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La prima vittima del covid è la verità? Allora intervistiamo Adriana Bazzi

Sulla pandemia la confusione prevale, alimentata da governanti incapaci e dalla credulità degli ingenui: proviamo a fare chiarezza con una grande esperta

La Dott.ssa Adriana Bazzi (Immagine da youtube)

“Sui dati bisogna stare molto attenti... Quello che è certo è che il virus non lo arresti,  anzi si diffonde: compresa quella che è infelicemente detta la ‘variante inglese’, che permetterebbe al virus di propagarsi in maniera più veloce e diffusiva.  Forse riusciremo ad arrestarlo e forse no... Questo è il senso dei lockdown, per dare agli ammalati la possibilità di avere accesso ai reparti di rianimazione  e di continuare la lotta contro il virus. Detto questo però ci dobbiamo aspettare che il virus prima o poi ci raggiunga"

Con il detestato anno 2020 dietro le spalle, e la distribuzione dei vaccini anti-Covid appena iniziata, finalmente si ricomincia a sperare. Ma l’ottimismo si scontra con l’incertezza. Anzi con il diffuso presentimento che, anche quando il virus sarà stato sconfitto, non tutto tornerà come prima.

La storia dell’evoluzione (e dell’involuzione), non solo dell’umanità, ma dell’universo per quello che ne possiamo intuire, va avanti così. Intanto la confusione prevale, alimentata da governanti incapaci e dalla credulità degli ingenui. In ogni pandemia, come in guerra, possiamo dire parafrasando von Clausewitz, “la prima vittima è la verità”.

Per cercare di  fare un minimo di chiarezza, nella cacofonia delle menzogne messe in rete come verità alternative, e delle superstizioni più assurde dei negazionisti, in questa intervista esclusiva La Voce di New York è andata a consultare una delle maggiori esperte europee di problemi della salute.

Adriana Bazzi (Immagine da twitter)

Adriana Bazzi, medico chirurgo e ricercatrice a Milano,  delegata per l’Italia di Soroptimist International, la Ong californiana creata nel 1921 e accreditata come organo tecnico consultivo all’ONU, da oltre 30 anni partecipa a convegni internazionali di medicina e scientifici in ogni parte del mondo. Autrice di libri sulle biotecnologie e sul bioterrorismo, poi direttrice del Corriere Medico e Chief Medical Correspondent del gruppo RCS Corriere della Sera, ha scritto migliaia di articoli che sono stati pubblicati in più paesi.

Stati Uniti. Con tutte le risorse mediche, scientifiche e finanziarie senza confronti, l’America sul Coronavirus ha fallito. Il New Yorker in un lungo articolo ha scritto: “con  appena il 4 per cento della popolazione mondiale gli Stati Uniti registrano il 20% del totale di morti. Come siamo potuti arrivare a un tale disastro?

“Ogni anno vengo negli Stati Uniti. Visito gli ospedali e istituti di ricerca, Partecipo ai più importanti congressi internazionali. Conosco gli specialisti e leggo i loro rapporti. In realtà gli scienziati  il problema lo avevano in parte previsto. In un rapporto intitolato ‘Early Response to Emerging Infectious Disease Threats and Biological Incidents’, quattro anni fa, si parlava di questo. Ma il documento era stato poi ignorato dalla nuova amministrazione. Quanto alle cifre sui decessi, inoltre, c’è da spiegare che i numeri anche quando sono corretti non dicono  tutto…”

In che senso?

“Per esempio, lasciando da parte la Cina, dove le cifre ufficiali non sono verificabili, si può fare una tabella  dalla quale risulta che gli Stati Uniti come numero di infettati sono i primi nel mondo. Seguono poi, in ordine decrescente, India, Brasile, Russia, Francia, Gran Bretagna e Turchia. Poi viene l’Italia che è ottava. Tutto questo è statisticamente corretto. Però si può dire, a proposito dell’Italia, che il tasso di letalità è più alto: cioè, rispetto al numero di persone infette, si muore di più. Ma questo che cosa significa? Che il livello di terapie in un paese è inferiore oppure ci sono altri fattori?  Uno di questi fattori per esempio è l’età avanzata. L’Italia demograficamente è uno dei paesi più vecchi del mondo. L’America, anche se ha un sistema sanitario  molto frazionato e, nella medicina di prevenzione, non sempre efficace, come demografia è più giovane. D’altra parte, con l’ obesità, il diabete e altre malattie assai frequenti in America, anche questo è un elemento da considerare per spiegare l’alta mortalità americana”.

“Put a Mask On”: New York, Soho, 5, agosto, 2020 (Foto di Terry W. Sanders)

Il dibattito, a questo punto, si politicizza. A seconda di quello che si vuole sostenere, si può dire che il modello terapeutico europeo mira a mantenere in vita il paziente il più possibile, ma non è sempre efficace data l’età media avanzata. Mentre il modello americano sembra dare la precedenza a rimettere in moto l’economia il più presto possibile…

“Sì e no. Il discorso è complesso. Per le cifre, allo scopo di consentire un confronto corretto, il solo dato che vale la pena di considerare è l’ “eccesso di mortalità”,  rispetto allo stesso periodo di tempo considerato ma prima dell’epidemia. In questo modo è possibile sapere come il coronavirus ha impattato sulla qualità della vita delle persone.  Negli USA probabilmente c’è un elevato tasso di infezioni perché nelle categorie a basso reddito l’accesso a terapie preventive è forse inadeguato. Inoltre, un secondo dato da considerare è la prevalenza  dell’obesità. D’altra parte l’Italia sarebbe il paese che ha il più alto tasso di letalità dopo l’Iran. Mentre negli Stati Uniti che demograficamente sono più giovani la letalità (cioè il numero dei pazienti infettati che muoiono) risulta minore”.

Le ultime cifre della Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) sui paesi con maggiore diffusione del covid-19

Attenzione dunque a non strumentalizzare le cifre, cosa che i politici e anche i media spesso tendono a fare?

“Sui dati bisogna stare molto attenti.  Io però imposterei la questione in un modo diverso. Quello che è certo è che il virus non lo arresti,  anzi si diffonde: compresa quella che è infelicemente detta la ‘variante inglese’, che permetterebbe al virus di propagarsi in maniera più veloce e diffusiva.  Forse riusciremo ad arrestarlo e forse no”.

La Dr.ssa Bazzi

Una prospettiva non rassicurante…

“Non necessariamente. Dovremo isolare l’avversario e rafforzare le difese mettendo in atto tutti i metodi possibili di prevenzione in modo da abbassare la curva  e decongestionare i reparti ospedalieri.  Questo è il senso dei lockdown, per dare agli ammalati la possibilità di avere accesso ai reparti di rianimazione  e di continuare la lotta contro il virus. Detto questo però ci dobbiamo aspettare che il virus prima o poi ci raggiunga. Penso alla regione Veneto che in Italia è stata una delle più efficienti nel fermare il virus ma ora è stata colpita in pieno dalla seconda ondata. A questo secondo attacco si dovrà reagire dando alle persone gli strumenti per fermare l’aggressore non solo con le strutture ospedaliere ma anche con una medicina territoriale che funzioni. Tutto questo, in attesa che si perfezioni l’efficacia del vaccino”.

In sostanza allora, per riprendere il riferimento bellico che abbiamo fatto prima, una strategia intermedia fra la guerra di logoramento e la guerra fredda, in attesa del disarmo nucleare?

“Il disarmo mi pare una soluzione preferibile a quella della mutua distruzione assicurata. Se riusciamo a marginalizzarlo, il virus si indebolirà e ci darà poco fastidio. Non sarà più, come ora, un pericolo mortale”.

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