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Il ruolo del cibo al tempo della pandemia: Daniela Puglielli e la Dieta Mediterranea

In occasione della Settimana della Cucina Italiana nel mondo la moderatrice del Med Diet Talks commenta il tema negli ambiti socio-culturali ed economici

Daniela Pugliell

"In un periodo come quello che stiamo purtroppo vivendo tutti, si è messa in evidenza secondo me la necessità intanto di acquisire delle abilità di base nella preparazione di piatti e pietanze non necessariamente pronte... C’è voluta una pandemia globale per ricordarci quanto sia importante sapere cucinare, saper scegliere ingredienti giusti".

La quinta edizione USA della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo si concluderà domenica 22 Novembre. Nata con l’obiettivo di promuovere la cucina italiana e di valorizzare i prodotti agroalimentari nazionali. Tra gli eventi organizzati dall’Ambasciata d’Italia a Washington, le tavole rotonde sulla Dieta Mediterranea, hanno contribuito a dare una visione scientifica della cucina italiana e degli aspetti salutari di una dieta nel decennale del suo riconoscimento da parte dell’Unesco come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.

La pasta, uno dei simboli della Dieta Mediterranea

Abbiamo approfondito l’argomento con Daniela Puglielli, talento italo globale negli USA, esperta di Relazioni Internazionali, Marketing, Relazioni Strategiche, che vive negli Stati Uniti da ventitré anni, dove gestisce la sua agenzia di pubbliche relazione e marketing, ACCENT PR. Con sede a Boston, è stata riconosciuta come una delle migliori agenzie PR del 2021 in America, dall’ultima classifica Forbes.

Appassionata di nutrizione e fondatrice del Mediterranean Diet Roundtable, il think tank che promuove la Dieta Mediterranea negli Stati Uniti, è stata pochi giorni fa moderatrice del Med Diet Talks organizzati dall’Ambasciata italiana di Washington, parte delle celebrazioni della Settimana della Cucina Italiana nel mondo. Qual è stato il concetto emergente delle presentazioni dei vari speaker? C’è un filo comune che contraddistingue il periodo storico che stiamo vivendo in termini di salute e nutrizione?

“Certamente. Mangiar sano, equilibrato e con cibi poco processati, ci aiuta a diminuire uno stato infiammatorio diffuso e aiuta a migliorare le difese autoimmunitarie dell’organismo. In un periodo come quello che stiamo purtroppo vivendo tutti, si è messa in evidenza secondo me la necessità intanto di acquisire delle abilità di base nella preparazione di piatti e pietanze non necessariamente pronte, e da questo incontro ravvicinato con il cibo, capire cosa effettivamente mettiamo nel nostro corpo e con quali conseguenze. La scelta degli speaker che abbiamo proposto per questa edizione speciale del Mediterranean Diet Roundtable (MDR) per l’Ambasciata, ha voluto mettere in evidenza le proprietà dei cibi che, con le loro peculiarità e le dovute proporzioni, ci aiutano a migliorare non solo aspettative e qualità della vita, come sapientemente illustrato dal prof. Fasano di Harvard, ma a garantire un’offerta di qualità etica come presentato da Amanda Goldman della Gordon Food Service e da Angelo Mojica del Johns Hopkins Hospital. Con Sara Farnetti abbiamo invece messo proprio a fuoco i cibi funzionali quali l’olio di oliva di qualità, e come vada a stimolare importanti funzioni ormonali”.

Durante uno degli evento di dieta mediterranea

La dieta mediterranea tradizionale, con la sua abbondanza di piatti a base di verdura, frutta, legumi e cereali e ruolo marginale della carne rossa, riassume in sé i principali fondamenti di un’alimentazione equilibrata e sostenibile. Combinazione di elementi, che sono frutto di una cultura alimentare sviluppatasi nei millenni in alcuni paesi mediterranei come Italia, Grecia e Spagna. Non a caso due delle cinque Zone Blu del mondo, caratterizzate da una singolare concentrazione di centenari si trovano proprio nel bacino del Mediterraneo: Sardegna, in Italia e Ikaria in Grecia. Come è possibile divulgare e far vivere questo patrimonio immateriale dell’umanità negli Stati Uniti, dove l’industria alimentare ha dinamiche prevalentemente di profitto? La cultura del fast food in America lascia spazio anche ai ristoranti Farm-to-Table? 

“Non è facile, anche perché si sono create delle vere e proprie lobby potentissime e difficili da scalfire. Tuttavia, aiutati dai numerosi studi in materia, abbiamo individuato due argomenti principali con cui stiamo riuscendo a creare una “domanda dal basso” da parte di alcuni importanti food service. Il primo argomento è la relazione tra alimentazione e performance (scolastica, fisica, intellettuale). In alcuni ambienti come università, sono state condotte ricerche accurate per verificare l’andamento scolastico degli studenti in base all’alimentazione proposta a mensa ed è sorprendente come il campione sottoposto a regime di Dieta Mediterranea abbia presentato il miglior risultato. Altri importanti studi sono stati fatti in ambito militare e para-militare, per esempio con i pompieri. Altre mense all’avanguardia, come quella dei celebri laboratori Google, fanno dell’offerta alimentare un vero e proprio plus da offrire ai propri dipendenti. Quindi: alimentazione e performance ha un enorme appeal per il nostro messaggio, con importante documentazione a corredo del nostro operato.

L’argomento è di ordine medico-economico, con sfumature etiche: contribuire attraverso la creazione di menu, alla diminuzione dell’obesità, che raggiunge quasi il 39% della popolazione americana. Ciò significa contribuire anche ad una popolazione più sana e meno dipendente da supporti farmacologici e dal servizio sanitario, ma anche contribuire al benessere diffuso. Certo, la cultura del fast food non sarà facilmente soppiantata. Ma abbiamo osservato con piacere l’esplosione di catene definite “Fresh Casual” ispirate comunque a cucine mediterranee, soprattutto Grecia e Levantine Cuisine. Sarà interessante fare una valutazione post-pandemia per vedere quali abbiano meglio resistito all’urto”.

Hamburger (pixabay)

La sua è una prestigiosa Conference (MDR) che vede ogni anno partecipare esperti internazionali dal campo della Ricerca Scientifica, della Medicina Nutrizionale, della Food Industry & Management, del Mondo Wellness ed è focalizzata sullo studio e l’applicazione della Dieta Mediterranea, dalle economie private al food service per istituti scolastici e universitari, mense ospedaliere e aziendali. Nella risoluzione “Healthy Food Options in Hospitals”, l’American Medical Association ha invitato le strutture sanitarie degli Stati Uniti a migliorare la salute dei suoi pazienti fornendo più pasti a base vegetale e le università sono un campo di battaglia nello sforzo di fornire cibo più sicuro e più sano, sono istituti che nella realtà  possono ridurre il peso dei problemi di salute legati al cibo. Le mense ospedaliere e universitarie, negli Stati Uniti negli ultimi anni offrono opzioni più salutari? È questa una speranza o ci sono stati interventi concreti?

“Le mense di ogni ordine e grado hanno dei budget molto ridotti per perseguire delle logiche di qualità. Parliamo di meno di 3 dollari per le scuole dell’obbligo e circa 6-8 dollari per dei pasti universitari. Queste cifre comprendono anche il fattore lavoro e tutto ciò che ruota intorno alla gestione delle mense stesse. Pertanto con i costi aggiuntivi del COVID (mascherine, disinfettanti, scatole per pre-porzionamento ecc.) i margini riservati al cibo vero e proprio si sono ulteriormente ridotti. Lo sforzo che stiamo conducendo da tempo e che sembra darci una straordinaria soddisfazione, è soprattutto legato ad una questione di riformulazione dell’architettura del menu nelle mense. Il focus è sulla qualità e non sulla quantità, sull’esperienza degustativa e conviviale. Nonostante il rallentamento causato dalla pandemia, stiamo per lanciare dei veri e propri “food concepts” per esempio con l’università di Yale. È un percorso lungo e in contrasto con quanto fatto sinora: sarà bello parlarne quando saranno attivati”.

Quali sono i principali ostacoli per un prodotto Made in Italy nell’industria del food internazionale? La valorizzazione di questi prodotti e il settore agroalimentare in termini di esportazioni negli Stati Uniti, hanno avuto una decrescita per effetto della crisi Covid? Quali sono gli impulsi che devono ricevere le aziende italiane? 

“Il Made in Italy, quello autentico è vera espressione del meraviglioso territorio da cui proviene, è limitato ai circuiti di negozi specializzati e nella ristorazione (da sola assorbe circa il 40% delle importazioni). Tipicamente purtroppo le nostre produzioni sono troppo piccole e non adatte ad un mercato ampio e complesso come quello degli Stati Uniti. Le aziende che caratterizzano la produzione italiana sono spesso a conduzione familiare e con poche risorse di marketing per affrontare la competizione. A volte tristemente si cannibalizzano. Sono abituate a dei rapporti quasi personali con la clientela nazionale ed è difficile far capire i costi associati a questo mercato, alle importazioni, alla logistica, alla promozione. Noi abbiamo cercato di trasformare questo limite in opportunità, creando dei circuiti esclusivi per alcuni prodotti. Per esempio, alcuni dei nostri clienti, da soli, sono in grado di assorbire la totale produzione di alcuni produttori gourmet. Abbiamo quindi creato delle esperienze degustative esclusive che vengono veicolate a circuiti particolari di clientela. Le aziende italiane, che non credo abbiano subito una flessione con il COVID, dovrebbero entrare in ottiche più ampie e sistemiche rispetto la conduzione familiare, e polarizzare risorse comuni per affrontare meglio questo mercato, che non è abituato alle sottili distinzioni cui siamo abituati in Italia”.

Cucina Italiana (pixabay)

Nel Decameron, la raccolta di racconti del XIV secolo del Boccaccio, un gruppo di 10 giovani nobili, sette donne e tre uomini fugge la mortale pestilenza di Firenze. Viene descritto un pasto di campagna sulle colline toscane ed emerge che per tenere lontano la peste oltre a mantenere uno stato d’animo positivo occorreva mangiare il giusto cibo. La pandemia dei nostri giorni ci riporta con straordinaria modernità a quel contesto. Quanto è importante lanciare messaggi che educano a una sana alimentazione pandemica per non affogarsi in cibi emotivi e quali sono le strategie future che la sua agenzia sta elaborando per la gestione delle catene del ristoro? 

“C’è voluta una pandemia globale per ricordarci quanto sia importante sapere cucinare, saper scegliere ingredienti giusti, anche come abbinamenti, sviluppare tecniche di conservazione (che poi si traduce in risparmio di cibo ed ottimizzazione delle risorse). Il format MDR presto lancerà corsi virtuali e virtuosi per sviluppare tanto una dispensa mediterranea quanto un “arsenale” di tecniche culinarie e sapori/abbinamenti autentici di varie cucine, tanto italiane (regionali) quanto mediterranee”.

Un’esperienza che capita a tutti nella vita è quella in cui a distanza di anni inaspettatamente, mangiando, si ritrova un sapore dimenticato dei nostri ricordi più felici, rivivendo per un attimo le emozioni di quell’epoca lontana. Qual è il piatto che sa trasformare la sua giornata più triste in indimenticabile?

“Sono una buona forchetta ed ho avuto la fortuna nella vita di gustare veramente tanti piatti e tante cucine deliziose. Tuttavia, uno dei ricordi gastronomici più emozionanti è legato ad un superlativo piatto di gnocchi fatti in casa da una mia cara parente a Caramanico Terme, il piccolo paese abruzzese da cui la mia antica famiglia proviene. Semplicemente indimenticabile”.

 

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