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Italia e USA uniti nella ricerca sull’Intelligenza Artificiale per la sanità

L'Ambasciatore Varricchio: "Stiamo attraversando una rapida transizione tecnologica. Non a caso parliamo di Rinascimento dell'Intelligenza Artificiale"

Intelligenza artificiale (piqsels.com)

Si celebrano in questi giorni i 160 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti. Uno degli ambiti in cui questa partnership ha dato il maggiore successo è indubbiamente quello scientifico e della ricerca, e per questo l’Ambasciata d’Italia, il Consolato Generale a Boston e la National Science Foundation (NSF) hanno organizzato un ciclo di seminari in cui professionisti italiani ed americani si confrontano su una delle tematiche più stimolanti degli ultimi e certamente dei prossimi anni: l’Intelligenza Artificiale.

Mercoledì si è tenuto un appuntamento in cui ricercatori e professori leader mondiali in materia hanno affrontato la prospettiva di applicare l’Intelligenza Artificiale all’ambito sanitario. “Stiamo attraversando una rapida transizione tecnologica, alimentata dal processo di trasformazione digitale”, ha dichiarato in apertura l’Ambasciatore Armando Varricchio. “E’ uno scenario in continua evoluzione che ha determinato un veloce sviluppo del settore. Non a caso parliamo di Rinascimento dell’IA”, ha osservato. Italia e Usa hanno già approvato la propria strategia nazionale sulla IA e la NSF, uno dei maggiori attori nel settore e storico partner del nostro Paese, ha recentemente lanciato l’iniziativa National Artificial Intelligence Research Institutes, creando un gruppo di centri nazionali per accelerare la ricerca in questo campo.

Ambassador Armando Varricchio (Illustration by Antonella Martino)

Quando si parla di Intelligenza Artificiale, immediatamente vengono alla mente tecnologie avanzatissime, ed anche a tratti spaventose: robot in grado di prendere decisioni, uomini e macchine che convivono e, chissà, si combattono a vicenda, come ammoniva Stephen Hawking. Il moderatore dell’evento, il Prof. Fiorenzo Omenetto, Dean of Research della School of Engineering della Tufts University ha sottolineato che in realtà, l’Intelligenza Artificiale è fra noi già da un pezzo, e non ha nulla di inquietante: il riconoscimento facciale, assistenti vocali come Siri, Google maps, Netflix che suggerisce che cosa guardare.

Tecnicamente, per Intelligenza Artificiale si intende la creazione di sistemi informatici (hardware o software) con caratteristiche tipicamente umane: percezione visiva, capacità di apprendere, capacità di decidere. Come sottolineato da una delle speaker dell’evento, Wendy Nilsen della NSF, molti ambiti hanno approfittato dell’Intelligenza Artificiale prima di quello sanitario, nonostante potrebbe beneficiarne immensamente, in tutto il percorso di cura, dalla prevenzione, alla diagnosi al trattamento.

Fiorenzo Omenetto durante il secondo evento della serie su Intelligenza Artificiale

La prevenzione è uno degli aspetti più importanti, sebbene meno identitari, della medicina. Evitare, ad esempio, che un paziente già a rischio di sviluppare una determinata patologia come può essere il tumore ai polmoni si ponga ulteriormente in pericolo fumando sigarette. Tuttavia, la prevenzione ideale si basa su una quantità immensa di informazioni, dalla qualità dell’acqua e dell’aria nella zona di residenza del paziente, alla familiarità con malattie, alla dieta quotidiana: un carico di lavoro che un umano non potrebbe elaborare, ma un software sì.

In fase di diagnosi, ha spiegato la Nilsen, ricorrere all’Intelligenza Artificiale potrebbe rappresentare una rivoluzione. Il processo diagnostico è sempre una “fotografia” dello stato del paziente nel momento della visita; l’introduzione di sistemi di IA permetterebbe di analizzare simultaneamente enormi quantità di dati, dal genoma del paziente, alla sua intera storia clinica, ai risultati di esami clinici pregressi, per fornire un quadro molto più completo al medico chiamato a valutare. La stessa analisi degli esami clinici potrebbe divenire un processo nuovo grazie all’IA, come ha spiegato il professor Arturo Chiti, Direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’università Humanitas: creare un programma che faccia screening degli scan, per esempio di una mammografia, e le analizzi più minuziosamente ed attentamente di quanto potrebbe l’occhio umano, senza incappare in errore e senza mai stancarsi.

Wendy Nilsen durante il secondo evento della serie su Intelligenza Artificiale

Gli scenari in fase di trattamento sono ancora più vasti. Paolo Bonato, Professore della Harvard Medical School, ha spiegato le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale nel trattamento di lesioni cerebrali, aprendo la prospettiva di costruire la riabilitazione su misura per il paziente tenendo conto di tutte le informazioni disponibili sullo stato di salute del suo intero sistema nervoso, sia centrale che periferico.

Altrettanto stimolate è la prospettiva in ambito farmaceutico. Un farmaco è una molecola chimica che, inserita all’interno del corpo, è in grado di navigare nella foresta di cellule e molecole del nostro organismo producendo l’effetto desiderato, senza produrne di indesiderati, ha spiegato Riccardo sabatini, Chief Data Scientist di Orionis Biosciences. Creare queste molecole farmaceutiche è un processo normalmente lunghissimo e costosissimo, che si è evoluto nel tempo con l’arrivo di nuove tecnologie, da semplici laboratori di chimica fino ai recenti farmaci sintetici. L’Intelligenza Artificiale potrebbe portare una rivoluzione anche in questo campo, progettando una macchina che sappia come creare una molecola che faccia esattamente quello che deve e mai quello che non deve, tenendo conto delle migliaia di biomarker che il corpo umano invia. In questo modo potenzialmente potrebbe essere immensamente velocizzato e semplificato l’iter di scoperta di nuove molecole efficaci per guarire malattie, chissà magari anche il Covid.

Naturalmente, tutte queste prospettive si basano su un lavoro di ricerca ancora lungo, che non potrà prescindere dallo studio dell’intelligenza umana in primis, della quale ancora poco è conosciuto, come ha rimarcato Tomaso Poggio, Direttore del Center for Brains, Minds & Machines del MIT. A questo dovrà affiancarsi anche altrettanto sforzo di discussione e mediazione riguardo ad aspetti etici e di privacy, demarcando i giusti contorni di cosa non possa mai divenire competenza di macchine ed algoritmi.

Si tratta di un percorso dipenderà dal continuo rinsaldarsi del “ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti”, come lo ha chiamato nelle sue conclusioni Federica Sereni, Console Generale d’Italia a Boston, che da anni è percorso da grandi scienziati, grandi idee e grandi innovazioni.

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