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Ofree, per fare beneficienza senza spendere un centesimo basta solo… giocare

Intervista a Nicolò e Matteo, i due giovani ideatori dell'app vincitrice del Premio Innovazione ICT 2018, oggi in Silicon Valley per un prestigioso stage

Nicolo Santin e Matteo Albrizi davanti alla sede di Google.

"Per quanto riguarda i “cervelli in fuga”, crediamo che il nostro business abbia delle potenzialità globali e stiamo cercando di pensare subito in grande, ma ci piacerebbe molto riuscire a partire dall’Italia e mantenere lì la nostra base, poiché è comunque la nostra terra e il posto in cui siamo cresciuti", ci spiegano Matteo e Nicolò

Quando si dice “unire l’utile al dilettevole” si potrebbe pensare alla nuova invenzione di due giovani neolaureati veneti, Nicolò Santin e Matteo Albrizi, la app Ofree, ossia come dilettarsi con i videogames e nel frattempo donare in beneficenza, ma senza tirar fuori soldi. È Nicolò Santin ad avere l’idea nel 2017, ispirandosi al video musicale “Gangnam Style”, e la sviluppata come tesi magistrale per la sua laurea in Economia. Nicolò si mette subito a cercare persone che credano nel suo progetto e così conosce Matteo Albrizio, un ingegnere aerospaziale che, leggendo per caso un articolo sulla nuova app, decide con entusiasmo di dedicarsi a tempo pieno a questa nuova avventura, dimettendosi dal lavoro e diventando co-founder. I due ragazzi vincono varie startup competition in Italia, dimostrando le potenzialità del prodotto con una versione di prova che raggiunge 5000 persone e 20 Paesi nel mondo. Vengono in seguito selezionati per uno stage di tre mesi al Plug&Play Tech Center in Silicon Valley, e allo stesso tempo iniziano un crowfunding per pagarsi le spese di vita in California: raggiungono oltre 1100 condivisioni su Facebook, rilasciano interviste su vari giornali e Radio, sia locali che nazionali. A novembre 2018 vincono anche il Premio Nazionale Innovazione categoria ICT di 25.000 euro messo a disposizione dalla  PwC e a dicembre trovano anche il primo “business angel” che investe nel progetto altri 25.000 euro. Con questi primi fondi formano un piccolo team di sviluppo con due developer e una grafica, preparandosi per volare verso la Silicon Valley, che raggiungono a gennaio. Qui ultimano la versione beta di Ofree, pronta ormai per essere lanciata sia negli USA che in Italia.

Nicolò, come hai avuto l’idea di questa app per cui più si gioca ai videogames e più si dona in beneficenza? Sei tu stesso un appassionato di giochi?

N: “L’idea è nata qualche anno fa in un modo davvero curioso. Stavo infatti leggendo un articolo sul cantante Coreano “PSY”, quello di “Gangnam style”, e ho letto che aveva guadagnato milioni di dollari solo grazie alla pubblicità ottenuta dalle visualizzazioni su Youtube. Ho allora pensato che avrei potuto fare un video dove annunciavo che avrei donato tutto il ricavato in beneficenza, trovando il modo poi di farlo diventare virale. Le policy di Youtube però non permettono di “promettere” di destinare a terzi i propri guadagni, e quindi non ho potuto realizzare il video. L’università però mi è venuta in aiuto. Nello stesso periodo stavo infatti studiando gli “advergame”, cioè una speciale tipologia di videogiochi contenenti dei messaggi pubblicitari. A quel punto ho unito i puntini ed è nata Ofree: convertire il tempo impiegato giocando ai videogiochi in donazioni agli enti non-profit! Ho sempre amato i videogiochi (anche se non mi considero un nerd) e fare in modo che possano avere un impatto positivo sulla società credo sia una svolta molto bella e necessaria. Sono da sempre interessato al sociale e credo che l’utilizzo della tecnologia per migliorare il nostro mondo sia la strada giusta!”.

Matteo Albrizi e Nicolo Santin a San Francisco.

Siete in Silicon Valley da circa due mesi, la California ha confermato le vostre aspettative o vi ha delusi?

M: “Siamo qui in California cercando, prima di tutto, di imparare come si fa. La Silicon Valley è un po’ la Champions League delle Startup, il cuore dell’innovazione, dove sono nate Facebook, Google ed Apple. Non c’è posto migliore al mondo per verificare l’effettiva riuscita di un prodotto sul mercato, come poter crescere a poco a poco, che cosa è importante per gli investitori e come  migliorare il prodotto per crescere in fretta. Ad esempio possiamo far provare la app e avere un immediato feedback dagli utilizzatori per poi migliorarla velocemente. Questi mesi ci stanno insegnando nel miglior modo possibile come diventare, a tutti gli effetti, degli imprenditori. Crediamo che il mercato USA sia un mercato dalle potenzialità enormi, dove la nostra piattaforma potrebbe davvero avere un impatto. Stiamo inoltre cercando le prime partnership sedendoci al tavolo con grande aziende, per i primi accordi commerciali e i primi investimenti più corposi. Per quanto riguarda la Silicon Valley come ambiente e stile di vita, le nostre aspettative invece sono state completamente ribaltate! Abbiamo trovato infatti un paesaggio molto differente rispetto a quello che ci aspettavamo. Pensavamo di arrivare nel cuore del “tech”, dove ci fosse tecnologia ad ogni angolo della strada e invece è un’ immensa valle piena di casette, un po’ come la campagna delle nostre città, dove alle 21 chiude tutto. Pero’, a dispetto delle apparenze, ogni persona con cui parliamo, in un caffè o in un ristorante, sta lavorando per colossi del tech, magari ha già creato due o tre startup e sta avviando la quarta. Insomma: qui tutti quanti stanno partecipando alla rivoluzione di internet da attori protagonisti. Ed è meraviglioso vedere come siano anche estremamente disponibili al dialogo, all’ascoltarti e al raccontarti le loro esperienze. C’è una contaminazione davvero positiva di esperienze e questo ti spinge a correre ad una velocità dieci volte maggiore rispetto a qualsiasi altro posto nel mondo. Per questo siamo davvero felicissimi e ci reputiamo molto fortunati nel vivere questa esperienza”.

Nicolo Santin e Matteo Albrizi vincono il Premio Nazionale per l’Innovazione ICT 2018 con Ofree.

Qual è il target di questa app? Sono solo più i giovani a giocare, o ci sono anche tanti adulti che giocano ai videogames? Come vengono scelte le associazioni beneficiarie, quali sono quelle presenti fino adesso e quelle che vi piacerebbe coinvolgere?

M: “Il target di questa applicazione è molto variabile. I nostri clienti tipo sono infatti il ragazzo di 20/25 anni, studente o neo-laureato, oppure la donna lavoratrice di 40/45. Al giorno d’oggi i millennials e la generazione Z sono molto diversi rispetto ai giovani di poche generazioni fa. Infatti l’attenzione al sociale, all’ambiente, alla sostenibilità è sempre più di grande interesse anche nel mondo dei giovani e parlare di questi temi utilizzando il loro linguaggio è sicuramente una nuova strada che potrebbe portare a grandissimi risultati. Inoltre, la figura del “gamer” come un ragazzino con gli occhiali che rimane sempre chiuso in casa è ormai sfatata. Siamo infatti da un lato di fronte alla prima generazione di “genitori gamer”, cioè genitori che sono cresciuti giocando ai videogiochi e che tutt’ora coltivano questa passione, che quindi potrebbero essere interessati da una piattaforma di questo tipo, dall’altro lato siamo di fronte a una rivoluzione del concetto di videogioco. Da pochi anni a questa parte, infatti, sono entrati nelle nostre vite gli smartphone, che hanno facilitato l’ingresso nel mondo dei videogames. Tutti possediamo uno smartphone e giocare è diventato una pratica comune anche fra adulti. Si pensi che nel mondo ci sono più di due miliardi di videogiocatori e che ad oggi è un’industria più grande di quella della musica e del cinema messe insieme. Per quanto riguarda infine le associazioni beneficiarie, per ora abbiamo scelto Save The Children, Progetto Jacaranda, Project Homeless Connect e Charity Water. In futuro ci piacerebbe coinvolgere piu’ associazioni sui vari territori, geolocalizzando le donazioni e ad esempio grandi enti come Emergency o Red Cross, per costruire assieme grandi progetti”.

Come si possono controllare le donazioni e se davvero arrivano a destinazione?

M: “L’idea di partenza, e nostro obiettivo, è  quello di permettere alle persone di donare a specifici progetti di beneficenza e non ad associazioni in generale. Ad esempio, invece di donare a “Save the children” si contribuisce alla costruzione di una scuola materna in Congo. Ad oggi abbiamo coinvolto degli enti in generale perche’ nel mondo startup è importante partire veloci. Ma stiamo già lavorando per inserire progetti specifici per offrire un maggior controllo alle persone e alle aziende su dove finiscano le proprie donazioni. Vogliamo lavorare solo con quegli enti che ci garantiscano la massima trasparenza sull’utilizzo dei fondi e che, soprattutto, ci inviino costanti feedback sull’avanzamento dei progetti, con notifiche e foto che gli utenti possono facilmente  visualizzare, chiudendo il cerchio”.

Le donne giocano meno ai games online: come fare per coinvolgerle maggiormente? C’è ad esempio qualche gioco preferito dalle donne o qualcosa che potrebbe invitare più donne ad usare Ofree?

M: “Al giorno d’oggi le donne si stanno sempre  più avvicinando al mondo dei videogiochi, proprio grazie all’avvento degli smartphone. Inoltre il tema delle donazioni, della sostenibilità e della beneficenza sta a cuore alle donne ed è dunque sicuramente un modo per coinvolgerle maggiormente. Per quanto riguarda i giochi preferiti, abbiamo notato una predilezione verso i puzzle game, i giochi di logica (enigmi, giochi con le parole, giochi con i numeri), che dunque inseriremo affinché tutti possano trovare ciò che preferiscono”.

Come pensate di guadagnare da questo progetto?

M: “Quello che sarà il nostro guadagno sarà appunto la vendita di questo servizio alle aziende. Noi offriamo a tutti gli effetti una attività di marketing innovativo, attraverso il quale le aziende possono comunicare con il loro pubblico in un modo coinvolgente e ad alto impatto sociale. Le imprese dunque ci pagheranno un corrispettivo per la personalizzazione del gioco e per il mantenimento del loro gioco all’interno della piattaforma, in modo proporzionale al tempo e in base al numero di utenti che vogliono raggiungere. Sceglieranno poi il budget da donare alle organizzazioni non- profit e dunque il numero di gettoni disponibili per gli utenti da accumulare giocando e da destinare a questi enti. Gli advergame sono appunto una tipologia di giochi dove i contenuti pubblicitari sono integrati all’interno del gioco. Dunque non sono dei giochi che contengono banner o popup con pubblicità, ma dove i prodotti, i servizi o il logo di una azienda sono in evidenza. Pee esempio: un gioco con delle caramelle dove su ogni caramella c’è il logo di un’azienda di dolci, o un gioco di calcio dove sulla maglia dei calciatori è bene in evidenza la marca dei vestiti e dove prima dei rigori puoi scegliere quale scarpa usare per calciare.

Questa idea è ottima perché in fondo è “win win”, cioè si vince sempre, se non al gioco, si vince facendo del bene. Ma non temete che così, anche se per una buona causa, si incrementi la dipendenza ai videogiochi? Esagera chi pensa che isolino da mondo?

M: “Come per tutte le cose, l’esagerazione fa sempre male. Giocare ai videogiochi è ormai una pratica abituale e considerata positiva in molti contesti. Allena il ragionamento, i riflessi, è una attività attiva e spesso anche sociale. L’importante è dunque non abusarne. Per evitare qualsiasi tipo di dipendenza, dunque, abbiamo un messo limite giornaliero oltre il quale non è possibile guadagnare gettoni. Questo fa sì che non ci sia nessun tipo di dipendenza ma, allo stesso tempo, che le persone vogliano tornare il giorno dopo per poter contribuire e divertirsi ancora”.

Matteo Albrizi, Paolo Privitera (CEO di Evensy), Nicolo Santin e Paolo Ganis (CEO di Clairy).

Come vedete la situazione economica italiana odierna, siete ottimisti? Anche voi, da neolaureati, vi preparate ad essere “cervelli in fuga” o preferireste rimanere in Italia?

M e N: “È una domanda interessante. Siamo partiti da pochi mesi e non sentiamo di essere “scappati” dall’italia. Questo nostro periodo in Silicon Valley è stata una di quelle opportunità a cui non si può dire di no, ma non è stato per scappare da dov’eravamo. In Italia infatti abbiamo trovato un terreno fertile da cui partire. L’ecosistema delle startup è ancora giovane e da sviluppare, ma “startup” inizia ad essere un termine conosciuto, le aziende si sono avvicinate incuriosite ed abbiamo iniziato a ricevere i primi finanziamenti . Non siamo assolutamente al livello degli USA, però stiamo gettando delle buone basi che potrebbero permettere al nostro Paese di crescere. Per quanto riguarda i “cervelli in fuga”, crediamo che il nostro business abbia delle potenzialità globali e stiamo cercando di pensare subito in grande, ma ci piacerebbe molto riuscire a partire dall’Italia e mantenere lì la nostra base, poiché è comunque la nostra terra e il posto in cui siamo cresciuti. Il nostro obiettivo è di lanciare questo progetto e renderlo un successo, dunque il posto giusto per lavorare e’ quello dove tutto questo potrà trasformarsi in realtà”.

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