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Revenge porn, il pericolo è tra le tue dita: prima di condividere, pensa

Facebook ora combatte la diffusione di contenuti privati. Eppure, sarà il buonsenso a salvarci ancora

Donna con smartphone TeroVesalainen / Pixabay

In attesa che la giustizia italiana deliberi una legge in tutela delle vittime, e che i social network offrano maggiore protezione, noi donne (e uomini; capita di rado, ma può capitare) non potremo cambiare il mondo, ma potremo armarci e controbattere a modo nostro. Abbiamo due possibilità: nasconderci all’occhio indiscreto del prossimo o sdrammatizzare. Per la nostra sopravvivenza

Revenge porn, la condivisione di immagini hard e video pornografici a danno di un ex partner per ripicca o mitomania. Il dibattito è più acceso che mai. Facebook annuncia un grande passo in avanti: con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, un team vigilerà sui post degli utenti della piattaforma in modo che i contenuti ritenuti non conformi agli standard possano essere tempestivamente rimossi.

Il nome di Tiziana Cantone, avvenente trentenne napoletana, diventa tristemente noto tra i voyeur d’Italia quando un suo ex amante decide di diffondere via Whatsapp un video privato di cui la donna è protagonista. La sua performance diventerà presto virale. Incapace di reggere allo scherno, la Cantone tenterà il suicidio nel marzo del 2016; si toglierà la vita il tredici settembre dello stesso anno. Anche Giulia Sarti, deputata grillina, è da qualche tempo nell’occhio del ciclone per presunti scatti osè hackerati e diffusi a sua insaputa. Una cyberguerra, nelle parole della Sarti, interna al partito. È di pochi giorni fa invece la notizia di una tredicenne di Lodi ricattata da un compagno di classe per aver inviato alcuni selfie provocanti nel tentativo di attirare la sua attenzione.

Il fenomeno è divampato negli ultimi anni. Ricordo con un sorriso l’unica fotografia che mandai a uno studente di un altro istituto con il mio vecchio Nokia. Me la scattò una compagna di banco, che fece il possibile perché sembrassi carina. Ero struccata, le pareti della mia aula alle mie spalle, e le prime fotocamere posteriori dei nostri cellulari davano il colpo di grazia alla nostra scarsa fotogenia di adolescenti brufolose. Il tutto partì con un antidiluviano mms, la risposta fu lapidaria: «Nn 6 il mio tipo. Ciao!!» Soltanto dieci anni fa il revenge porn era impensabile. La nostra ingenuità e i nostri deboli mezzi di comunicazione ci impedivano qualsiasi genere di iniziativa audace. Ma se il web è cambiato rapidamente, la mentalità è rimasta la stessa. Una donna sessualmente attiva fa notizia. Il machismo da spogliatoio prevale sul raziocinio e il video privato di un rapporto orale, che non dovrebbe scandalizzare se non per il suo uso criminale, diventa oggetto di scambio, figurina da collezione: una bomba pronta a esplodere sugli schermi di migliaia di sconosciuti.

Quanto pubblichiamo su Facebook (e Twitter, Instagram) cessa all’istante di essere nostro, diventando di pubblico dominio. E le nostre bacheche – tutte – hanno come denominatore comune qualcosa di incauto: la fotografia innocente di un figlio che gattona in salotto, una riflessione più temeraria del solito, un selfie annoiato in lingerie. Condividiamo la nostra quotidianità per gioco, forse sottovalutando il nostro pubblico. Ma escludendo pochi profili blindatissimi, dove l’utente sceglie di aggiungere ai contatti soltanto amici e conoscenti, la maggior parte di noi sa poco o nulla dei propri interlocutori virtuali. Se di questa leggerezza però siamo gli unici responsabili, il revenge porn è un reato e come tale va trattato.

Tuttavia, come ricordava Totò, la prudenza non è mai troppa. Beppe Severgnini è stato criticato per aver suggerito maggiore accortezza nel condividere la propria intimità via smartphone. Io le ho interpretate come parole di buonsenso. Il nostro cellulare può finire nelle mani di chiunque: uno scippatore, una collega di lavoro, un familiare. Un partner umiliato può vendicarsi. Le variabili sono infinite. Non lascio mai il mio iPhone sbloccato, neppure in presenza di amici fidati. Quanto condivido di mia iniziativa, invece, non mi spaventa. Nel momento stesso in cui invio una fotografia per divertimento, smetto di preoccuparmene. L’esibizionismo non è una colpa, ma chi ama l’obiettivo deve essere consapevole dei rischi. I giochi pericolosi possono finire in tragedia e solo chi è immune al giudizio altrui può concedersi qualche libertà. L’idea che una giovane donna come Tiziana non abbia retto alla pressione fa ancora male.

In attesa che la giustizia italiana deliberi una legge in tutela delle vittime, e che i social network offrano maggiore protezione, noi donne (e uomini; capita di rado, ma può capitare) non potremo cambiare il mondo, ma potremo armarci e controbattere a modo nostro. Abbiamo due possibilità: nasconderci all’occhio indiscreto del prossimo o sdrammatizzare. Per la nostra sopravvivenza.

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