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La nostra Mozzarella batte il camembert pure in Francia, ma attenti ai vichinghi

La notizia che i francesi consumano più il famoso formaggio italiano che il loro riempie d'orgoglio, eppure mai cullarsi negli allori come i premi già annunciano

L'articolo sul sito de Le Figaro

Una notiziola, recentemente lanciata senza troppa enfasi da qualche agenzia di stampa, sta scaldando le opposte tifoserie della rivalità gastronomica che da sempre oppone l’Italia e la Francia. La notizia, in effetti, è curiosa: quest’anno, per la prima volta nella storia, i francesi acquistano più mozzarelle che camembert. Se ce lo avessero raccontato trent’anni fa ci saremmo messi a ridere. E invece da gennaio a settembre 2021 i francesi si sono comprati 33mila tonnellate di mozzarella e solo 29mila del classico formaggio normanno. Merito anche della pizza che, a Parigi e in provincia, sta vivendo un boom senza precedenti.

Il Figaro ha raccontato l’evento con toni di grande preoccupazione. I produttori di camembert temono che questa tendenza, che va avanti da anni, porti a un’irreversibile crisi del loro settore. Qualche commentatore italiano ha invece festeggiato in modo un po’ sguaiato l’ennesimo successo del made in Italy, quasi brindando alla crisi di uno dei più nobili prodotti della grande gastronomia transalpina.

Certo, le rivalità fanno bene, stimolano la competizione e aiutano a migliorare la qualità dei prodotti. Ma c’è un altro aspetto che, in questa piccola e curiosa vicenda, andrebbe forse sottolineato. Da molti anni ormai i francesi amano quasi tutto ciò che viene dall’Italia, dopo lunghi decenni di astio, diffidenza e complessi di superiorità. L’aria cambiò fin dai tempi di Mitterrand che amava l’arte italiana e aprì le porte agli architetti italiani (purtroppo anche a un bel gruppetto di terroristi). Renzo Piano e Gae Aulenti firmarono straordinari pezzi della nuova Parigi: il Beaubourg, il Musée d’Orsay. Nelle librerie i fumetti di Hugo Pratt cominciarono a vendere più di Asterix e di Tintin. I concerti di Paolo Conte e Riccardo Cocciante riempivano i teatri per settimane. Insomma, dalla fine degli anni Settanta l’Italia divenne di gran moda. Compreso il made in Italy della moda, naturalmente.

Nel giro di pochi anni il gigantesco gruppo di Bernard Arnault (quello di Dior e Louis Vuitton, 145mila dipendenti, 54 miliardi di fatturato annuo) ha fatto incetta di grandi griffes nostrane. Si è comprato Bulgari, Fendi, Emilio Pucci, Loro Piana, Acqua di Parma. Insomma, è scoppiato un amore per l’Italia, anche per la mozzarella e perfino per Mario Draghi che i giornali francesi descrivono come un gigante della politica europea.

È un atteggiamento nuovo, che fa onore ai francesi, meno sciovinisti di un tempo, più aperti alle esperienze e alle eccellenze che arrivano dall’estero. Per certi aspetti, i francesi sembrano anche più aperti di noi italiani che abbiamo formaggi eccellenti (a cominciare dal parmigiano reggiano, dai pecorini e dalle burrate, dai mille semisconosciuti prodotti regionali) ma continuiamo a guardare e a comprare solo quelli. Sarebbe bello, ogni tanto, riscoprire la curiosità, la voglia di trovare qualcosa di buono e di nuovo, perché il mondo è grande e sa essere meraviglioso. Anche il mondo dei formaggi.

In anni recenti un celebre campionato mondiale delle eccellenze casearie (il World cheese awards, che si svolgerà tra qualche giorno in Spagna, a Oviedo) ci ha insegnato qualcosa. Nell’ultima edizione figuravano due francesi e tre italiani fra i dieci prodotti migliori del mondo. Ma il primo assoluto e il terzo classificato non erano italiani, né francesi o tedeschi. Erano entrambi norvegesi. Il vincitore è fatto col latte di 12 selezionatissime mucche, custodite e protette come cammelli a tre gobbe. Una sorpresa, certo. Ma alle sorprese dovremo abituarci, come è già accaduto nell’alta ristorazione internazionale con la crescita di grandi cuochi danesi, giapponesi, peruviani.

“Anche nell’universo dei caseifici stanno cambiando molte cose – commenta Roberto Guermandi, bolognese, uno dei giudici italiani chiamati a Oviedo per valutare i formaggi da Oscar – I produttori scandinavi stanno ottenendo ottimi risultati. Ma vanno tenuti d’occhio i progressi dei prodotti spagnoli, portoghesi e anche brasiliani: sono formaggi accattivanti e ben fatti, per nulla lontani dai gusti dei consumatori italiani”.

Insomma, chi ama il buon formaggio continui a godersi mozzarelle e camembert, parmigiano reggiano e comté, capolavori italiani e delizie francesi. Ma in un futuro che è già iniziato ci si può accorgere anche di tanto altro. I classici meritano sempre amore e rispetto, ma sarebbe un errore chiuderci in un pigro patriottismo o in una classicità ripetitiva. Non solo quando scegliamo un formaggio.

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