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Per Natale lasciamo che il Dio Bambino incendi d’amore un’umanità assonnata

Pandemia, lutti, paure, crisi economica e ambientale... Quando la tempesta del naufragio collettivo passerà, "ci sentiremo felici soltanto per essere vivi"

di don Francesco Armenti

Representation of the birth of Jesus (pixabay)

Un paniere di parole

un fuoco cucciolo arde come neve a ustionare i pensieri

non è giocare al bambolotto il natale

è contare ferite dopo che occhi appena schiusi

hanno fatto solco nella tua terra di carne

Questi versi di un poeta a me anonimo possono aiutarci a celebrare un Natale veramente più autentico. Natale ha bisogno di piccole cose per essere l’incontro con il Bambino: il coraggio di pensare per ripensarci come donne, come uomini e come cristiani e il calore della tenerezza che riscalda esistenze e cuori con la discrezione, il silenzio e la delicatezza della neve che scende. Natale è lasciarsi accarezzare da quel «Dio disarmato che sonnecchia in un ciuffo di paglia» dinanzi al quale bisogna solo e liberamente arrendere pensieri e cuore, nostalgie e tristezze. Il Mistero di Betlemme è tutto qui: lasciare che quel Dio Bambino venga, con fiamme d’amore, a «ustionare i pensieri» di un’umanità assonnata, pigra e individualista; è inquietudine d’amore, d’autenticità, di risveglio perché il nostro Dio si è fatto uomo e non un «bambolotto» usa e getta; Betlemme è «contare ferite» (pandemia, relazioni segnate, lutti, crisi economica, ambientale, paure…)  lasciando che gli occhi di Gesù scavino nella nostra carne, fragile e ferita, santa e trasfigurata, per tracciare solchi di fecondità, futuro e speranza.  Natale sia per ciascuno rinascita e riscoperta della bellezza così cantata dall’intramontabile Alda Merini: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta».  Ma Betlemme  è anche Speranza, quella Speranza  che regge da sempre il mondo e l’umanità:

Quando passerà la tempesta

e le strade si saranno placate

e saremo i sopravvissuti

di un naufragio collettivo,

con il cuore in lacrime

e il destino benedetto

ci sentiremo felici

soltanto per essere vivi.

E daremo un abbraccio

al primo sconosciuto

lodando la fortuna

che c’è ancora un amico.

E poi ricorderemo

tutto quello che abbiamo perduto

e finalmente impareremo

tutto ciò che non avevamo mai imparato.

E non invidieremo più

perché tutti hanno sofferto.

E non saremo inerti

ma più compassionevoli.

Ciò che appartiene a tutti varrà di più

di tutto quanto ci eravamo procurati.

Saremo più generosi

e molto più coinvolti.

Capiremo quanto sia fragile

essere vivi.

Suderemo empatia

per chi c’è e per chi se n’è andato.

Ci mancherà il vecchio

che chiedeva un euro al mercato,

non ne hai mai saputo il nome,

eri sempre di fretta.

E tutto sarà un miracolo

e tutto sarà un patrimonio

e rispetteremo la vita,

la vita che abbiamo guadagnato.

Quando passerà la tempesta

ti chiedo Dio, con vergogna,

di rifarci migliori,

come ci avevi sognati.

(Alexis Valdés)

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