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Sono venuta a New York, ma non è andata come speravo. Ha vinto ancora il mostro

Mi congedo temporaneamente. Problemi di salute mi impediscono di lavorare. Ma tornerò, amo La Voce di New York. Umilmente vostra per sempre

C’è un mostro generato dal sonno della mia ragione: un mostro che non è più l’Isabella generosa ed educata di un tempo, ma una versione psicotica, folle e sfrenata di me

Sono le quattro meno ventitré; non riesco a dormire, ma non è il jet lag. Il mio organismo è prevedibilmente in testacoda, una monoposto imbizzarrita ormai pronta all’impatto con altre vetture. Circondata da tavolette di cioccolata al burro d’arachidi, prontuari di punteggiatura e riviste americane, so già che questa notte non avrà fine. Sono rientrata da New York in serata forse senza saperlo, la mente annebbiata da un cocktail – anzi, una polibibita di futuristica memoria – di farmaci, tra lacrime, sudore e rabbia. Dello scalo a Dusseldorf non ricordo molto, se non la difficoltà nel mettere un passo dopo l’altro correndo di gate in gate, la bocca secca di rum e di antidolorifici. Anche della mia breve tappa a Jamaica ho debole memoria. So di aver mangiato qualcosa a uno squallidissimo Burger King non lontano dall’aeroporto, e di aver litigato con la povera ragazza del bancone per qualche boccone di pollo fritto che credevo mi fosse stato sottratto dal cartoccio unto che avevo tra le mani. Nulla più. Anche l’umanità dolente del Queens deve aver provato pietà per quella ragazzina bianca dal volto livido e un accento italo-britannico così fuori luogo. Facebook, quasi a inchiodarmi alle mie responsabilità di donna ormai adulta, ha messo nero su bianco i miei lamenti in una bacheca in crescendo rossiniano. Li ho cancellati, ma qualcuno ha cancellato me prima che potessi riparare al danno. Anche gli amici più cari sono stanchi di me. Non posso biasimarli. Il mio ex fidanzato è ora convinto che la mia sia finzione e sta rendendo la mia vita un inferno, come se già non lo fosse senza il suo contributo. Non è l’unico a credere che alcolismo e dipendenze siano, dopotutto, scelte. Che la psicosi si sconfigge con una passeggiata o una tisana alla malva, che la mania sia indotta da una nostra condotta scellerata e non da sbalzi chimici incontrollabili.

C’è un mostro generato dal sonno della mia ragione: un mostro che non è più l’Isabella generosa ed educata di un tempo, ma una versione psicotica, folle e sfrenata di me. La miscela quasi letale di vodka e tequila, sonniferi e antipsicotici alimentata ora dopo ora da continui rabbocchi ha mangiucchiato gli ultimi giorni della mia vita, lasciandomi brandelli di ricordi sparsi, pezzi di un puzzle schizofrenico senza capo né coda. Ora sorseggio un tè bollente, acquistato a Reykjavìk in quella che ormai pare un’altra vita, nella speranza che il bergamotto calabrese anestetizzi le mie papille e mi tenga lontana da quell’asettico, tossico, orribile whisky del duty free di Heathrow. Ho voglia di leggere, ma passerà presto. Mi alzerò da questo tavolo come un fantasma alla ricerca di qualcosa che tenga le mie mani occupate, qualcosa di facilmente rinviabile al mattino. Ma provare a rilassarmi sarebbe inutile.

Mentirei se dicessi, al mio capo, ai miei colleghi o ai miei lettori, che la mia salute mi consente di rimanere in pista. Sono un povero essere umano allo sbando, cui le notizie dal mondo arrivano mosse e frammentarie. Ho letto poco e male di tutto, dalle elezioni al giorno della Repubblica, incapace perfino di sfogliare un quotidiano con lucidità. Ne ho sempre letti sette, impegni permettendo: la Repubblica, il Corriere della Sera, il Fatto Quotidiano, Libero, la Stampa, il New York Times e il Washington Post. Ora riesco a malapena a superare le prime tre pagine. Devo fare, fare, fare ancora: non far nulla ma farlo bene, come diceva Silvano, il mago di Milano muovendo le mani ad arte per confondere il pubblico. La mania è questa, e questa è la ragione per cui è incomprensibile ai più. Chi è in ufficio ogni mattina, chi ha una routine, chi non fuma e non beve non conosce le vette a cui una mente maniacale può condurre. Poi il precipizio. Alti e bassi continui, in cicli rapidissimi e difficili da arginare. C’è chi mi ha visto piangere e ridere in pochi minuti. C’è chi mi ha visto tentare il suicidio alla fermata di Leicester Square, a Londra, addormentarmi poco dopo e risvegliarmi in uno stato di esaltazione quasi comico.

La mia permanenza a New York è stata senza senso. Ho incontrato decine di persone, ma soltanto quelle sbagliate, visto cinque concerti, baciato qualche ragazzo di troppo in qualche bettola dell’East Village di troppo. Una famiglia canadese, al mio stesso tavolo durante uno show, si è innamorata di me, dei miei racconti del confine siriano, della mia ironia. Li ricordo con affetto. La ragazzina di casa era psicologa, fresca di studi. Le ho spiegato come quella mia gentilezza fosse temporanea, come nulla durasse poi molto a lungo. Non si è mai soli con uno schizofrenico, le ho detto ridendo. È il titolo di un album rock, uno dei più popolari dell’artista di quella sera. Capiva; sentivo che sapeva. Il loro essere sconosciuti mi permetteva di sembrare loro una creatura graziosa, fasciata da un abitino di Montenapoleone per l’evento, la macchina fotografica professionale al collo. La dignità di quegli attimi, in cui ero insolitamente sobria e felice di esserlo, pronta a scattare in prima fila, è una pugnalata al cuore. Da quel primo giorno a New York in poi, la discesa verso gli inferi è stata inesorabile.

Ho pensato di congedarmi momentaneamente da Mad Donna, la mia column, così, tornando alle origini: la malattia mentale. L’Italia non ha mosso, non muove e non muoverà un dito per arginare il numero crescente di diagnosi di psicosi. Non saprei a chi rivolgermi per chiedere aiuto. Gli squali della psichiatria, pronti a pompare veleno nel mio sangue a duecento euro a seduta, non mi avranno, e dei nostri centri di salute mentale scalcinati non ho alcuna nostalgia. Sergio Mattarella ha reso cavaliere Sammy Basso, che non ha alcun merito se non quello di essere gravemente disabile. Un guasconcello a presa universale, come Iacopo Melio, a cui il nostro capo di stato non accosta però schizofrenici o schizoidi, che paiono non avere dignità. Dallo smantellamento dei manicomi voluto da Franco Basaglia, doveroso e umano, nulla è stato fatto. Il malato di mente comune è costretto a nascondersi, ma io no. Non ho nulla da perdere, non me ne vergogno. Sono il frutto di un tragico errore genetico. L’Isabella stacanovista, innamorata degli studi, figlia di papà non è la Fiammetta senza regole e senza dio, dall’appetito sessuale singolare e gli istinti più bassi. Finché avrò vita lotterò per i diritti dei malati di mente. Perché nessuna diciassettenne scelga di morire prima che la vita incominci. Per sottrarmi e sottrarre quelli come me alla gogna di chi è felice di vederci nel fango per colpe che non abbiamo.

Tornerò, prima in me e poi da voi. Scrivere è l’unica dote che ho e non permetterò alla mia mente di deragliare. Ho deluso tutti quelli che mi amavano, scivolando nel baratro dai miei tacchi a spillo. Da mesi, pare quasi incredibile, ho un’analisi su Matteo Salvini in mente che però non riesce a prendere corpo. Sono stata leghista quasi della prim’ora, avendo appena ventisette anni. Essendo nata in anni di fuoco, i primi novanta, per la politica italiana, quel che Umberto Bossi prometteva a noi veneti era irresistibile. Ora di quella Lega non c’è nulla, di quella spregevole ma quasi divertente e a suo modo autentica diffidenza verso il meridione, di quella trivialità ostentata dei raduni di Pontida. C’è ora un leader, non grande e non caro, che gioca a dadi con il destino degli italiani – e italiani di quel sud tanto bistrattato che credono ad abbuffate notturne, selfie amichevoli e volgari tweet di derisione dell’avversario.

Avrei voglia di parlarne, ma la psiche non mi sorregge. Queste frasi di senso compiuto mi costano grande fatica. La bottiglia di amaro alle mie spalle mi tallona, forse mi avrà. Il quarto tè della notte è riuscito nell’intento. Questo pezzo ha preso vita grazie alla mia lucidità. Amo il mio stato di editorialista e amo la Voce di New York. Questa testata mi ha dato moltissimo, come chi la dirige egregiamente. Non posso che augurarmi che una mano invisibile mi afferri per i capelli e mi trascini fuori dalla melma prima che mi possiate piangere. Vedo un futuro di disperazione. Ma lotterò, contro le istituzioni, contro l’Hyde in me, contro chi ha auspicato che inciampassi perché non potessi realizzare i miei sogni.

Abbiate a cuore i depressi, gli alcolisti, i tossicodipendenti. La vita ha messo a dura prova chi è nato con diversità psichiche, perché ha tolto loro il sostegno che invece si riserva al comune disabile fisico. Se del tetraplegico si ha stima, del malato di mente si ha sdegno. Se del paraplegico si ammira la forza, dello schizoide si irride l’aggressività. Non sorridiamo, è vero. Non pubblichiamo fotografie trionfanti da un letto di oncologia, perché se fossimo malati di cancro non saremmo malati di mente. Non siamo amichevoli, crediamo che chiunque incontriamo cospiri contro di noi. Ma la malattia è questa. Non è rose e fiori, non è passeggera e non è divertente. Non rendeteci tutto più difficile. Una diversamente inabile in pausa dalla vita. Vostra Mad Donna per sempre.

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