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In viaggio fra Israele e Palestina: muro e confine sono la stessa cosa?

Quel reportage fotografico che faceva presagire una guerra permanente: bisogna rassegnarsi, questo è un luogo dove il conflitto sovrasta il desiderio di normalità

di Dania Ceragioli
Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

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Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

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Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

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Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

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Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

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Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

Israele non è un paese come gli altri e questa differenza si percepisce immediatamente. Non è data solo dai pressanti controlli, dall’esagerato numero di poliziotti in pattugliamento, ma in modo particolare dalla suggestione di trovarsi nel luogo dove tutto ha avuto inizio. Pur essendo da anni terra di diatribe, di violenze, rimane una terra “santa”, visitata – conflitti permettendo – da moltitudini di pellegrini.

Si incontrano qui le tre grandi religioni monoteiste, islam, cristianesimo, ebraismo. E proprio da qui il mio viaggio ha il suo inizio, dalla spiritualità più che la fede, dalla ricerca, più che la preghiera. Un viaggio che mi spinge fino in Palestina per cercare di comprendere, più che capire.

Il servizio fotografico di Dania Ceragioli in Israele

La separazione inizia prima di incontrare il muro, detto di “sicurezza”. Nella spianata i colori sono caldi, oltre il muro diventano grigi, il sole non valica la barriera di cemento e ferro con protezioni in filo spinato alta otto metri. Ci sono diverse torri di controllo – una ogni trecento metri -, si vedono i check point. Se si prova ad attraversarne uno, la sensazione di disagio è forte: piccoli tunnel parzialmente coperti, molto stretti, si fa fatica a passare. Si vedono i segni di chi ha cercato di scavalcare.

Bisogna rassegnarsi, questo è un luogo di confine dove spesso il conflitto sovrasta il desiderio di normalità. Qui il confine non è transizione, ma separazione. D’altronde separazione non ha un significato assoluto per la Torà è intesa come separazione dagli altri ed è assunta concettualmente come espressione di purificazione e purezza.

Il muro però riserva anche sorprese, si vede avanzare, perdersi fra gli olivi, una lunga serpentina che si snoda oltre il crinale delle colline. Si intravedono macchie di colore e ci si trova davanti veri e propri murales. Un arcobaleno di colori che inneggia alla speranza, alla libertà. Ci sono tigri, stelle, ci sono uomini blu e tante scritte di benvenuto ai turisti, la fantasia non ha limiti e non si può segregare. Arrivano le voci gioiose di bambini che stanno giocando, almeno in questo momento il muro è distante.

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