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Ottantafame, l’orgasmo della cucina italiana non soddisfa più!

Andare al ristorante è diventato lo sport, siamo disposti a pagare cifre da capogiro per un godimento che non è neanche lontano parente di quello sessuale

Uno chef alle prese con la cucina molecolare (pixinio.com)

Il cibo mi ha ossessionato la vita, tenendo fuori il sesso che ha avuto un periodo di azione più limitato. E non capisco ancora perché si accosti al sesso il cibo. Parliamoci chiaro: se interessa uno, non interessa l’altro. Mangiare è la ginnastica fuori dalle lenzuola che tutti fanno senza venir giudicati, ma giudicando. Davvero rilassante. I nonni danarosi, che vanno tanto di moda tra le giovani donne ambiziose, le sfoggiano a tavola, ma è evidente che, se avessero altro da fare con loro, non le porterebbero a cena. Bei tempi quelli in cui il cibo finiva a letto in forma di panino o cioccolatino; giusto come carburante. Oggi invece si decanta il piacere sensuale del cibo perché è più facile godere con la pancia che con il basso ventre. Perciò andare al ristorante è diventato lo sport nazionale. Inorgoglisce tutti e siamo disposti a pagare cifre da capogiro per un godimento che non è neanche lontano parente dell’orgasmo, per il solo fatto che è un piacere che si raggiunge sempre e senza bisogno di un partner, ma si può espletare in compagnia. Orge gastronomiche; il che è una contraddizione in termini.

Da bambina odiavo il cibo, perché avevo cose più divertenti da fare. Quando arrivavano le pietanze a tavola, mi veniva un impellente bisogno di ballare il Dadaumpa come le gemelle Kessler. Mio padre, che aveva patito la fame nel dopoguerra, mi ripeteva preoccupato: “Se vuoi crescere, mangia; altrimenti andrai tisica”. Ho cominciato ad apprezzare il cibo a metà anni ‘70, quando ricevevo i primi inviti a cena e scoprivo dei piatti che mi parevano assolutamente esotici e molto chic. Tipo: gamberetti in salsa rosa, tagliolini votka e salmone, aragosta alla catalana, capesante con besciamella, risotto fragole e champagne, crepe Suzette flambé, profiterole e crema Chantilly, Chateaubriand, filetto alla Strogonov, filetto alla Wellington.

A casa, pur che mangiassi, la cucina della nonna venne in parte accantonata e si giunse a un compromesso: furono introdotte le bavaresi, i soufflé, il risotto all’onda al tartufo e ai formaggi, il bis o tris di primi, la moussakà, le fettuccine burro e parmigiano, la mousse di cioccolato, la quiche lorraine. Ma papà fu irremovibile all’ingresso della panna e della salsa rosa, che negli anni ’80 la facevano ormai da padrone sulle tavole degli italiani, come scrive Carlo Spinelli in Ottantafame. Ricettario sentimentale degli immortali anni ‘80 (Marsilio). Negli anni ‘80 non avevamo più fame ed eravamo alla ricerca di farcela venire all’insegna del “Facciamolo strano”. Talmente strano che siamo giunti all’aberrazione del food porn: capesante farcite di mortadella, ostriche al gorgonzola, cozze alla panna. Tuttavia non ci siamo più liberati di piatti come le tagliatelle o gli gnocchi alla panna, prosciutto e piselli, i gamberetti in tutte le salse, la rucola che ha preso il posto del prezzemolo, la frozen pizza (ahinoi), l’orrida panna cotta ai frutti di bosco, e l’indigesto tortino di cioccolato con il cuore tenero.

A metà degli anni ’90, Edoardo Raspelli che, come scrive Spinelli, si era inventato il mestiere invidiatissimo di critico gastronomico e dirigeva la guida dei ristoranti dell’Espresso, mi chiese se volevo far parte della sua squadra. Mio padre rimase scioccato: “Ma come tu che non mangi niente perché ti fa tutto schifo?” Risposi: “Appunto, sarò un’ottima critica”. Feci questo lavoro per 5 anni, ma a latere del mio lavoro di giornalista, mentre altri che avevano iniziato con me si diedero anima e corpo, ritrovandosi con un corpo obeso, ma dall’aspetto famoso. Un giorno me ne stavo nella spiaggia davanti a un ristorante di Menfi (Sicilia), dove Raspelli mi aveva raggiunto per gustarne i piatti prelibati, poi decisi di entrare e lo vidi al tavolo con 13 piatti vuoti al suo fianco. Gli chiesi: “Ma cos’hai fatto Edoardo?” Mi apostrofò: “Mentre tu prendi sole, io lavoro”.

In questi ultimi decenni abbiamo aggiunto ai nostri piatti pure curry, chili, involtini primavera e innumerevoli varianti colorate di sushi, confezionato con tonno crudo pescato chissà quando e sempre con lo stesso gusto perché predomina il formaggio Philadelphia. Fatto sta che la Nuova cucina italiana di Allan Bay con Paola Salvatori annovera 1400 ricette fra tradizione e innovazione (il Saggiatore). Abbiamo fatto davvero un bel pasticcio della cucina italiana, storpiando certe ricette tradizionali, come gli scampi alla busara che di certo non si fanno con il peperoncino, bensì con la paprika; come papà mi ha insegnato. Ma è la globalizzazione, bellezza.

 

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