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Notte di Halloween: la luce delle zucche basterà

Quando un'innocua passeggiata di bambini alla caccia dei dolcetti nella sera di Halloween ha in serbo un brutto scherzetto...

Una short story di Luca Passani sul rituale di Halloween negli Stati Uniti

Mia madre aveva detto che ci sarebbe voluta mezz’ora per arrivare dal mio amico Jack, ma ci abbiamo messo quasi il doppio per raggiungere Purcellville in macchina a quest’ora del pomeriggio.

Vedo gli zombi e i fantasmi che circondano la casa di Jack. Qui in America prendono Halloween molto seriamente. Me ne accorsi già al mio primo “dolcetto o scherzetto” sei anni fa, quando mi ero appena trasferito in USA dall’Italia con mamma e papà. Il mio amico Jack si è preparato per benino al grande evento anche questa volta.

Suoniamo il campanello e sentiamo un cane agitarsi e abbaiare. Un piccolo dinosauro di nome Tommy ci apre la porta. Dietro di lui, suo padre Peter tiene Cooper per il collare. Cooper è un pitbull. È un cane buono. L’aspetto non è mai stato rassicurante però.

Entriamo.

Janette, la mamma di Jack e del dinosauro, è seduta al tavolo della cucina e sta truccando Jack da zombie come l’anno scorso. Io, per cambiare, sono un gangster. Indosso un gessato nero con delle righine verticali bianche e un fazzoletto rosso nel taschino.

Sono tutti indaffarati con gli ultimi preparativi prima dell’inizio della caccia alle caramelle. L’atmosfera è allegra, eppure avverto una sensazione paurosa che non riesco bene a definire.

…HIIIII…

Ho uno scatto di spavento sentendo una porta cigolare dietro di me dove non mi aspettavo ci fosse nessuno. Mi giro. La piccola Lindsay, la sorellina di Jack, aveva aperto la porta.

“Quest’anno anche il mio tesorino andrà con i ragazzi grandi a fare il ‘dolcetto o scherzetto’ porta a porta. Noi vi seguiremo a distanza.” dice Janette.

Ci mettiamo in marcia. Siamo un gruppo di sei bambini, compreso il piccolo dinosauro.

“Qual’è il tuo dolcetto preferito?” mi chiede Tommy.

“Non lo so” rispondo. Penso di essere diventato troppo grande per quest’attività. Ma dopo io e Jack torneremo a casa sua per giocare con la Xbox. Con quella sì che ci divertiamo (che poi è il vero motivo per cui sono venuto fin qui).

Camminiamo sul marciapiede. La lunga fila di casette del quartiere suburbano si srotola davanti a noi. È buio, ma la strada è illuminata dalle zucche intagliate con i lumini dentro.

“Quella è la casa del signor Evans.” dice Jack.

Tutto sembra tranquillo. Un paio di pipistrelli fasulli pendono dal porticato. Dalle finestre si vede la luce accesa di lampade. Il signor Evans starà sicuramente aspettando noi e tutti gli altri bimbi del vicinato.

“Questo sarà un lavoretto facile” dice Jack, incamminandosi sicuro verso la porta.

Swooooosh!

Una specie di fantasma nero con tanto di falce spunta di colpo dal terreno e si ferma a cinquanta centimetri da Jack. O meglio, cinquanta centimetri da dove stava Jack prima di fare un balzo all’indietro di almeno un metro, cadendo sul sedere. Una risata spettrale rimbomba forte nell’aria.

..AAAAHA-HA-HA-HAAAA…AAAAHA-HA-HA-HAAAA…

Dopo un paio di secondi, esplode una risata generale. Jack si rialza. Poi ride anche lui. La porta della casa si apre e appare il signor Evans visibilmente soddisfatto. Dalla sua tunica nera spunta una mano che tiene un telecomandino.

“Venite bambini. Ho un po’ di caramelle per voi!” declama Evans con una voce cavernosa assolutamente non credibile.

Devo ammettere che da queste parti ad Halloween ci credono davvero. Questo Evans avrà cacciato almeno 100 dollari per installare lo spaventa-bimbi. Chissà come passa le sue giornate gli altri 364 giorni dell’anno.

Passiamo da altre due case. Tutto fila liscio. Basta suonare e, di lì a pochi istanti, si presentano alla porta una nonnina e poi un signore con la pipa. Tutti sono pronti ad elargire ampie dosi di cioccolatini e caramelle. Le mettiamo nei nostri piccoli calderoni portatili.

Janette grida da in fondo alla strada a Jack e a Tommy di fare in modo che anche Lindsay riceva qualche dolcetto.

“Dov’è Lindsay?” chiedo a Jack.

Ci guardiamo intorno e non la vediamo. Tommy era distratto e non lo sa neanche lui.

“Lindsay non è qui!” grido io alla volta di Janette e di mamma.

Janette e mamma corrono verso di noi.  Dopo un manciata di secondi sono con noi.

“Era con voi! Dove l’avete lasciata?”

Io ricordo di aver visto Lindsay quando la carovana dei bimbi era partita. Poi non l’ho più vista. Davo per scontato che la bambina fosse rimasta con la madre.

Come può sparire nel nulla una bambina? Non può essere lontana.

Janette è preoccupata. Più che preoccupata, infatti. Le si legge l’agitazione sul volto. Mia madre cerca di tranquillizzarla:

“Vedrai che è qua vicino.”  

Ma questa frase non sembra aiutare molto.

Janette estrae il telefonino dalla tasca dei pantaloni. Sbaglia il codice per sbloccare lo schermo. Riprova, ma lo risbaglia. Noi stiamo tutti zitti. Persino il piccolo dinosauro finalmente capisce che sta succedendo qualcosa di serio e rimane in silenzio anche lui.

Jack urla il nome della sorella, ma non sentiamo alcuna risposta.

Tutto d’un tratto sentiamo un trillo, simile allo squillo di un cellulare, provenire da un angolo buio tra due case. Da quella zona appare un’ombra strana. Lunga. L’ombra ha qualcosa di umano nell’andatura, eppure non è riconoscibile come l’ombra di una persona.

Dopo alcuni secondi, tutto è chiaro. L’ombra è quella di Peter. Seduta sulle sue spalle c’è la piccola Lindsay che ride.

Non c’è che dire. Di tante sere, questa è la più adatta per prenderci tutti un bello spavento.

A proposito di...

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