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“Cenzorka”, “107 Madri”, alla Mostra del Cinema di Venezia la resilienza delle donne

Un film sulla maternità tra le detenute di un carcere ucraino, una testimonianza autentica delle deprivazioni affettive che i bimbi si trovano a vivere

È un regista slovacco, Peter Kerekes, che ha firmato uno dei migliori film passati fino a questo momento nella sezione Orizzonti, una denuncia delle condizioni di prigionia delle donne uxoricide o che hanno ucciso altre donne per motivi di gelosia, nella città di Odessa, in Ucraina. Un intreccio di nazionalità che forse rispecchia la situazione di difficoltà che l’Ucraina sta attraversando ormai da diversi anni e ben venga una voce straniera in grado di denunciare una situazione di malessere e ingiustizia.

Il film di cui stiamo parlando è ‘107 Madri’ (‘Cenzorka’, il titolo originale), ispirato dalla vita di alcune donne detenute nella prigione della Colonia ’74 ad Odessa. La storia si focalizza in modo particolare sul caso di Lesya e del suo bambino Kol’a, ma la condizione di Lesya è rappresentativa di tutte le altre detenute. L’altra cosa che accomuna queste donne è l’aver dato alla luce i propri neonati in carcere in condizioni poco umane. Il film rende attraverso i suoni, o meglio, la mancanza di suoni il senso di forte privazione affettiva che circonda le detenute e i loro bambini. Il pianto dei neonati si trasforma nella colonna sonora al film, un suono assordante, fastidioso, pungente che entra negli animi dello spettatore. Non c’è cosa più allarmante e disturbante di un pianto infantile inatteso, un pianto non soccorso, lasciato perdurare senza alcun intervento. Questo è l’effetto di quelle istituzioni carcerarie che nelle loro norme non solo puniscono le madri colpevoli di omicidio ma anche i nati dalle stesse, colpevoli di appartenere alla stessa stirpe. Una ripetizione moderna della drammaturgia greca. Si parla di amore nel film, ma solo nelle lettere che le donne ricevono; è solo un sentimento amoroso scritto nel vento, mai un amore filmato, come ad evidenziarne il valore vacuo delle parole. Del resto, non si illudono le donne di quanto dichiarato nelle lettere che ricevono, non hanno più la forza per illudersi, l’illusione di un amore è un lusso che non possono più concedersi e non si pentono neanche dei loro crimini, anzi alcune lo rifarebbero, tanto è stato forte l’impulso che ha guidato il loro intento e la loro mano nel momento del crimine.

Una scena del film “Cenzorka”, “107 Madri” in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 78 (YouTube)

Di un solo amore sono convinte, quello che le lega ai loro figlie per loro si sentono forti e pronte a tutto. Ma la macchina giudiziaria non tiene conto dei loro sentimenti, e deprivate della libertà vengono deprivate anche del loro diritto di essere madri in forma totale. I ritmi del loro rapporti di vicinanza con i figli viene stabilito non dalle esigenze emotive e sentimentali, bensì da regole rigide del sistema carcerario. Le madri sono ridotte, loro malgrado, a mere macchine produttrici di latte materno, e nient’altro. Il clima di deprivazioni affettivo in cui i bimbi si ritrovano a vivere viene sapientemente testimoniato nel film da una incapacità dei bambini di comunicare; il loro è un linguaggio fatto di gesti e vocalmente è caratterizzato da semplici suoni verbali, se non addirittura solo suoni monosillabici.

Il destino inoltre, sembra continuare ad infierire sulla vita di questi bambini che al compimento dei tre anni, se non accolti presso le famiglie di origine, sono destinati a spendere alcuni anni in orfanatrofi in attesa del fine pena delle madri. Un martirio che inevitabilmente non può che riprodurre malessere e inadattabilità sociale; come in un circolo vizioso in cui si rimane ingabbiati di generazione in generazione. Ma questo sembra essere l’ultimo interesse delle strutture di prigionia. Il caso di Lesya, come rappresentato nel film, simboleggia un tipico caso di una catena generazionale di deprivazione affettive.

Una scena del film “Cenzorka”, “107 Madri” in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 78 (YouTube)

Il film si basa su una ricerca durata diversi anni dentro le prigioni documentate nel film, quindi, quando il regista ci sottolinea la resilienza di queste donne che, seppure non amate, maltrattate, offese e umiliate, sembrano essere ancora in grado di sentire nel proprio intimo una volontà di autentico amore per i propri figli, bisogna credergli. Questo ci dovrebbe indurre a riflettere sull’influenza deleteria di alcune figure maschili sul destino della vita di donne più fragili.

Un film che ha meritato tutti gli applausi del pubblico perché ha saputo ben curare tutti gli aspetti, ottima la fotografia, consono il sonoro, e ricercatezza nei dettagli.

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