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Il fallimento del ruolo genitoriale per non aver insegnato ai figli a saper perdere

Giovanissimi lasciati soli nella realtà ma iperconnessi nel virtuale, anestetizzati da contenuti diseducativi, sottomessi ad una perfezione che di fatto non esiste

Immagine da Pixbay

Questi ragazzi conoscono i sentimenti di amicizia attraverso emoticon e chat, crescono senza sviluppare empatia, compassione, sensibilità nei confronti dei loro simili e della Natura, proprio perché hanno perso il confine tra la vita reale e quella virtuale

I cambiamenti socio-culturali del terzo millennio, l’emancipazione della donna/madre, il consumismo post-moderno che ha indotto l’uomo a lavorare il triplo per soddisfare bisogni immaginari, hanno prodotto una riorganizzazione della struttura familiare e modificato le relazioni tra genitori e figli, rendendo i ruoli di ciascuno non più identificabili nella loro soggettività bensì omologati nelle loro rispettive funzioni, privando in tal modo gli educatori del diritto/dovere di imperio e rendendo refrattari i giovani alle regole comportamentali.   

Due facce della stessa medaglia,  ma attori di una differenziazione sociale che ha dismesso la figura autoritaria degli adulti, in virtù di una tendenza al giovanilismo contrapposta alla tradizionale società gerarchica del passato.  I genitori fraternizzano con i figli,  diventano loro complici. Di conseguenza, quel figlio non è più il bambino che cresce,  ma un individuo alla pari, un amico a cui nulla si può negare. Un processo di ridefinizione dei compiti in cui l’approccio individualista ha generato una maggiore libertà della persona, ma ha comportato, nel contempo, la scomparsa di confini generazionali e la mancanza di modelli positivi di riferimento causando una voragine nell’educazione del giovane.

Ragion per cui le relazioni dei millennials e dei post-millennials vengono oggi filtrate non dai genitori o dagli insegnanti bensì dai social network, e sottoposte all’approvazione della web community.  Più consensi si ricevono, maggiore sarà la crescita di autostima. Al contrario, l’assenza di feedback provoca loro un senso di frustrazione che, in alcuni casi, degenera in patologie come disturbi di ansia e depressione.  In uno scenario tale, l’ossessione per l’accettazione sociale nonché per la popolarità conduce molti giovani, sempre più spesso, a casi estremi di esibizionismo e alle sfide più assurde e pericolose che trovano terreno fertile proprio in rete. Una competizione dai connotati negativi, costruita sin dall’infanzia, con l’appannaggio di un ideale sempre più distante dalle prospettive future e spesso dalle reali possibilità del ragazzo. Complici le mode suggerite dagli influencer, il più delle volte coetanei senza alcuna preparazione pedagogica, e il lassismo ‘democratico’ degli adulti.

E difatti, sempre più frequentemente, la cronaca ci racconta di ragazzi vittime della loro solitudine esistenziale. Basta pensare al preoccupante fenomeno dei suicidi universitari: tre ogni anno la media degli studenti in Italia che si tolgono la vita perché non riescono a terminare gli studi  e non sanno fronteggiare pubblicamente la sconfitta. Un disagio che parte da una società fortemente accentratrice, dalle nuove dinamiche familiari, dalle aspettative troppo alte di genitori che vogliono figli medici, avvocati, ingegneri, ma anche attori, calciatori, musicisti, purché personaggi in vista, e che trova sfogo in una modernità nella quale il successo di una persona si misura soltanto con la popolarità e l’apparenza.

Ragazzi lasciati soli nella realtà ma iperconnessi nel virtuale, anestetizzati da contenuti sempre più diseducativi, sottomessi ad  una perfezione che di fatto non esiste, si trasformano in precoci consumatori di tutto: tecnologia, sesso, droga, vita stessa, con il rischio di diventare vittime  – se non carnefici – di cyberbullismo, o prede in balia di pedofili e criminali senza scrupoli. Conoscono i sentimenti di amicizia attraverso emoticon e chat, crescono senza sviluppare empatia, compassione, sensibilità nei confronti dei loro simili e della Natura, proprio perché hanno perso il confine tra la vita reale e quella virtuale.

Qualche settimana fa, in Italia, ha destato sconcerto la notizia dell’ambulanza presa a sassate da un gruppo di ragazzini. La cronaca pullula quotidianamente di casi estremi di bullismo tra giovanissimi, e di ogni sorta di torture inflitte da questi agli animali. Davvero ci stupiamo? È chiaro che il progetto educativo dei figli sia fallito.

Educare deriva dal latino “ex-ducere” che significa “tirare fuori”, portare alla luce un quid che ha bisogno di essere gestito e guidato nel percorso di crescita. La priorità è dunque recuperare il ruolo di educatore, ricollocando a casa e a scuola quei famosi no che formano, evitando di forzare o contrastare il naturale sviluppo dei ragazzi e, principalmente, astenendosi dal proiettare su di loro ambizioni che non gli appartengono. Una giusta dose di autostima va incoraggiata, ma non può e non deve in alcun modo essere misurata con il consenso virtuale, bensì costruita nel tempo con interazioni e confronti reali e, soprattutto, con una serena accettazione di sé e dei propri limiti.

È necessario pertanto che le nuove generazioni siano educate alla cultura del fallimento, affinché riconoscano nelle sconfitte quella parte integrante del percorso di crescita, essenziale a forgiare una personalità solida e resiliente che non collassi al primo ostacolo. Ai ragazzi va insegnato che un errore è un’occasione per migliorarsi, e che per uno che vince ci sarà sempre qualcun altro che perde. 

Diceva Pitagora: “Educa i bambini e non sarà più necessario punire gli uomini”. Lui, lo aveva capito già nel VI secolo A. C..

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