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Al Mercanteinfiera l’accessorio emblema della vanità maschile: la cravatta

Fino al 10 ottobre a Parma sarà visitabile la mostra "Storia della cravatta", che espone pezzi da fine dell'800 ai giorni nostri raccontando la loro evoluzione

di Massimo Cutò

Leonardo Di Caprio nel film "The Wolf of Wall Street"

“È facile riconoscere comunque, nel serico emblema della vanità maschile, la quintessenza della futilità delle mode, e insieme la perennità della Moda, fragile quanto imperitura Signora”.

Parole scolpite nel marmo da Giovanni Nuvoletti, il conte mantovano arbiter elegantiarum che, nel 1982, pubblicò il suo elogio di un accessorio che ha fatto scuola. Intramontabile attraverso i secoli. E celebrato fino al 10 ottobre al Mercanteinfiera di Parma, grandiosa kermesse di antiquariato, collezionismo e modernariato in scena nell’edizione numero 40, la prima dell’era Covid.

La spina dorsale di un uomo. Storia della cravatta è il titolo della mostra collaterale al colossale bric-a-brac: il modo giusto per accogliere i visitatori arrivati da tutto il mondo nella riapertura in grande stile. Lo stile, appunto. A raccontarne l’evoluzione sono idee disegnate, schizzi preparatori, bozzetti definitivi, messe in carta jacquard, fustelle da taglio ad alta precisione. E naturalmente cravatte: 40 pezzi facili e difficili, da fine ‘800 a ieri. Passando per qualche bizzarria artistica come la cravatta di legno e quella di plastica firmata Enrico Baj e dedicata a Pollock.

1932: Marlene Dietrich (1901 – 1992) casually dressed in shirt and loosened tie. (Photo by Eugene Robert Richee/John Kobal Foundation/Getty Images)

L’antologica risponde a una domanda retorica: la cravatta è ancora attuale? “È assolutamente viva – chiarisce Paolo Aquilini, direttore del Museo della seta di Como e curatore dell’expo assieme a Fulvio Alvisi – sta tornando perfino il modello per signora come negli anni ’20, prova del nove di un accessorio unisex perfetto per il nuovo millennio”. Non è esagerato parlare di millenni. Un fregio sulla Colonna Traiana raffigura i legionari romani con una sciarpa purpurea che spunta da sotto la corazza, a protezione della gola come parte dell’uniforme. Ma l’etimo della parola si deve alle truppe balcaniche assoldate dal re di Francia nel XVII secolo, durante la guerra contro la Svezia. Erano perlopiù croati quei mercenari e croatta fu chiamata la stoffa avvolta attorno al collo.

L’accessorio dai campi di battaglia traslocò presto nella corte di Versailles, obbligo per ogni gentiluomo. Luigi XIV l’adottò fin da bambino: signori si nasce, naturalmente. Il Re Sole ne fu talmente entusiasta che istituì una carica singolare: nominò un cravattaio del trono. Questi aveva il compito quotidiano di porgere a sua maestà un vassoio di nastri colorati fra cui scegliere secondo l’umore e l’evento a cui presenziare. E che dire di Giacomo II d’Inghilterra? Per una cravatta veneziana indossata nel giorno dell’incoronazione spese 36 sterline, cifra con cui si compravano sei cavalli e pari alla paga di un anno di un artigiano.
Addirittura maniacale il sentimento di Lord Brummell, capostipite del dandysmo.

Se la cravatta non lo soddisfaceva al primo nodo, la buttava via senza possibilità di recupero: ecco perché ne possedeva a centinaia. Non è un caso dunque se nella Parigi del 1804 il maestro Stefano Demarelli dava lezioni private di nodi da cravatta. Il costo? Nove lire l’ora, corso intensivo di sei ore. Privilegio o simbolo, comunque segno distintivo ben oltre il narcisismo, la cravatta ha attraversato epoche e nazioni diventando un must per la persona dabbene. Qualunque fosse il suo censo. E qualunque fosse il suo sesso, perché la cravatta è entrata d’impeto nel guardaroba femminile. Così dobbiamo a Louise de la Vallière, la favorita di Luigi XIV, il modello a fiocco che porta il suo nome. Ripreso più o meno quattro secoli più tardi dalla divina Marlene Dietrich, icona incancellabile di ambiguità e seduzione.

Ma quanti e quali sono i nodi di una cravatta? Lo scienziato svedese Vejdemo-Johansson è arrivato a definire 177mila possibilità diverse. Matematica a parte, la foggia in voga si deve a Jesse Langsdorf: il sarto di newyorkese nel 1924 tagliò il tessuto con un angolo di 45 gradi, impiegando tre strisce di seta cucite assieme. Il nodo più celebre resta però quello Scappino: un triangolo perfetto messo a punto con abili mosse davanti allo specchio da un ingegnoso vercellese. Nato nel 1898, capo meccanico della Fiat, Domenico Scappino cambiò vita diventando fabbricante di moda negli anni ’30, tanto da conquistare la prestigiosa etichetta di fornitore della Real Casa Savoia. Il suo nodo, così armonioso e strutturato, stregò perfino un esteta come Edoardo VIII, che sovrappose il titolo Windsor al cognome dell’ex tuta blu piemontese. Onassis invece ne inventò uno tutto suo, semplice e chic, tramandato dagli scatti dei paparazzi in via Veneto.

Drasticamente rifiutata ai tempi della contestazione giovanile, poi rivisitata e proposta come oggetto da riscoprire, la cravatta di oggi ha cambiato pelle. Certo resiste inossidabile la classicità dei sarti della grande tradizione: Marinella a Napoli, Tincati a Milano, Corneliani a Mantova, Finollo a Genova, Neuber a Firenze sono sempre e per sempre l’emblema di un’eleganza senza tempo. Ma accanto a loro c’è un modo diverso di vivere quella fatidica striscia di stoffa. E i ragazzi cantano Suit & Tie con Justin Timberlake: <Mi metterò in giacca e cravatta, sì cavolo. E finchè starò in giacca e cravatta lascerò tutto sulla pista da ballo, stanotte>. Certi nodi non si sciolgono mai.

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