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Come la moda italiana prende le misure per convivere con la pandemia

Stop al perfezionismo si chiede un “reset” del sistema e di riadattare il proprio modello di business

Armani

In Italia la moda affronta la fase due con ragione, resilienza e un giusto rallentamento abbracciando nuove idee e respingendo vecchie strategie

A Settembre 2019 le tendenze della PE20 annunciavano un senso di libertà, normalità e un prezioso dialogo con madre natura, forse una premonizione di quanto sta accadendo? Il covid 19 ha portato un inverno ed un inizio primavera angosciante, sofferente e snervante dettato da social distancing e da alienazione umana. Gli individui sono stati privati dalla possibilità di interagire in uno spazio fisico reale: un vero problema soprattutto per gli italiani conosciuti come animali collettivi e fanatici di abbracci, flirt e baci.

I limiti imposti hanno permesso una riflessione individuale che ha come scopo il miglioramento del benessere e dell’economia. Il settore moda sta rivedendo le priorità causa momento difficile marcato da un surplus produttivo di merci mai consegnate e di appetiti da risvegliare. I costi sono tanti e le scappatoie ben poche dunque vige la parola “improvvisazione”.  Creativi, imprenditori, buyer, show-room experts, giornalisti, influencer, riflettono sulle difficoltà attuali comprendendo che la moda è un continuo desiderio ed invenzione ma occorre evitare gli sprechi.

Jeanne Vicerial

A tal proposito, la giovane designer Nicole Valenti proprietaria del brand omonimo promuove l’etica dei consumi usando stock già esistenti e favorendo il lavoro a mano con una confezione più curata. Poi c’è chi utilizza il tempo di lockdown per dare valore a business diversi come la nuova imprenditrice Carlotta Licciardi che fonda Jiji gioielli, bijoux con scritte ironiche e messaggi di speranza. Invece influencer arenati con i propri progetti trovano tempo per documentarsi su fiammanti idee digitali e lo sa bene Alessandro Grimouldieu che stimola diversi target proponendo piacevoli contenuti social per arricchire patrimonio culturale/artistico e spingere consumatori maschili ad un revenge spending di prodotti di cosmesi.

Differente è l’approccio di Silvia Caroline Schirinzi che coinvolge il suo pubblico di follower trattando tematiche ambientali, ricreative e meditative; ha colto anche l’occasione per scrivere un libro ricordando l’importanza dell’autenticità. Serena Toffetti, fashion consultant e docente di trend forecasting, invece denuncia il consumismo usa e getta e chiede più consapevolezza nell’utilizzo dei materiali puntando alla qualità piuttosto che alla quantità.

S’intuisce che il fashion system ha idee molto buone ma a volte difficili da tradurre a livello tecnico e quindi cosa faranno i colossi come gruppo Kering, LVMH, Armani, Prada, Moncler, Zegna e Calzedonia? Sicuramente si sono impegnati a fare delle donazioni ingenti per combattere la battaglia e sostenere la ricerca contro il covid e a riconvertire gli stabilimenti per la produzione di camici e mascherine. Ora però bisogna costantemente rivedere i budget promettendo un cambiamento basato sullo l’alleggerimento di una produzione satura, evitare di emulare una strategia fast fashion, considerare seriamente programmi etici non solo a livello teorico e di protocollo, avere un calendario meno caotico con la possibilità di favorire analisi e vetrine digital, potenziare e-commerce ma non dimenticare le realtà retail e wholesale aiutando i commercianti a favorire una buona customer experience che punti sulla personalizzazione ed investire nel vintage e nel patchwork. Progresso e adattamento imparando dagli errori e dalle bellezze del passato.

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