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“We can do it!”, Rosina la rivettatrice, l’italiana icona del femminismo in America

Dietro al manifesto di J. H. Miller, il volto fiero e volitivo di Rosie, simbolo delle donne americane nelle fabbriche durante la Seconda Guerra Mondiale

Rosie the Riveter

L’impegno di tante donne costrette a turni massacranti e a lavorazioni del tutto inadeguate, ma con la grande volontà di poter servire la loro Nazione. L’opera sarebbe stata quotata circa cinque milioni di dollari nel 2002

Molte signore di New York ricorderanno di aver preso il loro caffè in una mug che raffigura una bella donna con i capelli neri coperti da un foulard, mentre esibisce orgogliosa il suo braccio muscoloso.

E quanti di noi sappiamo chi rappresenta quel disegno da una cromatica così convincente e ricca di significati nazionali?

L’immagine risale a momenti scuri non solo per l’America, ma per il mondo intero. Il tempo era quello poco dopo l’attacco alle installazioni militari di Pearl Harbor sull’isola di Oahu, che provocò l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. Un giorno che il presidente Franklin Delano Roosevelt definì, nel suo discorso alla nazione, come day of infamy.

In quella situazione precipitata così repentinamente, la Casa Bianca lanciò un appello alle imprese del Paese affinché concentrassero tutte le loro produzioni per rifornire prima di tutto Aviazione, Esercito e Marina nello sforzo che si apprestavano a compiere. Ma anche il clima sociale in cui stavano vivendo gli Stati Uniti non era facile: nelle grandi fabbriche ancora riecheggiavano le tensioni sviluppate dopo la crisi di Wall Street del 1929 e la contrapposizione tra la classe datoriale e i sindacati continuava a scontare la grossa animosità dovuta a risoluzioni impopolari e troppo spesso mortificanti per i lavoratori.

Occorreva un’adeguata propaganda per rinfocolare il lavoro di team e lo spirito di corpo, ambedue componenti indispensabili in ogni situazione di recessione.

Donne lavoratrici in un arsenale negli anni ’30 (David Holt, wikimedia)

Tra gli artisti convocati per produrre una campagna di proselitismo in grande stile ci fu J. Howard Miller, un grafico della Pennsylvania a cui Westinghouse Electric chiese dei bozzetti per creare una serie di manifesti motivazionali per migliorare l’atmosfera aziendale e raffreddare ogni rivendicazione interna. Il risultato, a quello che si racconta fu discretamente buono anche perché i disegni erano di qualità e molto studiati nei particolari. Tuttavia, se alla luce di quei tempi non si fece molto caso al fatto che le raffigurazioni fossero eternamente figure maschili, andava anche considerato che molti reparti erano affollati da lavoratrici, i cui mariti e compagni erano tristemente occupati sui fronti di guerra in cui gli Stati Uniti erano impegnati.

Così, “We Can Do It!” fu proposto solo in alcuni siti nella zona est di Pittsburgh in cui per la maggior parte donne producevano rivestimenti plastificati per gli elmetti impregnati con resina fenolica.

L’immagine piacque, il volto tipico della vicina di casa era fiero e volitivo, ma fu apprezzata anche l’incisività del rosso e del blu che richiamavano indubbiamente la bandiera dell’Unione e perché no, il giallo predominante che era proprio un rimando alla Cavalleria degli Stati Uniti d’America. La sua affissione durò qualche settimana per essere poi sostituita da altri messaggi da trasmettere alle maestranze.

E così la donna del manifesto fu universalmente dimenticata.

Lo Smithsonian Magazine ripescò il poster tanti anni dopo e ne fece casualmente la cover nel lontano 1994, con lo strillo di copertina “Rosie the Riveter” che era il titolo di una canzone del 1942 di Redd Evans e John Jacob Loeb in cui si narrava di Rosie, una ragazza piena di vita indaffarata alla catena di montaggio per aiutare l’America nello sforzo bellico. E forse la donna del brano patriottico era proprio Rosina Bonavita, un’apprendista di origine del sud Italia trapiantata con la famiglia in una cittadina della contea di Westchester, nello Stato di New York, dove è nato pure Mel Gibson. Della vita di un’operaia come tante non si sa poi granché e della nostra Rosie sappiamo che ha avuto il suo momento di notorietà quando, con il fidanzato Jim al fronte, si mostrò un prodigio nel rivettare i rivestimenti delle ali degli aerosiluranti Grumman Avenger in costruzione, si dice, negli stabilimenti Convair di Buffalo. Di lei si ricorda anche l’impegno sociale, nel dopoguerra, dopo aver lasciato la fabbrica. Sono in molti a rammentarla nelle battaglie perché le donne avessero la busta paga e uguale a quella dei colleghi maschi, con stessi diritti e simili prospettive di carriera. Poiché di questa raffigurazione di Miller si è scritto poi diffusamente, ci sono state diverse rivendicazioni di quelle sembianze: Geraldine Hoff Doyle era anch’essa operaia e affermò più volte che l’autore si fosse ispirato a lei per il “We Can Do It!” ma poi il dr. James J. Kimble della George Mason University attraverso un’attenta ricerca identificò in Naomi Parker la persona più somigliante alla donna del manifesto.

Sinceramente ci interessa poco quale sia la verità su quel viso. In essa apprezziamo assolutamente l’impegno di tante donne -sembra due milioni – costrette a turni massacranti e a lavorazioni del tutto inadeguate, ma con la grande volontà di poter servire la loro Nazione durante uno dei più grossi orrori conosciuti dall’umanità.

Per concludere, diciamo che Miller protesse la proprietà dei suoi lavori pubblicitari tant’è che l’opera di cui abbiamo raccontato –un vero e proprio dipinto – sarebbe stato quotato circa cinque milioni di dollari nel 2002. Però non vi furono diritti d’autore; e per questo la donna con le spalle forti e uno sguardo determinato è un’immagine un po’ di tutti.

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