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Gli elogi dell’OMS all’Italia e da dove viene la parola sciocca di Boris Johnson

Il riconoscimento del WHO all'Italia nella lotta al covid-19 apre la discussione sul nodale quanto antico discorso pubblico sul “carattere degli italiani"

L’immagine degli italiani, pecorescamente sottomessi, perché impauriti, magari un po' pavidi, e che, per questo, avrebbero conseguito il risultato sfuggito agli inglesi, per la sua generica corrività, non tocca nessuno dei delicati problemi di un reale conflitto fra Libertà e Salute; i quali, invece, meriterebbero assai più pacate considerazioni

L’OMS, in un comunicato via Twitter di stamattina, ha voluto tributare un elogio mondiale all’Italia. Abbiamo affrontato il Covid meglio di ogni altro. Arricchendo l’elogio con un video che illustra i nostri meriti.

Intanto, un complimento, si accetta sempre. Poi, lo si considera, lo si pondera: ma, intanto, lo si accetta. Sicché (a solo di titolo di un sessantamilionesimo), si può dire solo grazie.

Il fatto comunicativo, peraltro, permette, e anzi suggerisce, qualche articolazione. E’ lo stesso tweet che menziona, infatti, “The government & community, across all levels”. Perciò, ci siamo tutti.

E questo si dice non per sminuire il riconoscimento del Governo, magari dicendo che ha fatto solo il suo dovere: perché questo sarebbe un modo mellifluo di sbrigarsela e, in fondo, sleale. E noi siamo, ci sforziamo di essere, prima di tutto, leali. Come spesso, invece, non sono molti componenti e sostenitori “across all levels” di questa Maggioranza. Diremo allora che i provvedimenti del Governo hanno assunto una posizione politica rispetto al Covid.

Una posizione molto esigente, durante lo scorcio d’inverno e la seguente primavera e, via via, meno, dopo. La posizione politica ha preteso significative modificazioni/limitazioni della nostra azione quotidiana. Ha preteso, cioè, una disciplina.

Ed ecco il punto. Questo riconoscimento, apre la discussione (potrebbe aprirla, meglio) su una materia, nodale quanto antica del nostro discorso pubblico; ma anche di quello degli altri su di noi: alludo al cd “carattere degli italiani”. Tema di vastità oceanica, su cui possiamo solo tentare di gettare un rapsodico sguardo.

Di tutte le qualità, o semplicemente, appunto, i caratteri che, a torto o a ragione si riconducono all’ “essere italiano”, l’attitudine a tenere una condotta disciplinata, specie se in una dimensione collettiva, è quello che, non solo riscuote minori consensi, diciamo; ma, addirittura, è posto a proverbiale paradigma negativo di come “noi siamo”. O “non siamo”, insomma.

E invece. E invece, arriva quel “community, across all levels”: che suona persino formale smentita di quell’idea di paradigma. E, se non smentita, almeno clamorosa e autorevole negazione (perché, in effetti, chi mai dovrebbe essere l’Autorità Unica, competente a definire, con compiutezza sociologicamente normativa, il suddetto “carattere”?).

Questo attestato, tanto lusinghiero, non attiene alla capacità di non commettere errori di giudizio; o di sviluppare una identità, culturale, o politica; di nutrire una coscienza storica. Tutte acquisizioni che, ove esistenti, ed in maggiore o minor misura, possono certo intersecarsi ai “modi di essere nella comunità” (la meno implausibile approssimazione che si può offrire della impervia locuzione “Carattere degli italiani”): ma non li definiscono.

Da queste colonne, la settimana scorsa, abbiamo espresso un giudizio negativo sulla scelta per il SI, voluta dal 70% dei votanti (che sono pur sempre quasi venti milioni di italiani).

Sicché, apprezzare una capacità, e anzi, una qualità di solito disconosciuta (e, il “quale” aristotelico, ci guiderebbe fino alla “sostanza italiana”), non impedisce l’errore (secondo chi scrive) di quegli stessi, il cui “carattere” sia innervato proprio da una qualità tanto feconda come la disciplina.

Permette però, o forse impone, di dubitare della razionalità (o anche solo del loro vigore polemico), di tutte quelle “pitture”, a base di “familismo amorale”, di “riserva mentale verso la comunità”, di “guicciardinismo” (col suo “particulare”, distillato alla maniera di un prezzemolino nelle misture del conversatore semicolto); e, ancora, di endemico egoismo e strafottenza che, presentate come velenoso panneggio nel campo dell’insulto di giornata, rivelano, a ben vedere, a loro volta, il loro autentico “carattere”: di strumenti di Potere e sopraffazione. Di un Potere, precisamente fondato su “traduzioni”, formalizzate e istituzionalmente recepite, di simili “pitture”: quali la “corruttela”, e “la inaffidabilità”. Per quei Poteri, i nostri veri monumenti nazionali.

Probabilmente, un Popolo complesso come quello italiano, è troppo per le capacità analitiche dei correnti davighismi di ogni ordine e grado.

Tuttavia, queste riduzioni interessate, malgrado la loro palese inadeguatezza interpretativa, fomentano regresso civile, diffidenza, scoraggiamento di massa: i quali effetti, nel complesso, possono agevolmente condurre ad un errore di giudizio; su sè, e sul proprio perimetro storico-politico: come quello compiuto la settimana scorsa. Pensando che sia una buona idea tagliarsi gli attributi per farsi un auto-dispetto.

Un effetto, pertanto, complessivamente suicida: e tanto più grave, quanto più si vede che simili pastiches valutativi allignano ovunque. Come la sciocca uscita del Premier Boris Johnson dimostra.

Boris Johnson mentre risponde alla Camera dei Comuni alla sul perché l’Italia sta facendo meglio a contenere il covid-19 del Regno Unito

Rispondendo alla domanda, rivoltagli alla Camera dei Comuni; sul perché, “Germania o Italia”, registrassero un numero molto più basso di contagi, rispetto a quelli del Regno Unito, Johnson ha risposto che questo esito è dipeso da una cultura liberale più diffusa in UK, nel confronto con “molti altri Paesi”; a giro di posta, il Presidente Mattarella, ha rimandato al mittente l’improvvido spot.

L’immagine degli italiani, pecorescamente sottomessi, perché impauriti, magari un po’ pavidi, e che, per questo, avrebbero conseguito il risultato sfuggito agli inglesi, per la sua generica corrività, non tocca nessuno dei delicati problemi di un reale conflitto fra Libertà e Salute; i quali, invece, meriterebbero assai più pacate considerazioni.

Ma attinge, direttamente e irrazionalmente, a quello stesso coacervo di informi vaniloqui e mostrificanti “caratteri”, sempre pronte all’uso, e all’abuso di ogni Potere, più o meno irresponsabile verso di sè: a cominciare dalle proprie stesse parole

Un simile Potere, se lo guardiamo qualche secondo da vicino, è il “ritratto operativo” della nostra attuale dirigenza politica e culturale: che, nella successione multicolore dei vari figuranti di governo, sta semplicemente fossilizzando la comunità italiana. Persino mentre riceve i complimenti per quella “capacità di disciplina”, così lungamente e tenacemente negata, allorchè si è trattato di costruire immonde fortune politiche sul “dottrinale” Popolo di Malfattori.

Perciò, il male comincia da qui: in Italia. Qui bisogna scovare, e abbattere, i nostri “caratteriali” nemici. E più urgentemente ora, mentre stanno cambiando di nuovo casacca.

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