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Muhammad Ali, la vita di un campione dallo spirito tormentato: il docufilm

Al Festival del Cinema di Roma presentata la pellicola di Ken Burns: non solo una stella del pugilato, ma anche un sostenitore contro il razzismo in America

Quando Ali tornò ad allenarsi volendo sfidare il campione in carica Joe Frazier, era un pugile stanco, si potrebbe dire una caricatura dell'atleta che era stato. Il combattimento, uno dei più pagati e seguiti d'America, fu veramente disastroso: il "ballerino del ring" non c'era più. Le vicende sono proprio inerenti alla figura dello sportivo, che se si perde fisicamente e psicologicamente, non può e non riesce a vincere...

(Muhammad Ali), nei panni di un giovane contendente dei pesi massimi di Louisville, Ky., 17 maggio 1962. @Stanley Weston (Charly W. Karl, Flickr.com)

Muhammad Ali” è il docufilm di Ken Burns, Sarah Burns e David McMahon su quello che è riconosciuto il più grande pugile di tutti i tempi e che è stato presentato nella sezione Riflessi del Festival del Cinema di Roma. La pellicola narra come Muhammad Ali, non sia stato solo un atleta formidabile ma un leader culturale in grado di smuovere le masse, un uomo che ha rischiato il carcere per difendere le proprie idee.

Nato a Louisville nel 1942, cominciò ad allenarsi agli undici anni con il proprio nome di battesimo: Cassius Clay.Vinse l’oro olimpico ai Giochi di Roma nel 1960 e nel 1964, all’età di 22 anni, conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi sconfiggendo a sorpresa il temuto e potente campione in carica Sonny Liston.

Successivamente si unì alla setta afroamericana Nation of Islam (NOI) di Elijah Muhammad, cambiando legalmente il suo nome in Muhammad Ali e promuovendo inizialmente il concetto di separatismo nero. Con una visione d’insieme profondamente influenzata dalla sua ammirazione per il mentore Malcom X,  più tardi Ali lasciò la setta, aderendo prima al sunnismo e poi praticando il sufismo, oltre a sostenere l’idea di integrazione razziale.

Il campione Muhammad Ali (Youtube, dal trailer del docufilm 2021)

Nel 1967 si rifiutò di prendere parte alla Guerra del Vietnam per via sia del suo credo religioso che per le sue idee rivoluzionarie riguardo al disastroso conflitto, che ancora oggi pesa sulle spalle degli Stati Uniti. Per questo fu arrestato e accusato di renitenza alla leva, oltre a essere privato del titolo di campione mondiale di pesi massimi e per questo non combatté per tre lunghi anni. Ecco che da qui prende le mosse il documentario.

Quando Ali tornò ad allenarsi volendo sfidare il campione in carica Joe Frazier, era un pugile stanco, si potrebbe dire una caricatura dell’atleta che era stato. Il combattimento, uno dei più pagati e seguiti d’America, fu veramente disastroso: il “ballerino del ring” non c’era più.  Le vicende sono proprio inerenti alla figura dello sportivo, che se si perde fisicamente e psicologicamente, non può e non riesce a vincere. Gli interessi di Ali erano sicuramente più volti alle donne, al cibo e alla stampa, più che alla pratica e agli allentamenti.

Ali che batte Liston nel primo turno il 25 maggio 1965. Questo è l’arbitro Joe Walcott che lavora in questo incontro di campionato a Lewiston, nel Maine (@H. Michael Karshis, Flickr.com)

Il documentario parte da questa crisi e diviene affascinante il confine, tra l’impianto orgogliosamente tradizionale della ricerca, ed il passo ipertestuale dei doc da piattaforma, in cui l’indagine tra digressioni ed esperti sul campo, non risulta mai noiosa. “Muhammad Ali” evita il rischio di un’indagine scarna e fredda e riconosce quanto tutto, anche la biografia, non possa evitare di appoggiare su immaginari pre-esistenti per sostenersi.

La figura di Ali, inoltre, viene liberata da una visione prettamente positiva: è un essere umano prima di essere un campione e come tale ha una parte di luce e una di ombra. È un uomo che ha sofferto e che spesso tira fuori la crudeltà quando è spaventato. Sa parlare al pubblico e farsi amare incondizionatamente, riuscendo a superare anche le sconfitte più umilianti della sua carriera.

Il campione Muhammad Ali (Youtube, dal trailer del docufilm 2021)

Interessante è anche lo switch che Ali attua, quando viene sconfitto dall’ex marine Ken Norton, combattimento nel quale si frattura la mascella interna. Incredibile è come nonostante il dolore riesca a portare a termine tutti i round. Da questo momento decide di tornare ad allenarsi seriamente, attendendo la rivincita con Frazier per poi riuscire a battere George Foreman, il campione in carica in quel momento.

E Ali ci riesce egregiamente, tornando in splendida forma, riequilibrando la propria vita. Il problema è che già in questa fase tardiva la stanchezza del pugile si stava facendo sentire. Spesso si auto definisce stanco e vecchio. Non passerà molto tempo, infatti, dal suo pronostico, poiché nel 1984 gli fu diagnosticata la sindrome di Parkinson, malattia che spesso ha colpito pugili professionisti.

Documentario chiaro e piacevole, nel quale la figura di Muhammad Ali viene presentata a trecentosessanta gradi. Un campione che non ha fatto solo la storia del pugilato, ma che è stato un sostenitore dei movimenti contro il razzismo in America, che amato molte donne, bevuto molto vino e goduto del cibo e del successo, senza mai abbandonare la propria famiglia e le proprie convinzioni.

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