ma va ricordata anche una grottesca incisione di Vincent Vivant Denon, reperibile nel mio recente libretto su Lady Hamilton (La statua che danza), Bulzoni 2020) – e non sarebbe inutile confrontare il diverso destino di queste due ‘bellissime’.

Papa Alessandro VI (Wikimedia)

Dal punto di vista letterario, però, l’evento che più si avvicina ai festini hollywoodiani è certamente la così detta festa delle castagne, organizzata dal duca Valentino alla corte di papa Alessandro VI, che vi assistette assieme alla figlia Lucrezia, e raccontata nel diario del funzionario papale Johannes Burckardt (il Burcardo), il quale la descrive in questi termini : «i candelabri… vennero rimossi dai tavoli e sistemati sul pavimento, e intorno vennero lanciate delle castagne, che le cortigiane nude raccolsero, strisciando su mani e ginocchia tra i candelabri», il Valentino avendo promesso regali agli uomini che fossero riusciti a compiere più volte l’atto sessuale con le cortigiane.

Si trattava, in sostanza, di uno spettacolo abbastanza cretino, basato esclusivamente sul procedere a carponi delle povere ragazze, le quali aspettavano che qualcuno, di cui non potevano nemmeno vedere la faccia, le penetrasse (quante potevano essere? si ricordi che a Roma, come a Venezia, la prostituzione era il mestiere più diffuso tra le popolane).

Quello che differenzia profondamente i due eventi – del resto tanto lontani nel tempo – è principalmente il ruolo delle  donne : come accennato a Hollywood non si tratta più di prostitute (anche se qualcuna poteva esservi invitata, come per portare il tocco della sua esperienza professionale, di cui però non parrebbe esserci stato particolare bisogno), bensì di attrici famose e, probabilmente, anche di signore della buona società locale.

Ma quale può essere stato il ruolo di Hedy Lamarr in questi festini? Veramente, lei non ne fa cenno nella sua autobiografia, dove pure la parola “sesso” è tra le più ricorrenti e dove si vanta anche di essere capace di molti orgasmi, ciò che poteva rendere particolarmente orgogliosi gli uomini con cui giaceva.

In cambio, esistono due fotografie particolarmente osées, ma di cui non possiamo dire se siano state eseguite nel corso di quei festini, poiché non c’è nulla che ne qualifichi l’ambientazione, oppure se facciano semplicemente parte di quella serie di foto in cui Hedy amava esibire la sua nudità. 

Il soggetto è quasi identico, ma le due foto devono essere state eseguite in tempi lontani, come si può dedurre non solo dal fatto che la prima è in bianco e nero mentre la seconda è a colori, ma anche dalle dimensioni del seno dell’attrice, ancora piccolo nel primo caso, molto più sviluppato nel secondo, che deve quindi risalire a dopo la miracolosa cura di George Antheil, e quindi a dopo il 1941. 

Ma il punto è un altro : si tratta di foto eseguite nel corso dei ‘festini’, oppure fanno parte della serie di nudi, realizzati in casa e che Hedy si compiaceva di distribuire agli amici? Il primo caso è il più probabile : il sesso è una cosa seria, e il suo scatenarsi va annunciato in modo quasi rituale ; infatti Hedy vi assume un aspetto serio e solenne, che non preannuncia, ma autorizza il suo successivo scatenarsi, che sarà tanto più gioioso quanto più intenso.

La prima soluzioe appare più probabile : sembra testimoniarlo una fotografia della splendida Marilyn Monroe Monroe che trasforma  l’atteggiamento compunto  rituale della Lamarr in una danza ridente e  gioiosa.

Gabriele D’Annunzio (wikimedia)

Gabriele D’Annunzio e Hedwig Kiesler-Lamarr hanno avuto vite certamente molto intense: entrambi hanno lasciato nel mondo tracce per cui continuano e continueranno a essere ricordati. Ma i loro ultimi giorni furono ugualmente tristi: D’Annunzio chiuso nella sua soi-disante reggia del Vittoriale, in compagnia della sua ultima e anziana amante, che lo confortava suonando il pianoforte, Hedy cercando di difendere le ultime tracce delle sua ‘maledetta’ bellezza con il sottoporsi a una serie di infelici operazioni di chirurgia plastica, completamente sola.

Eppure. Eppure mi sono chiesto se questo ininterrotto susseguirsi di desideri soddisfatti e di esigenze realizzate abbia potuto renderli veramente felici, o se invece ogni desiderio realizzato  non abbia generato altri mille desideri che era vano inseguire. Per quanto riguarda Hedy ne dubito fortemente : in  fondo lei si sentiva soprattutto attrice e, se vero che era arrivata a considerarsi una “big star”, è vero anche che si rendeva conto che il suo successo era legato essenzialmente alla sua bellezza, non alla sua arte. Per quanto riguarda D’Annunzio basterà citare le parole scrittegli da Eleonora Duse nella sua ultima lettera : «Se la vita gaudiosa tanto ti asseta, in quale plaga del mondo ti illudi trovarla degna e durevole?».

Nella maggior parte dei casi, quelle vite che, per intuito o per convenzione, siamo soliti definire ‘intense’, sono costituite da una lunga serie di azioni o di accadimenti, di incontri o di scontri che spesso non perseguono un progetto singolo e definito, talvolta apparendo addirittura dominate dalla casualità. Al contrario la vita di chi persegue un progetto preciso, da replicare giorno per giorno – e non al solo scopo di campare – ci appare banale e monotona, quasi come un mestiere (Il mestiere di vivere, titolava Pavese). 

È il caso di un ‘povero’  artista di strada – e virgoletto ‘povero’ proprio perché il termine venga inteso in senso esclusivamente economico – la povertà essendo essa stessa una scelta, Fausto Delle Chiaie avendo goduto, qualche decennio prima, sia come artista sia come teorico, di una certa risonanza internazionale e del conseguente guadagno.

Ma ora, superati gli ottant’anni, la sua giornata (teneramente documentata da Domenico Jannacone in un bel servizio televisivo) aveva assunto ritmi che a stento un giovane operaio avrebbe potuto reggere. Restava in primo luogo un artista, ma, producendo in pubblico i suoi veloci e raffinati disegni, si era fatto anche gallerista e uomo di spettacolo. Poi li metteva in vendita – oh! a prezzi stracciati, anzi, il più delle volta a offerta libera, per fare quattro chiacchiere con il cliente piuttosto che per concludere un affare.

Alla fine della giornata, contentus vivere parvo come Tibullo, tornava nella sua casetta del frusinate, a ritrovare la sua compagna irlandese – traduttrice e scrittrice.  

Ma se è vero, come è vero, che l’intensità di un vita non può dipendere tanto dal numero delle cose che ti succedono o dagli incontri che ti capita di fare, quanto, principalmente se non esclusivamente, dalle tue scelte e dai tuoi progetti e, soprattutto, dalla tua capacità di tenervi fede e di realizzarli, allora bisogna concludere che la vita di Tullio Delle Chiaie è stata più intensa di quella dei due, certamente grandi, personaggi cui ho dedicato questa pagine.

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