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New York a tavola con Francesco, il poeta chef dell’Antonucci Cafe di Manhattan

Rari e incantevoli sono gli chef che creano non solo il loro cibo, ma il loro ambiente, il loro mondo, il loro paradiso, e lo aprono agli altri

di Michele Valle Perini

Francesco Antonucci (Foto di Terry W. Sanders)

E’ difficile trovare poeti. Ma non impossibile. Basta non cercarli soltanto nelle biblioteche. Io, per esempio, ne ho trovati molti in altri luoghi. Poeti-pittori, poeti-cantanti, poeti-mariti (e poetesse mogli e poeti-figli).

Tutti avevano qualcosa in comune. Erano portati da un sogno, così come una foglia è portata dal vento, e un ciottolo del fiume dalla corrente. Non chiedete mai a un poeta dove va. Non lo sa, o se ve lo dice sbaglia, perché la forza che lo spinge può improvvisamente cambiare direzione, senza che lui se ne accorga.

Tra i poeti nascosti, i più misteriosi sono i cuochi, quelli che oggi si chiamano gli chef. Ma ancora più rari e incantevoli sono gli chef che creano non solo il loro cibo, ma il loro ambiente, il loro mondo, il loro paradiso, e lo aprono agli altri.

Ecco, se volete trovare un poeta così dovete venire a New York, costeggiare Central Park nel lato Est, a partire dal grande negozio della Apple sulla 59esima, e non avere fretta. In fondo un poeta ha bisogno di una mente sgombra, e una passeggiata è quello che ci vuole per stimolare l’appetito. Cosa c’è di meglio, poi, che avere da un lato la natura (inclusa una piccola fattoria con le mucche e le capre), dall’altro una città sempre di corsa?

Antonucci Cafe, New York (Foto di Terry W. Sanders)

Quando infine arrivate all’81a strada, non fate che girare sulla destra, superare Madison Avenue, Park Avenue, Lexington (il vero cuore pulsante della città) ed ecco, siete arrivati all’Antonucci Cafe.

Antonucci Cafe. No. Non è un nome di fantasia. Lo chef si chiama davvero Antonucci di cognome (Francesco di nome), e se ci andate di sera, è lì, seduto ad un tavolo di fronte alla porta d’ingresso. Se qualche ospite arriva da solo e non ama mangiare con un posto vuoto davanti, la faccia china sul piatto, un’aria da cane bastonato, non fa altro che sedersi al tavolo di Francesco Antonucci.

La prima poesia di Francesco è sull’amicizia. Ci sono sempre dei posti vuoti a quel tavolo davanti alla porta (insomma, se non arrivate troppo tardi), e Francesco col sense of humour che solo i veneziani hanno (lui è di Mestre, quartiere Bissuola) vi prenderà un po’ in giro, farà qualche battuta (magari piccante), e vi costringerà a sorridere prima ancora che vi arrivi il piatto che avete ordinato. Ma un bicchiere di vino certamente ce l’avrete in mano. E davanti a voi siede un amico straordinario, che non vi vuole bene soltanto perché siete suoi clienti.

La seconda poesia di Francesco è il movimento. Un flusso continuo di camerieri e cameriere che sembra disegnato da un pittore, o preso da un film con Audrey Hepburn. Le cameriere in vestito nero, con un filo di perle al collo, leggiadre, sembrano danzare con i piatti in mano, e voi, mentre vi guardate in giro, pensate… questa scena devono averla provata per giorni e giorni, altrimenti come farebbero a non scontrarsi, a non mandare i piatti all’aria, a non inzuppare i colli dei clienti con uno spritz schizzato via durante un volteggio? Solo i poeti riescono in questi equilibrismi: la realtà si piega al loro volere, e gli occhi di Francesco (che vi guarda, ma insieme non smette mai di perlustrare il suo locale) guidano tutto con fili invisibili. I camerieri non lo sanno ma in buona parte è Francesco che li muove, e dona loro una grazia straordinaria, a mezzo tra la danza e il circo.

E poi i clienti. La terza poesia di Francesco sono i clienti. Voi pensate davvero che siano veri? Io non lo credo per nulla. Francesco deve averne raccolti un po’ dai romanzi di Hemingway (Il Café de Flore, vi ricordate?), un po’ dalla sua formazione veneziana (Cipriani, l’Harry’s bar di una volta, e lì Hemingway c’entra di nuovo, e soprattutto la Locanda a Torcello), un po’ dal suo giro del mondo che l’ha portato qui a New York.

Antonucci Cafe, New York (Foto di Terry W. Sanders)

Le donne di età diversa da Antonucci sono tutte leggiadre (persino i lifting sono di quelli ‘vedo e non vedo’), gentili (sì, come Beatrice), eleganti senza essere overdressed. Gli uomini magari con giacca e camicia, ma senza cravatta. Se tutti conoscessero questo ristorante io amerei scrivere nei mei inviti “Antonucci wear” e sarebbe chiaro quel che desidero. Nessuna sciatteria, nessuna rigidezza. Star bene nell’eleganza, non indossarla come una corazza.

Ma sotto il vestito chi c’è? Chi frequenta questo locale? Non solo coppie, ma amici, amiche, un mondo felice di essere al mondo dove tutti parlano un po’ tutte le lingue o almeno cercano di parlarle: Fiesta mobile, evviva! Veniteci di sera, questo è il momento per l’Antonucci experience. Forse la sua magia vi trasformerà per due ore (nessuno qui vi mette fretta) nel personaggio del libro che avete sempre sognato di leggere. O di scrivere.

La quarta poesia di Francesco naturalmente è il cibo. Per capirlo dovete imparare a usare il microscopio, come si fa in una poesia di Ungaretti, dove ogni parola conta come un discorso.

“M’illumino / d’immenso” . Due parole. Un risotto di Antonucci, quattro ingredienti. Ma aspettate. Lo sentite il rosmarino in quel risotto di funghi? quel rosmarino che porta vicino al porcino il profumo della resina del bosco? Il fois-gras: ma lo sentite il profumo del volatile da cortile in quel piatto che tante volte in altri ristoranti sapeva di tutto e di niente? Altri profumi non ve li voglio suggerire.

Ma il punto è questo. Come ogni grande poeta Francesco ha bisogno di grandi lettori. Lettori che si fermino sui suoi piatti sapore per sapore, e che sappiano usare il cibo come faceva Proust, per tornare indietro in un’oasi accogliente e dolcissima che forse tutti abbiamo dimenticato o non abbiamo mai conosciuto.

La quinta poesia di Francesco è il locale. Quadri moderni di grandi artisti alle pareti e tavoli piccoli, che possono essere combinati e ricombinati, a seconda delle necessità. Via via che ci tornate capite che anche in questo gioco combinatorio c’è una regia, un’armonia, e a questo punto – mi dispiace – non c’è più niente da fare.

Francesco Antonucci, coma una nuova Maga Circe, vi ha catturato e non vi lascerà più andare. Siete suoi prigionieri. Questo ristorante sarà il luogo in cui vorrete tornare ogni volta che siete felici, ogni volta che siete infelici. Perché lì, nel mezzo della sala, c’è Francesco, il grande poeta per cui vale la pena di prendere un volo e venire a New York. Ma per favore durante il volo non mangiate quello che vi servono, anche se foste in business.

Qui ci dovete arrivare a mente fresca e stomaco vuoto. E la poesia di Antonucci, come fa la marea con la sabbia al mare di mattino, vi bagnerà e vi donerà i suoi segreti.

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