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Covid-19 e disuguaglianza. Il vaccino non è per tutti: ai paesi più poveri solo le briciole

Secondo Nature UE, Canada, UK, USA, Australia e Giappone, sono solo il 13% della popolazione mondiale, ma hanno già prenotato oltre metà delle dosi

A Nanchino, in Cina, un paziente viene curato ad aprile quando la pandemia COVID-19 ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo (Chen Jingyu)

La notizia che la Germania si sia mossa individualmente per acquistare 30 milioni di dosi, al di fuori degli accordi europei, è rimbalzata su molti quotidiani, generando un comprensibile fastidio davanti alla prospettiva che, in quanto paese più ricco d’Europa, si sia mosso prima, meglio o solo diversamente dagli altri per avere una disponibilità maggiore.

Eppure, lo stesso fastidio e la stessa indignazione non si sono registrati davanti ai dati, divulgati prima da Nature e poi dal New York Times, sulla preoccupante distribuzione del vaccino a favore dei paesi più ricchi, a discapito dei paesi più poveri.

I governi del mondo hanno già preordinato oltre 11 miliardi di dosi, quantitativo che supera la massima capacità produttiva per il 2021 delle aziende il cui vaccino è approvato o prossimo all’approvazione. Secondo quanto riportato da Nature, l’UE e altri 5 paesi ricchi (Canada, UK, USA, Australia e Giappone), pur rappresentando il 13% della popolazione mondiale, hanno prenotato oltre metà delle dosi Pzifer, Moderna e AstraZeneca.

Immagine Pixabay/Gerd Altmann

Anche rielaborando i calcoli, tenendo conto anche delle case farmaceutiche che non hanno ancora ultimato i loro trial, ma dovrebbero probabilmente essere in grado di mettere sul mercato un vaccino entro il prossimo anno, come ad esempio Johnson&Johnson, le proporzioni rimangono le stesse. Svetta, fra tutti, il Canada, che si è già assicurato un numero di dosi sufficiente da inoculare ogni abitante quasi otto volte. Gli USA potrebbero raggiungere le sei dosi per abitante considerando eventuali espansioni dei contratti già stipulati con le case farmaceutiche, e l’UE oltre quattro.

Bill Gates avvertiva dei rischi che questo accadesse già a settembre, quando ancora la prospettiva di un vaccino non era realtà: “i cinquanta Paesi più ricchi del pianeta avranno a disposizione i primi due miliardi di dosi di vaccino. In questo scenario, il virus continuerà a diffondersi incontrollato per quattro mesi in tre quarti del globo. E vedremo raddoppiare il numero delle vittime”. Messo da parte il significato morale ed etico, Gates avvertiva anche delle ricadute economiche: “diventeremmo tutti come l’Australia e la Nuova Zelanda: due Paesi che hanno goduto di lunghi periodi con pochissimi casi di contagio all’interno dei propri confini, ma che vedono le loro economie ancora penalizzate, perché i loro partner commerciali sono in lockdown”.

Delle maggiori compagnie, solo AstraZeneca, il cui vaccino dovrebbe essere approvato a giorni per l’uso in UK e successivamente anche dall’EMA, si è impegnata a fornire il vaccino senza profitto per la durata della pandemia, con un prezzo di circa $3 a dose, da 5 a 10 volte inferiore rispetto a quanto richiesto dai competitor, e a donare circa il 64% della sua produzione ai paesi in via di sviluppo. Tuttavia, la sua sola produzione, nel 2021, potrebbe coprire solo il 18% della popolazione mondiale, dunque il suo impegno, per quanto lodevole, non sarà sufficiente.

Un operatore sanitario presso l’Istituto per le malattie infettive di Bamrasnaradura in Thailandia (UN Women/Pathumporn Thongking)

Secondo le stime del Duke Global Innovation Center nel North Carolina, la maggior parte della popolazione nei paesi a basso reddito dovrà attendere almeno il 2023, e forse anche il 2024, per poter essere vaccinata. L’ONG Oxfam riporta che in 67 paesi, nel 2021, si potrà vaccinare solo una persona su 10. Mohga Kamal Yanni, della People’s Vaccine Alliance ha ricordato che “i paesi ricchi hanno dosi sufficienti per vaccinare quasi tre volte tutta la loro popolazione, mentre i paesi più poveri non ne hanno a sufficienza neanche per raggiungere gli operatori sanitari e le persone a rischio”.

Nella sua benedizione Urbi et Orbi, il giorno di Natale, Papa Francesco ha deciso di porre l’accento proprio su questo tema, dicendo: “Chiedo a tutti, ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta”.

Il principale strumento internazionale ideato allo scopo di garantire un equo accesso alla vaccinazione è l’organo COVAX, codiretto dall’alleanza per i vaccini (Gavi, con sede a Ginevra), dalla coalizione per l’innovazione in materia di preparazione alle epidemie (CEPI) e dall’OMS. Stima di poter fornire 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021, con cui si pone l’obiettivo di vaccinare almeno il 20% dei paesi che ne richiederanno il supporto.

Il vaccino Pfizer-BioNTech COVID-19 è il primo vaccino ad essere immediatamente disponibile in alcune parti del mondo (BioNTech)

Andrea Taylor, ricercatrice di Duke, ha riportato a Nature che molti paesi ricchi si sono impegnati a donare a COVAX le loro eventuali dosi in eccesso una volta terminata la loro vaccinazione interna; inutile dire che non è lo spirito con cui l’organo era stato creato, e che non è così che avrebbe dovuto funzionare.

La People’s Vaccine Alliance sprona i governi a fare tutto il possibile affinché i vaccini diventino un bene pubblico globale; India e Sud Africa hanno proposto di sospendere i diritti di proprietà intellettuale, cioè la possibilità di brevettare i vaccini, fino a quando non sarà stata immunizzata la popolazione.

Poiché i vaccini AstraZeneca, Moderna e Pfizer sono tutti stati sviluppati grazie a investimenti di fondi pubblici il cui valore è incalcolabile (nel senso proprio che è impossibile calcolarlo con precisione), ma ben superiore ai 5 miliardi, non è completamente campata in aria l’idea che il prodotto di questo investimento sia, per un certo periodo di tempo, un bene pubblico. “L’attuale sistema, in cui Big Pharma usa fondi pubblici per la ricerca, detiene diritti esclusivi e mantiene segretezza sulla tecnologia per spingere i profitti, potrebbe avere un costo altissimo in termini di vite umane” secondo Lois Chingandu, Direttore di Frontline AIDS.

Tuttavia, per ora, sembra che i governi dei paesi più ricchi del pianeta non stiano facendo grandi passi in questa direzione. Viene quasi da preferirgli Donald Trump che, almeno, “America first” lo ha sempre detto senza vergognarsene.

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