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Un Museo per riscoprire l’Italia grappaiola, anche al tempo dei nazisti

Nel 1993 Jacopo Poli e sua moglie Cristina hanno inaugurato in un edificio storico a Bassano il Museo della Grappa, che fa 13000 visitatori mensili

di Anna Tortora

Jacopo Poli

“Ci siamo sempre considerati una sola famiglia, noi e i nostri operai”, sottolinea Jacopo “e anche di fronte alle SS ci si proteggeva l’un l’altro”. E tutti proteggevano il tesoro, cioè le vinacce: per evitare che i tedeschi confiscassero la produzione e quindi distruggessero un indotto che manteneva famiglie intere, i grappaioli bassanesi trovarono il modo di nasconderle all’interno di cavità sotto i pavimenti delle cantine

Se la memoria è un valore fondante della democrazia moderna, quando gli errori del passato si riaffacciano alle porte, magari con il vestito nuovo dell’attualità, il ricordo di ciò che è stato è la miglior scuola per il bene dell’umanità. In tale processo anche i piccoli eventi hanno ruoli importanti: circoscritti nello spazio, assumono però un valore simbolico immenso. Perfino in un paesino come Bassano del Grappa, nel vicentino, che tra il 1944 e il 1945 fu teatro di atrocità da parte delle SS così come di azioni eroiche. Il sentimento libertario non si risolveva solo unendosi ai gruppi della Resistenza antifascista che presidiavano le montagne, ma pervadeva tutti. Anche gli insospettabili distillatori della zona – rinomata per la qualità delle sue grappe – hanno contribuito, nel loro piccolo, e con i mezzi a loro disposizione, alla lotta.

“I soldati tedeschi rastrellavano quello che trovavano, ci avrebbero portato via tutto”, racconta Jacopo Poli, quarta generazione di una famiglia che ha fatto grande la grappa e si adopera per diffonderne la cultura e la storia in tutto il mondo.

Poli Distillerie.

Nella sede di Schiavon, a pochi chilometri da Bassano, Jacopo ha ricostruito la tradizione grappaiola dagli albori ai giorni nostri. Percorrere quei corridoi significa varcare un portale temporale, camminare lungo il dipanarsi dei secoli, mentre vetro, ferro, rame cambiano le proprie forme per diventare gli alambicchi, le fornaci e i bollitori che – al di là di qualche accorgimento tecnologico – ancora oggi svolgono le funzioni più importanti. Prendere la vinaccia fresca, cioè, quella appena separata dai mosti per la produzione del vino, e trasformarla in grappa pura, limpida e profumata.

“C’erano fatica e povertà, perché la grappa appartiene a una cultura contadina ancorata alla terra, che non ama i fronzoli. Nessuno aveva le scarpe ai piedi, quando andava bene avevi gli zoccoli, eppure lavorare era una festa”, continua Jacopo Poli, “quando era il momento della pigiatura delle vinacce si aiutava tutti, uomini, donne e bambini, erano anche momenti di grande convivialità”. Anche quando l’impresa di famiglia si dotò di strutture più ‘moderne’, a partire dai primi del Novecento, il contributo umano della produzione restava gioviale, familiare, affettuoso. “Ci siamo sempre considerati una sola famiglia, noi e i nostri operai”, sottolinea Jacopo “e anche di fronte alle SS ci si proteggeva l’un l’altro”. E tutti proteggevano il tesoro, cioè le vinacce: per evitare che i tedeschi confiscassero la produzione e quindi distruggessero un indotto che manteneva famiglie intere, i grappaioli bassanesi trovarono il modo di nasconderle all’interno di cavità sotto i pavimenti delle cantine.

Cavità accessibili solo dall’alto attraverso delle strette aperture tonde, facilmente dissimulabili facendoci rotolare sopra una botte o un tino. Da quelle aperture scendevano le ragazze, in realtà poco più che adolescenti, le uniche abbastanza esili da potercisi infilare, e leggere da poter essere sollevate senza difficoltà. Venivano legate sotto le ascelle con una corda e gli uomini le calavano giù per pigiare le vinacce, mentre loro restavano di guardia sulla superficie della cantina pronti a tirarle su e richiudere l’apertura al primo segnale d’allarme.

Grazie al loro lavoro, per minimo che possa sembrare, una delle eccellenze per cui l’Italia si fa onore nel mondo è sopravvissuta a quegli anni bui. A quelle operaie e quegli uomini Jacopo Poli ha dedicato un’intera sala nella sede storica della Distilleria Poli di Schiavon. La Sala degli Eroi, l’ha chiamata, perché “quella gente ha rischiato la vita tutti i giorni per lealtà alla famiglia, alla tradizione di questa terra e di questo Paese”. Siamo nel cuore dell’azienda, proprio alla fine della grande barricaia, dove le grappe Poli riposano chi pochi mesi, chi lunghi anni. La sala degli Eroi non a caso è a conclusione del percorso di visita, un punto d’arrivo che riporta al punto di partenza, e cioè l’amore per i valori che la grappa rappresenta.

Poli Distillerie, ingresso.

Un amore che non finisce di prodigarsi nemmeno ora che certi rischi non si corrono più. Nel 1993 Jacopo Poli e sua moglie Cristina hanno inaugurato in un edificio storico nel centro di Bassano, il Museo della Grappa, proprio a due passi dal famoso Ponte del Palladio. Il successo è stato oltre le aspettative, e venticinque anni dopo, vanta una media mensile di 13000 visitatori, tra turisti e appassionati. Un luogo che racchiude, oltre a reperti e oggetti relativi alla produzione della grappa, anche una biblioteca di 3000 testi antichi e documenti originali sull’arte della distillazione, tra cui anche il raro “Liber de arte distillandi” di Hieronymus Brunschwigh dell’8 maggio 1500, primo testo stampato su questo argomento.

L’ingresso al Museo della Grappa di Bassano è totalmente gratuito, e accoglie visitatori provenienti da tutto il mondo, contando un 38% di nazionalità tedesca, 17% italiana, 10% dagli Stati Uniti e instaurando con loro una “comunicazione esperienziale” per promuovere una cultura del made in Italy che va al di là del prodotto in sé.

L’attività di ricerca storica di Jacopo Poli è proseguita anche nel corso degli anni successivi. Nella sede della distilleria vera e propria, infatti, un edificio rurale tradizionale di Schiavon, dove alla fine dell’Ottocento ebbe inizio la produzione delle grappe Poli, ha costruito ampliamenti sotterranei per non impattare sul paesaggio, sale e gallerie in grado di ospitare quella che probabilmente è la più grande collezione di bottiglie di grappa in Italia. Ad oggi, sono 1500 le bottiglie mignon e oltre 2000 quelle normali di grappe prodotte dagli anni Trenta fino agli anni Ottanta da 440 aziende diverse, la maggior parte delle quali oggi non esistono più .

Un’attività di recupero storico del patrimonio grappaiolo del territorio e nazionale che si svolge attraverso aste di collezionisti e scelte su cataloghi rari, completamente a proprie spese, così come la raccolta delle testimonianze commerciali dei marchi leggendari dell’industria liquoristica italiana, quale ad esempio Martini, di cui il Museo della Grappa Poli conserva fatture originali con il tipico design liberty del logo, oggi sostituito da una grafica moderna.

Poli Museo della Grappa Schiavon – Grappateca

“Il mio desiderio è far conoscere al mondo il sapere e il sapore della grappa”, mi spiega Jacopo Poli, “a distanza di 25 anni mia moglie ed io crediamo di avere contribuito a distillare una goccia di cultura, e la dedichiamo a tutti coloro che ci hanno accompagnato lungo questo cammino”.

E soprattutto agli operai di casa Poli e le loro famiglie, che dal maxischermo nella Sala degli Eroi oggi sorridono e raccontano tutto quello che hanno passato, con gli occhi lucidi e le scarpe ai piedi.

(Per informazioni sul museo cliccate qui)

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