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Mens sana in internet sano: la terza età degli italiani e il loro rapporto col web

L’Italia è la nazione europea col numero più elevato di anziani e collegati a internet: analisi del loro rapporto con la rete attraverso i miei genitori

Foto da pexels.com

Analizzando i dati Istat del 2019 – il numero degli “anziani” – ossia le persone che superano i 65 anni – si aggira attorno ai 13.783.580. Mica pizza e fichi –  se ci si sofferma a pensare; anzi è un numero considerevole:  l’Italia è la nazione europea col numero più elevato di anziani al suo interno.

Nessuno si stupisce. La qualità di vita è ancora ottimale: aria buona, cibo e sole poi fanno moltissimo in quanto a longevità.

Il Bel paese dai capelli bianchi però ha anche un altro primato: ossia un aumento considerevole annuo (circa il 3%) delle persone over 65 che utilizzano internet ed i social – soprattutto Facebook e Twitter –  un po’ meno usato Instagram.

Voi lo avreste immaginato?

Gli anziani navigano nei nostri stessi mari e surfano fra un sito e l’altro con una certa perizia. Parrebbe oltretutto che  – in base ad una ricerca  scientifica condotta da una Università australiana – l’utilizzo di Internet sia un vero e proprio toccasana per mantenere la mente attiva e vispa passati  i sessanta anni.

Avendo due genitori che superano (abbondantemente) le 65 primavere – ho voluto anche io quindi condurre una personalissima ricerca sociologica:  ho regalato ad entrambi un iPhone.  Naturalmente le reazioni le ho studiate a debita distanza   – come quella volta in cui da bambina feci mangiare a mia sorella i biscotti per i canarini nella speranza di sentirla cinguettare e non frignare.

Debbo dire che – fortunatamente – i miei genitori li ho ancora entrambi (mi hanno avuta che erano ragazzi) quindi regalare loro un cellulare più cool e ricco di funzionalità – è stato un piacere anche per me, soprattutto in vista delle loro successive reazioni.

Le risposte al nuovo gingillo tecnologico  sono state effettivamente diverse.

Mio padre detesta la tecnologia, da sempre. Ancora di più detesta chiedere come funzionino le cose “moderne” – soprattutto se deve chiederlo a me. Sarà orgoglio –  forse – o la paura di perdere il suo ruolo da capobranco famigliare. In più di una occasione  – se deve sistemare  qualcosa –  chiede bisbigliando all’ingegnere (il mio compagno) oppure lo porta direttamente nel suo “regno”.

Mio padre ha una  sua personale stanza cinema; quando  sorge qualche problema del  tipo che  il  dvd improvvisamente mette i sottotitoli in bengalese stretto o quanto il lettore comincia a dettare operazioni che manco l’Apollo 13 compì nel suo lancio – solo allora – mio padre lancia un tempestivo  s.o.s

A far passare mio padre dal suo affezionato cellulare “conchiglione” all’Iphone – io ci ho provato. Che illusa!

Un bel giorno mi sono presentata con un pacchetto – trionfante della mia ingenuità – nella speranza di convertirlo alla Apple ma nulla. Mio padre lo ha accolto come si accoglie un debito con l’erario – a scadenza trentennale – e  con la stessa espressione corrucciata –  ha incrociato le braccia (metaforicamente) e me l’ha rimbalzato come regalo sgradito –  senza tanti rimorsi.

A nulla è servito intortare il discorso e metterlo sul piano del: “Dai, ci si videochiama!”, “Posso mandarti i documenti tramite l’app”; “Ti invio le foto dei miei viaggi direttamente con whatsapp!” .

A questi allettanti propositi ha replicato sinteticamente con: “Cosa serve videochiamarsi quando si abita a meno di dieci chilometri?”; “Ai documenti ci penso da solo, non sono rimbambito”; “Chi ti dice di partire sempre per quei posti lì che piacciono solo a Voi:  l’Italia è il posto più bello, restate a casa”.

Smontata come un soufflé non ancora cotto –  non ho fatto altro che constatare il fatto inequivocabile che mio padre avrebbe continuato ad usare il vecchio cellulare con l’apertura a conchiglia e coi tasti dei numeri a caratteri cubitali per sempre.

Ogni tanto è capitato di fargli vedere qualcosa col mio: tipo foto, filmati, qualche video su YouTube – vedo che è affascinato da tutta questa modernità ma se ne tiene – sostanzialmente e volontariamente – a debita distanza e forse avrà  ragione anche lui.

Alla fine ognuno deve fare quel che vuole ed è una perla di saggezza a cui sono arrivata solo in età avanzata.

Una delle ultime volte che ci siamo visti – anzi – mi ha fatto il cazziatone perché un suo conoscente che è nei miei “contatti” Facebook  lo aveva informato che mi trovavo a cena in un determinato ristorante ed in una determinata sera. A mio padre tutto ciò è sembrato pazzesco.

Quando poi gli ho spiegato che è una cosa normalissima “taggarsi” in un luogo e condividere la propria posizione geografica – ha rapidamente assunto quella espressione di sbigottimento (arci conosciuta) che poi sigilla con: “Mah, se lo dici te…. non so più cosa dire, fai un po’ quello che ti pare”.

Con mia mamma – classe 1947 e più giovane di mio padre di tre anni – devo dire che è andata sostanzialmente meglio. Un giorno mi sono presentata con l’Iphone, le ho spiegato che con quello avrebbe potuto fare molte cose in più che con il suo – ormai consunto –  quindi  le ho cambiato il piano tariffario in modo che avesse una connessione autonoma propria sul cellulare e potesse iniziare a sperimentare tutte le novità tecnologiche.

Durante il primo mese di utilizzo è riuscita a mandarlo in tilt almeno un centinaio di volte – il touch screen – per chi è abituato a pigiare è sempre a rischio demolizione –  però è lentamente e gradualmente  migliorata.

Non elencherò tutte le volte in cui – pensando di farmi una chiamata standard – ha avviato FaceTime per poi stupirsi nel vedermi comparire sullo schermo come la Madonna di Fatima o le volte in cui mi ha mandato messaggi vocali con whatsapp scomponendo vocalmente  le frasi in 200 messaggi distinti – perché non aveva ancora capito che doveva tenere schiacciato (qui sì)  il tasto del microfono poi parlare e alla fine inviare.

Nei primi mesi ha imparato abbastanza bene la funzionalità delle chiamate, l’invio dei messaggi, la lettura, la messaggistica whatsapp con l’invio e la ricezione di foto e filmati; come del resto ha imparato ad usare bene YouTube – soprattutto per guardarsi tutti i casi di cronaca nera trattati dalla Leosini e Carlo Lucarelli – e per i video musicali dei “Queen” – band  di cui è una accanita fan da sempre.

Il  battesimo del fuoco – dopo settimane di gazzetta cibernetica –  però è arrivato con la prima iscrizione ufficiale sul social Facebook. Ne aveva tentata una da sola – di iscrizione – col risultato che ora esiste una entità virtuale dal nome “Giuspina” che trollerà all’infinito nell’iperspazio di Facebook; avendo perso ogni chiave di accesso per il log-in.

Forte di questo tentativo – sua sponte mal riuscito – ho deciso quindi di iscriverla io su Facebook. Mi sono spesso domandata: sarà sufficientemente “social” da trasformare questa giungla mediatica –  fatta di nomi, facce, conoscenze e perfetti anonimi in un trastullo?

Certo all’inizio ho dovuto spiegarle un po’ il meccanismo;  innanzitutto resettandole la privacy dei “post” in modo che non le si infilassero in bacheca i soliti maniaci guastafeste.

Tipo quel tizio nigeriano o ivoriano che la voleva sposare – dietro compenso –  nella prima settimana della sua iscrizione e che era diventato molesto ed incaxxoso – una volta che non era riuscito nel suo intento di impalmarla in un turbolento matrimonio a distanza.

Ancora oggi  – ad esempio – non le è ancora tanto chiara la distinzione fra bacheca e “storia” – io ci provo ogni volta a spiegargliela –  ma  spesso le confonde;  a mio parere non ha ancora capito che alla frase: “A cosa stai pensando” non deve necessariamente rispondere come se fosse in un confessionale.

Il problema è che spesso – in più di una occasione –  ha anche messo in pericolo  la mia – di privacy.

Tipo quella una volta in cui  – invece di inviarmi un messaggio privato con la messaggistica di Facebook – l’ha piazzato bellamente nelle sue storie: “Prendi vongole no muscoli. Sapone piatti, roba gatti. Lettiera c’è. Sigarette please” – così recitava.

Ho notato che l’approccio di mia mamma con Facebook è stato –  fin da subito – molto “emozionale”. Mia mamma spesso  commenta a suon di emoticons e gif. Non ho capito se le piacciano così tanto da piazzarle ovunque o siano un modo rapido per esprimere un pensiero. The real problem è che affibbia gif ed emoticons a tutti – indistintamente.

Al Sindaco della sua città ha piazzato la gif di  un gatto che fa le capriole (forse intendeva essere d’accordo con qualche iniziativa); nella pagina dedicata alla Cucina Toscana ha inserito la gif di  un tizio che si cimenta con un peto (forse non le è piaciuto qualche piatto o commento); nella pagina del Fans Club dei Queen dà il meglio di sé: una emorragica sequela di cuori, baci, gatti che fanno le fusa ed espressioni di reale giubilo.

Nelle ultime settimane – finalmente – è riuscita anche a passare dai geroglifici virtuali a forme verbali più articolate. Vedo che si sta cimentando – come commentatrice – in varie bacheche, che vuole organizzarsi per andare a vedere il museo dedicato a Freddie Mercury, che ha stretto numerose amicizie e che ha imparato (grosso modo) che Facebook resta un affascinante caleidoscopio virtuale ma sempre da maneggiare  con attenzione.

C’è speranza per tutti.

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