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Sulle tracce delle origini del Covid: natura artificiale? Il Congresso convoca gli esperti

Il Dr Quay è l'autore di uno studio secondo cui la probabilità che il Covid non si sia sviluppato in modo spontaneo, ma provenga da un laboratorio, sia del 98.8%

L'allora vicepresidente Biden brinda in onore del presidente cinese Xi durante un pranzo di stato presso il Dipartimento di Stato. Washington, DC, il 25 settembre 2015 - Dipartimento di Stato USA

Anche il dottor Anthony Fauci ha i suoi dubbi sull’origine naturale del Covid. Alla domanda, in una intervista a PolitiFacts ha ammesso “non ne sono convinto, penso che dovremmo continuare ad investigare cosa è successo in Cina finchè non scopriamo, al meglio delle nostre capacità, cosa è accaduto”.

Per aiutare i membri a comprendere le complicate sfumature scientifiche del dibattito, il Congresso ha invitato uno scienziato, il Dr Steven C.  Quay, perché spiegasse i risultati delle sue ricerche sull’origine del Covid, in netto disaccordo con le conclusioni tratte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nella sua investigazione all’inizio dell’anno. Secondo l’analisi proposta da Quay, la probabilità che la pandemia derivi da una zoonosi, cioè dal passaggio “naturale” del virus da una specie animale all’uomo, è dello 0.2%, mentre la probabilità che il Covid-19 sia nato in un laboratorio è del 98.8%. L’articolo originale, di 193 pagine, può essere scaricato tramite Zenodo, un server open access gestito dal CERN.

“Ci sono già dati più che sufficienti e evidenze per concludere con grande sicurezza che la pandemia da Covid non proviene da una zoonosi naturale” ha detto Quay. “L’obiettivo di questo briefing è di fornire ai membri e allo staff del Congresso i fatti che non sono opinabili riguardo alla pandemia, mostrare come questi fatti sono diversi da qualunque zoonosi precedente, mostrare che sono completamente coerenti con uno spillover da un laboratorio e, infine, documentare le evidenze genetiche che sono coerenti con (…) manipolazioni di laboratorio”.

Nel suo studio il Dr Quay individua alcune argomentazioni chiave che dimostrerebbero che il Covid provenga dal Wuhan Institute of Virology, e che una tragica falla nel sistema abbia causato la sua diffusione.

La prima è la localizzazione dei primi casi noti, tutti vicini appunto al Wuhan Institute of Virology. A sostegno di questa ipotesi c’è anche la notizia, proprio di queste ore, che tre ricercatori di quello stesso centro siano stati ricoverati a Novembre 2019, un mese prima che la Cina parlasse dei primi contagi noti, con sintomi che possono essere ascrivibili all’influenza stagionale, ma anche al Covid stesso. Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Zhao Lijian, ha affermato lunedì che è “completamente falso” che tre scienziati siano stati malati in quel periodo, e che “gli Stati Uniti continuano a portare avanti la teoria della nascita in laboratorio” per distrarre l’attenzione (anche se non è chiaro da che cosa).

La seconda prova, secondo il medico, è la mancanza di sieroconversione. Una delle principali caratteristiche delle zoonosi è che derivano da “prove” che il virus fa di adattarsi all’organismo umano partendo da quello animale. Il virus fa una serie di tentativi di salto di specie, infettando più volte gli umani ma senza riuscire a sopravvivere a lungo, di cui dovrebbe trovarsi traccia nel sistema immunitario degli individui colpiti. Queste tracce sono presenti per altre epidemie come la Sars o la Mers, ma non per il Covid, che dimostrerebbe che la mutazione non sarebbe avvenuta in modo naturale e graduale.

A riprova di questo c’è la terza evidenza portata dal dottore, cioè la mancanza di diversità nel genoma dei primi virus. Se un virus passa dall’animale all’uomo (nel caso del Covid il pipistrello prima, ed un seconda specie ancora ignota poi), nei primi stadi si osserva una moltitudine di diversi genomi simili ma differenti, perché il virus non si trova in un singolo animale, ma in molti, e da ognuno tenta di passare alla specie umana. Se per le altre epidemie si osserva questa varietà, non è così per il Covid, poichè le sequele genetiche identificate a Wuhan a fine 2019 sono molto simili fra loro secondo Quay, lasciando pensare che le infezioni derivino tutte dalla stessa fonte.

La ricerca ha i suoi pregi e le sue falle: la maggior parte delle evidenze portate da Quay non sono conclusive, non escludono definitivamente l’origine naturale del Covid, e a tratti la ricerca pecca un po’ di credibilità, specie quando nei ringraziamenti viene citato un gruppo Twitter che si chiama #DRASTIC, che avrebbe contribuito alla redazione dello studio fornendo spunti di discussione.

Resta tuttavia il fatto che le origini della pandemia non sono ancora state chiarite agli occhi della comunità scientifica, e che l’origine di laboratorio è una possibilità che nemmeno il CDC si sente di escludere.

La Casa Bianca, accusata di non  avere abbastanza polso con i cinesi, continua a richiedere che sia portata avanti una investigazione “trasparente”, ripetendo che l’amministrazione Biden non ha dati a sufficienza per trarre nessuna conclusione. Uno dei grandi limiti delle ricerche condotte dal pannello internazionale di esperti selezionato dall’OMS ed affiancato da funzionari cinesi è stato il blocco, da parte del governo di Pechino, all’accesso ai dati grezzi. Agli studiosi sono state fornite ricerche ed analisi già completate da scienziati cinesi, insomma, ma non la materia grezza da poter analizzare e studiare a loro volta.

Jenn Psaki, portavoce di Biden, ha commentato la notizia data dei tre scienziati malati già a Novembre chiarendo che il presidente è “deciso ad ottenere risposte con una valutazione guidata da esperti sull’origine della pandemia che sia priva di interferenze o politicizzazioni”, sminuendo le ricerche compiute all’inizio dell’anno dall’OMS come una “fase uno” in cui non è stato garantito “accesso ai dati” e chiedendo di poter passare ad una “fase due di investigazione trasparente ed indipendente”.

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