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Prelevare al bancomat d’estate: sai quando inizi ma non sai mai quando finisci

Ore e ore di attese allo sportello mentre il signore davanti a te le prova tutte per ricordarsi il pin, scritto su un foglietto nascosto tra le tasche dei pantaloni

Bancomat - Pixabay

Mi sono preso un giorno di ferie, devo fare un bancomat. Se siamo lenti come delle tartarughe morte a guidare la macchina, al bancomat siamo insuperabili. Devi prendere un giorno di ferie perché hai sempre davanti due o tre persone che sono già in stato di progressiva liquefazione, perché adesso, d’estate, quando fa un caldo cane, la gente è costretta a vivere una personale bolla africana in attesa che la fila smammi.

Ho visto ascelle chiacchierare a lungo fra di loro, infradito fare amicizia, bermuda darsi di gomito e camiciole annoiarsi a morte. Fuori dai bancomat c’è uno zoo meraviglioso dove quasi nessuno morde. Ma potrebbe anche farlo da un momento all’altro. L’altro giorno ero in attesa allo zoo di un bancomat. I movimenti bancari di quello davanti allo sportello sono stati:

  1. Frugarsi venti minuti nelle tasche per trovare il portafogli per poi trovare altre cose, tipo vecchi biglietti e inchiodarsi a leggerli.
  2. Estrarre la tessera bancomat e capire in tre o quattro minuti da che parte infilarla (sono gli stessi che al casello autostradale inseriscono la tessera dell’autobus o quella sanitaria poi si incazzano e danno pugni sconsiderati alla macchina perché non ne vuole sapere).
  3. Digitare lentamente col ditone il codice che viene però prima controllato sul telefonino, ma lì bisogna trovare il telefonino, accenderlo, digitare il pin e se sul momento il pin non ti viene e al terzo tentativo ci vuole il puk, controllare il puk sull’agenda che è quasi sempre introvabile in una tasca o in una borsa (ma poi chi è che ha un puk?). Sono momenti difficili in cui il cliente può andare in confusione. Gli altri in bestia.
  4. Digitare le voci per arrivare al prelievo. Ma questo sarebbe niente, è che c’è gente che preleva, poi rifà tutta l’operazione per vedere il conto, poi ripreleva, poi riguarda il saldo, poi si fa stampare gli ultimi movimenti, poi ripreleva altri 20 euro così come l’amarino di fine cena (tempo dell’operazione complessiva due anni e sei mesi perché bisogna ogni volta uscire reinserire la tessera e rifare tutte le belle cosine di prima).
  5. L’apparire delle cifre da prelevare di solito paralizza. Sul cliente scende la mannaia del dubbio. Può star lì anche un’ora.
  6. Quando il prelievo finalmente è riuscito, la tessera ritirata e le banconote sfilate e riposte nel portafogli, ma sì va, facciamoci stampare gli ultimi movimenti.

Lo sportello di una banca negli anni ’70 – wikimedia, Paolo Monti

Intanto, noi in fila, siamo visitati dai turisti, nella nostra immobilità da mummificazione, e veniamo definiti dalla guida: ”Fossili ancora in fase di catalogazione”. A questo punto, quando esce la strisciata dei movimenti, l’uomo o la donna non se ne vanno, noooo, (ma siamo pazzi?), si mette invece a controllare, fissi, lì davanti allo sportello, ogni voce al dettaglio e spesso li senti bofonchiare la frase: “Ma perché ho fatto un assegno da 200 euro? Mo quando? E poi a chi?”.

Lì può scattare, da parte di quelli in fila, se non sono già in fase di avanzata decomposizione, un aiuto di massa, una solidarietà da marinai sulla stessa barca. “Signora, si rilassi, cerchi di ricordarsi…chi ha visto la settimana scorsa…si concentri sulle ultime venti persone con cui ha parlato”. E ne scaturiscono interessanti sedute psicoanalistiche.

Una volta che è stato identificato il beneficiario dell’assegno, la signora se ne va. Dalla folla esplode un boato di giubilo (qualcuno agita bandieroni) e la fila si sblocca. Arriva un altro e l’entusiasmo sale alle stelle per poi afflosciarsi subito alla comparsa sullo schermo del bancomat della frase: “Fuori servizio”. Qui la gente si sparpaglia in ordine casuale. E torna alle occupazioni di tutti i giorni. Resta solo un omino, un pensionato, fermo, fisso ad osservare la macchina. Chi gli passa accanto può notare il suo scuotere la testa. Che non è Parkinson.

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