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Nella guerra del Covid-19, a perdere sono i ragazzi, che alla fine diventano violenti

Sono sempre più numerosi gli episodi di risse tra giovani, che, pagando più di tutti il peso della pandemia, cercano ogni modo possibile per sentirsi vivi

Giovani italiani (Foto di Terry Sanders)

È verissimo, la pandemia da Covid-19 è una “guerra”. Nelle guerre, infatti, vi sono sempre vinti e vincitori, carnefici e vittime e a pagarne il prezzo maggiore sono sempre i più fragili e vulnerabili. Lo dimostra anche il “giornale di bordo” delle violenze e aggressioni di minorenni contro altri minorenni, dal quale emerge un vero e proprio “bollettino di guerra”, che registra casi in aumento avvenuti in gran parte della Penisola. Ci limitiamo a richiamare solo alcuni recenti episodi tristemente noti. Il 5 dicembre scorso, “il campo di battaglia” è il Pincio, sopra Piazza del Popolo a Roma. Quattro minorenni aggrediscono violentemente un loro coetaneo, ferendo gravemente anche i genitori e un amico intervenuti per difenderlo. L’aggressione sarebbe scattata per un “regolamento di conti”, a seguito di uno “sgarro” che il ragazzo aggredito avrebbe fatto nel novembre 2020 a Quadraro, un noto quartiere situato sulla Tuscolana.

Altre aggressioni tra ragazzi si sono registrate a Villa Borghese e Centocelle, a piazza delle Gardenia. A Lucca, nel gennaio di quest’anno, un quindicenne è stato accoltellato gravemente da un coetaneo nel corso di una rissa sempre tra minorenni. Il 9 gennaio un centinaio di ragazzini, appartenenti a baby gang rivali, si sono fronteggiati nel centro di Gallarate, dove erano giunti a bordo di treni dalle provincie di Varese e Milano dopo un “tam tam” sui social network; un ragazzo di 14 anni è stato ferito gravemente alla testa.

Qualche settimana fa, un adolescente di 17 anni, Romeo Bondanese, viene ucciso con una coltellata all’inguine nel centro di Formia, in provincia di Latina, sferratagli dal coetaneo Camillo B. bloccato da un amico della vittima mentre tentava la fuga. La tragedia è avvenuta nel corso di una furibonda lite scoppiata tra una decina di ragazzini, di cui alcuni giunti dal casertano in barba al divieto di trasferimento tra regioni.

L’arcivescovo Luigi Vari (wikimedia Pufui PcPifpef)

L’arcivescovo di Formia Luigi Vari ha alzato la voce affermando che “Episodi di violenza tra ragazzi stanno avvenendo in tutta Italia. Non lasciamo sole le famiglie coinvolte in questo dramma. Siamo come spaesati al pensiero che alcuni di questi nostri ragazzi siano a volte irraggiungibili dalla vita e dalle proposte educative, ma la morte purtroppo li raggiunge. […] Il mio auspicio è che ora non si giochi allo scaricabarile delle responsabilità”. Infine, l’Arcivescovo ha invitato le istituzioni del territorio “così fragile a fare rete per eliminare le cause di drammi che spezzano la vita dei più giovani”.

Qualche giorno prima a Napoli, nel quartiere Pianura, una banda di sette adolescenti pestava gravemente con un tirapugni un 13enne mentre usciva dalla scuola. Altri fatti, non meno gravi, devono porre in allarme una società troppo distratta rispetto a questi gravi segnali: cinque minori si “divertivano” a lanciare sassi, all’altezza di Volterra, sulle macchine di passaggio dal cavalcavia dell’autostrada Torino-Pinerolo; sette minorenni in piena notte a Benevento danneggiavano un’auto di servizio del comune perché annoiati.

Ma cosa sta succedendo ai nostri ragazzi, a questi nostri figli che più di tutti stanno pagando lo scotto dello sconvolgimento relazionale e dell’isolamento forzato provocato dal Covid-19? Diciamolo chiaramente: saranno gli adolescenti e i giovani le persone che avranno maggiori difficoltà nel ricostruire la loro vita del dopo pandemia. I nostri ragazzi e i nostri studenti non possono sperare nemmeno in un “ristoro” dallo Stato e dalla società. Queste violenze, perché di questo si tratta, certamente riprovevoli e ingiustificabili, esigono però una seria e appassionata (fatta col cuore) riflessione e un accorato esame di coscienza del mondo degli adulti, istituzioni comprese.

La violenza tra i minorenni è sempre esistita. Si pensi che già nel 2014 il Ministero dell’Interno si diede un “vademecum” per conoscere e affrontare la devianza minorile e la tutela dei minori. Nella “memoria scritta” dell’Istat presentata nel corso dell’audizione della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza del 1 giugno 2020, che introduceva l’ “Indagine conoscitiva sulle forme di violenza fra i minori e ai danni di bambini e adolescenti”, si è evidenziato come il numero dei minorenni che commettono reati che vanno dallo stalking, al bullismo e al cyber-bullismo, è in preoccupante e costante crescita. Anche l’età dell’abuso di alcool e sostanze stupefacenti si è abbassata.

Un ragazzo tossicodipendente (pixabay)

Certamente il lockdown ha acuito gli effetti, amplificando e modificando questo fenomeno, ma le giuste preoccupazioni socio-sanitarie ed economiche rischiano di farlo passare in secondo piano. Ciò che caratterizza e differenzia le maxi-risse tra minori nel tempo del Covid 19 è la pianificazione e la “chiamata alla violenza”, che avviene tramite i social network e a cui rispondono anche ragazzi che non si conoscono tra loro. Lo scopo è solo quello di “esserci”, per sentirsi vivi e parte di un gruppo. Il pedagogista Daniele Novara, riferendosi ai vari lockdown che gli adolescenti stanno subendo, ha spiegato che “essere ricacciati tutto il giorno nel nido materno, senza neanche la possibilità di andare a scuola, di certo non ha aiutato la crescita in un’età di grande cambiamento. Quando stati d’animo già ben presenti sui social si trasferiscono sul piano della realtà, le reazioni possono scatenare tempeste pericolose”.

Alessandro Rosina (università Cattolica)

Allora, questa esplosione di violenza nelle maxirisse tra ragazzini, la si spiega soltanto come un effetto negativo del “confinamento obbligato” nelle proprie case? Alessandro Rosina, demografo e professore alla Cattolica di Milano, fa un’analisi puntuale e reale quando afferma che “Le maxi-risse nelle nostre città sono la punta dell’iceberg della condizione dei giovani mai complicata come adesso. Già prima non c’erano certezze per loro e ora con l’emergenza virus e le sue conseguenze economiche e sociali ce ne sono ancora di meno. […] La loro valvola di sfogo – continua il prof. Rosina – è uno schiacciarsi sul presente, che prende forme di protagonismo negativo. Anche violento. Naturalmente quelli delle maxirisse sono una parte minoritaria di ragazzi ma quando si rompono i meccanismi della quotidianità, e si assottigliano ancora di più le scarse illusioni sul futuro, tutto cambia e precipita. Dobbiamo stare molto attenti noi adulti. […] Quel che è certo è che noi adulti dobbiamo dare attenzione, oltre che ai fatti clamorosi come le risse, alla depressione e alla rassegnazione. I ragazzi vanno aiutati ancora di più che nei periodi normali. Servirebbe, da parte delle famiglie, un surplus di capacità nel mettere gli adolescenti e i giovani al centro. Questa nuova coscienza manca”.

La chiusura di luoghi di aggregazione e d’incontro (scuole, cinema, stadi, discoteche, palestre…) non è affatto indolore per i nostri ragazzi, ai quali sono impediti importanti strumenti di crescita come il dialogo e la convivialità. Problema richiamato dal sociologo Pietro Zocconali che, assieme a sconforto e solitudine, denuncia la perdita della competizione, ovvero “il sale per il loro sviluppo psico-fisico”. “Mi si passi la similitudine – continua Zocconali – sembrano vulcani ai quali viene tappato il cratere. Ai giovani non è rimasto altro che il pc e soprattutto il cellulare. Ma il cellulare può essere considerato come il coltello, che taglia il pane ma può anche essere un’arma letale. I giovani e gli adolescenti ormai ci convivono, e i social media, in mano anche a gente priva di scrupoli, possono diventare pericolosi specie verso i ragazzi più indifesi”. Parafrasando il titolo di un libro che Rosina ha scritto a quattro mani con Elisabetta Ambrosi nel 2009 ci verrebbe da dire: “Ma questa nostra Italia, potrà mai essere un paese per giovani?”.

 

 

 

Francesco Armenti

 

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