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Covid: nel mondo servono più dosi, ma è guerra online tra Biden e le Big Pharma

Moderna conferma il rischio di nuove ondate dovute alle varianti, ma le lobby spendono centinaia di migliaia di dollari per screditare la sospensione dei brevetti

Joe Biden con la mascherina - YouTube

New York, prima grande città messa in ginocchio dal virus, vede la luce alla fine del tunnel. Lo annuncia il sindaco De Blasio, che ha dichiarato che l’attuale tasso di positività (0.83%) è il più basso dall’inizio della pandemia, così come il numero dei morti. “E’ la dimostrazione del potere delle vaccinazioni”, ha detto, “è la dimostrazione della forza d’animo dei newyorkesi, che hanno attraversato la crisi facendo le cose giuste per tenersi al sicuro a vicenda, andando a vaccinarsi in numeri enormi”.

Mentre negli USA i cittadini finalmente cominciano ad assaggiare il ritorno alla vita “di sempre”, sappiamo bene che nel resto del mondo non è così. Sappiamo altrettanto bene che questo dipende dalla disponibilità di vaccini, disomogenea a livello globale: in India solo 15 dosi sono state inoculate ogni 100 persone, contro le 88 per 100 cittadini americani. Il virus dunque circola, si replica, infetta, potenzialmente muta, e questo potrebbe cambiare le prospettive del mondo intero.

A dichiararlo è la direttrice scientifica di Moderna, Melissa Moore, che ha parlato dell’argomento al Science Day che la compagnia tiene ogni anno per gli investitori. “Mentre il virus si diffonde, sta mutando rapidamente” e “alcune di queste nuove linee virali sono più infettive dell’originale”. Fin qui, nulla di nuovo: chi non ha sentito parlare di variante inglese, sudafricana, brasiliana?

I leader del G7 si sono impegnati a rendere disponibili i vaccini COVID-19 a tutte le persone e recentemente hanno aumentato i finanziamenti per l’iniziativa COVAX guidata dalle Nazioni Unite (Janssen)

La cattiva notizia è che la Moore ha confermato che alcune delle varianti non sembrano suscettibili ai vaccini attualmente disponibili, che Moderna si aspetta probabili nuove ondate di contagi, ed è perciò probabile che le ricette dei vaccini debbano essere aggiornate, e che futuri richiami “booster” siano necessari per proteggere la popolazione dalle nuove versioni del Covid. Secondo il dottor Fauci, si avrà la certezza dell’eventuale necessità di ulteriori richiami questo autunno.

La questione dei brevetti dei vaccini, allora, diventa fondamentale: se occorrerà produrre una nuova versione aggiornata e corretta dei vaccini attualmente disponibili, da somministrare idealmente nel mondo intero in tempi il più brevi possibile per evitare che il virus continui a circolare in alcune zone, e dunque a mutare creando potenzialmente un loop infinito di varianti e richiami di versioni aggiornate del vaccino, occorre aumentare esponenzialmente la produzione di dosi. Anche per questo l’amministrazione Biden si è dichiarata favorevole alla sospensione temporanea dei brevetti dei vaccini, e al trasferimento di competenze e tecnologie a tutti i centri di produzione di farmaci disponibili ad iniziare a imbottigliare siero anti-COVID.

Ma le compagnie farmaceutiche hanno deciso di non dichiarare sconfitta facilmente nella partita sulle proprietà intellettuali dei vaccini.

Il gruppo di lobbysti PhRMA (Pharmaceutical Research and Manifacturers of America) rappresenta oltre 30 compagnie, in particolare alcune cruciali come Johnson & Johnson e Pfizer, ed ha deciso di passare al contrattacco utilizzando le pubblicità mirate di Facebook e Google, secondo quanto riportato da CNBC, che ha scandagliato gli archivi pubblicitari. Una mossa di contrattacco non dichiarata ufficialmente, ma che fa riferimento diretto al presidente: “Le opinioni dannose di Biden sui vaccini” (Biden’s Harmful Vaccine Stance), recita una pubblicità, “La posizione deleteria di Biden sulla proprietà intellettuale” (Biden’s Damaging IP Stance), dice un’altra. Entrambe le pubblicità erano dirette alla zona di Washington DC nel mese di maggio, secondo i dati di Google, e sono costate tra mille e cinquantamila dollari. Gli archivi di Facebook, invece, riportano spese di circa 245mila dollari in pubblicità a partire da Aprile.

Un esponente di PhRMA ha commentato sull’inchiesta di CNBC dicendo che “le compagnie di ricerca biofarmaceutica sono impegnate nel raggiungimento di un accesso equo in tutto il mondo ai vaccini COVID, per questo stiamo educando i legislatori ed il pubblico dei nostri sforzi per aumentare la disponibilità di vaccini a livello globale, dei rischi di sospendere le protezioni della proprietà intellettuale, e della necessità di risolvere i veri problemi che causano la disuguaglianza vaccinale”.

Tuttavia le pubblicità online rimandano ad articoli che sono tuttalpiù una diretta e aperta critica all’amministrazione e alle sue politiche che, si legge, “non fanno nulla per aiutare a salvare vite nel mondo, ma potrebbero danneggiare i pazienti americani”.

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