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Il caso della Ferrari rubata in Italia trovata negli USA e contesa tra due proprietari

L'auto vale 2 milioni di dollari. Al centro di un caso giudiziario, sarà il magistrato a decidere chi è il legittimo padrone. Ora resta con i doganieri americani

La Ferrari F50 rubata

Una passione, due contendenti. Al centro della vicenda una rossa… Ferrari F50, il cui valore attuale è di quasi 2 milioni di dollari.

Una vicenda bizzarra e intrigante il cui ultimo capitolo verrà scritto dalla corte federale di Buffalo.

La storia comincia nel 2003. La lussuosa auto venne acquistata all’industriale bergamasco Paolo Provenzi, CEO della CISA una grande azienda per il trasporto e la movimentazione industriale. Un “giocattolo” questa Ferrari creata dalla casa di Maranello per celebrare il cinquantesimo anniversario del marchio del Cavallino e per provare che la progettazione e il know how della Formula 1 può essere applicato anche alle vetture “normali”. Ne sono stati prodotti solo 349 esemplari, realizzati tra il 1995 e il 97: equipaggiati con un V12 da 4,7 litri molto simile a quello delle monoposto con cui scendevano in pista Berger e Alesi.

Pochi mesi dopo l’acquisto, il 30 marzo 2003, l’auto venne rubata a Provenzi che l’aveva parcheggiata all’Hotel Donatello di Imola. Il proprietario fece la denuncia alla polizia, ma dell’auto se ne persero le tracce. L’assicurazione non risarcì il danno perché la vettura non era assicurata per il furto. Alcuni anni dopo Provenzi venne contattato da un signore giapponese che lo voleva convincere a ritirare la denuncia del furto. Non se ne fece nulla e non ci furono altri contatti. Per 16 anni non se ne seppe più nulla.  Arriviamo al 2019. Un camion canadese attraversa il Peace Bridge Port of Entry di Buffalo, il confine tra Canada e Stati Uniti. I Custom and Board Protection (CBP) i doganieri americani, ispezionano il carico e trovano la Ferrari F50 con targa del Quebec destinata a Miami, in Florida, acquistata per un milione e mezzo di dollari da Mohammed Alsaloussi, appassionato di auto e proprietario della collezione di supercar Ikonick Collection. I doganieri però si insospettiscono perché la targhetta con il numero di matricola, il VIN, dell’auto posta nel telaio non ha le rivette normali, ma è incollata e coperta con una sostanza gommosa nera. Tanto basta per insospettire i doganieri che mettono l’auto sotto sequestro fintanto che non venga chiarita la vicenda. La polizia contatta il National Insurance Crime Bureau così si scopre che l’auto era stata rubata a Imola. Viene contattala la Ferrari e si risale a Provenzi.  Ma non finisce qui. Mohammed Alsaloussi ha pagato un milione e mezzo di dollari e reclama la “sua” Ferrari. Lui di auto rubata in Italia non sa nulla. Ha pagato e vuole la sua auto. Un’auto due proprietari. Così la vicenda è finita nell’aula del tribunale federale di Buffalo. Il magistrato dovrà decidere chi è il legittimo padrone della F50.

Ci sono ancora alcuni lati oscuri. Non si è capito chi abbia venduto l’auto ad Alsaloussi, come la Ferrari sia arrivata in Canada, né tantomeno perché il giapponese contattò Provenzi per convincerlo a ritirare la denuncia del furto. Spetta ora al magistrato chiarire questi punti. Per ora la F50 resta in un capannone nel parcheggio dei doganieri americani.

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