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L’Onu suona la sveglia: gli oceani sono “sempre più minati dall’uomo”

Alla Seconda Valutazione Mondiale emerge il grave stato di salute della Terra. La causa è sempre la stessa: coloro che vivono nei paesi più sviluppati

La vita sottomarina (PxHere)

La Giornata Mondiale della Terra è stata un tre giorni di lavoro estenuante. Mai come in questo caso le Nazioni Unite avevano dedicato un simile sforzo al tema del giorno.

Uno degli argomenti trattati riguarda l’analisi dello stato degli Oceani. Un lavoro iniziato già anni fa, con la prima “Valutazione Mondiale degli Oceani I”, WOA I. Vi presero parte centinaia di scienziati provenienti da decine di paesi, guidati da un gruppo di esperti di 22 persone. Al fine di valutare la capacità degli Oceani di sopportare le pressioni antropiche, vennero esaminati lo stato di conoscenza degli Oceani, i modi in cui gli esseri umani ne beneficiano e gli effetti dell’influenza umana, dell’impatto antropico. Da quel rapporto emerse che si era vicini al limite sostenibile e che era necessaria un’azione immediata su scala globale per salvare gli Oceani.

Le Seychelles si sono trasferite nel marzo 2020 per proteggere il 30% del loro ambiente marino (ICS / Craig Nisbet)

Ieri è stato presentata la Seconda Valutazione Mondiale degli Oceani (WOA II). Un lavoro più che impressionante: ciclopico. Basti pensare che sono serviti oltre 300 esperti per mettere insieme i dati forniti da un pool di oltre 780 ricercatori provenienti da tutto il mondo. Il risultato è stato inserito in due volumi di oltre 4.500 pagine ciascuno! Una quantità enorme di dati riguardanti lo stato dell’ambiente marino che potranno e dovranno essere utilizzati per sostenere le decisioni e le scelte politiche per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, in particolare l’Obiettivo 14, nonché per l’attuazione dell’United Nations Decade of Ocean Science for Sustainable Development.

Chi pensava che il mare, gli oceani potessero essere rimasti indenni dalle azioni dell’uomo rimarrà deluso leggendo il rapporto. Dalla ricerca emerge che la situazione continua a peggiorare e che “molti benefici forniti dagli Oceani sono sempre più minati dalle azioni umane”.

La barriera corallina di Beveridge, situata nelle acque di Niue nell’Oceano Pacifico (UNDP / Vlad Sokhin)

Nel presentare il WOA II, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha parlato di “maggiore comprensione dell’Oceano”, di “sistema di supporto vitale del nostro pianeta” che è “essenziale se il mondo vuole riprendersi meglio dalla pandemia di Covid-19 e raggiungere gli obiettivi concordati sullo sviluppo sostenibile e l’azione climatica”. Guterres ha poi ammesso che “Le pressioni di molte attività umane continuano a degradare gli Oceani e a distruggere gli habitat essenziali – come le foreste di mangrovie e le barriere coralline – ostacolando la loro capacità di aiutare ad affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici. Queste pressioni provengono anche dalle attività umane a terra e nelle zone costiere, che portano negli Oceani sostanze inquinanti pericolose, compresi i rifiuti di plastica. Nel frattempo, si stima che la pesca eccessiva abbia portato a una perdita annuale di 88,9 miliardi di dollari in benefici netti”. Un segnale forte della perdita di biodiversità che è una delle basi per la sopravvivenza e lo sviluppo del pianeta.

La copertina del “Time”, giugno 2019, in cui è raffigurato Antonio Guterres in lotta contro il Cambiamento Climatic)o (by Christopher Gregory for TIME)

La causa di tutto questo è sempre la stessa: l’uomo. Anzi una parte della popolazione mondiale: quella minoranza che vive nei paesi più sviluppati o in via di sviluppo. Sarebbero loro i principali responsabili delle emissioni di CO2. Come ha detto Guterres, “Il carbonio rilasciato nell’atmosfera sta provocando il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani che ha distrutto la biodiversità. Allo stesso tempo, l’innalzamento del livello del mare sta minacciando le coste del mondo”.

I numeri riportati da Guterres non lasciano spazio a dubbi: “Il numero di “zone morte” negli Oceani è quasi raddoppiato, passando da oltre 400 a livello globale, nel 2008, a circa 700, nel 2019. Anche circa il 90% delle specie di mangrovie, fanerogame marine e piante palustri e oltre il 30% delle specie di uccelli marini stanno affrontando la minaccia di estinzione. Gli esperti attribuiscono questo al nostro fallimento generale nell’ottenere una gestione sostenibile integrata delle coste e dell’oceano. Invito tutti gli stakeholders a prestare attenzione a questo e ad altri avvertimenti”.

La presentazione del rapporto è stata accompagnata da tre webinar, introdotti da Fabien Cousteau. In ciascuno di questi alcuni degli esperti che hanno collaborato al rapporto hanno trattato temi specifici. Al primo ha partecipato Peter Haugan, direttore del programma presso l’Istituto di ricerca marina e professore di oceanografia presso l’Istituto Geofisico dell’Università di Bergen in Norvegia, nonché consigliere della Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO . Nel secondo, Cousteau ha intervistato Lorna Inniss del Segretariato per il Programma per l’Ambiente Caraibico dell’UNEP e membro della Convenzione di Cartagena per la Protezione e lo Sviluppo dell’Ambiente Marino della Regione Caraibica ampliata, che ha parlato dei rischi costieri. Al webinar ha partecipato anche Jörn Schmidt, professore presso il Programma affari marini dell’Università di Dalhousie e ricercatore senior presso il Center for Ocean and Society dell’Università di Kiel. Al terzo webinar, hanno preso parte Karen Evans, ricercatrice del CSIRO Oceans and Atmosphere e Grace Young, ingegnere che lavora per creare nuove tecnologie per proteggere l’oceano e al tempo stesso trovare fonti di alimentazione sostenibili per l’umanità.

Contestualmente alla presentazione del rapporto, è stata lanciata l’United Nations Decade of Ocean Science for Sustainable Development che, secondo Guterres, dovrebbe fornire le linee guida per un’azione collettiva.

 

 

 

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