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E se guardassimo alla salute mentale allo stesso modo in cui guardiamo a quella fisica?

Il caso di Simone Biles ci ricorda che dietro alla maschera dell’atleta forte ed indistruttibile c’è sempre la persona, con le sue fragilità e le sue emozioni

Simone Biles nel 2016 durante le Olimpiadi di Rio (Wikimedia/Foto di Danilo Borges/brasil2016.gov.br)

Sappiamo tutti che l’esercizio fisico fa bene. Aumenta i livelli di serotonina ed il benessere generale. Tuttavia, esercitarsi troppo potrebbe produrre effetti opposti sulla salute mentale che costituisce un aspetto importante rispetto all’ottimizzazione del rendimento degli atleti e che, molto spesso, non viene sufficientemente considerata.

Una scarsa salute mentale è una costante fonte di pensieri negativi su sé stessi. Questi pensieri possono essere così intensi da compromettere la concentrazione sulla gara ed influenzare la prestazione sportiva di eccellenza.

Un esempio potrebbe essere il ritiro della ginnasta Simone Biles dalle gare determinato dalla presenza di “demoni nella sua testa” quando in pedana e dalla sedicenne Benedetta Pilato che, condizionata dalle pressioni della vigilia, non nuota come sa venendo eliminata. Accade lo stesso alla tennista giapponese Osaka. I recenti casi di atleti alle prese con difficoltà mentali accendono un ampio dibattito. La lista degli sportivi che si sono esposti sulla questione della salute mentale lunga: dal calciatore Héctor Bellerín, che è stato messo a dura prova dal recupero da un infortunio, a Gigi Buffon, fino a stelle dell’NBA come DeMar DeRozan; il primo a fare eco alle parole forti, Kevin Love, giocatore dei Cavaliers che, nel 2020, ha aperto il vaso di Pandora con una emozionante lettera pubblicata da The Player Tribune, fino Lewis Hamilton e Michael Phelps.

Dietro alla maschera dell’atleta d’elite forte ed indistruttibile c’è sempre la persona, con le sue fragilità, le sue emozioni, la sua storia, la sua semplicità. Spesso, l’atleta viene dipinto come una creatura perfetta, sempre iper-performante e si perde di vista l’uomo con le sue debolezze.

È indubbio che gli atleti sono esposti a numerosi fattori di stress legati alla loro professione: il rischio di infortunio, la gestione della fine della carriera, la vita sotto i riflettori, gli sponsor e tutti i risvolti economici, nonché il perfezionismo, ovvero la propensione a porsi standard di prestazione molto elevati associati ad autovalutazioni critiche. Se da una parte il perfezionismo può avere risvolti funzionali, motivando l’atleta al miglioramento continuo, dall’altro potrebbe rivelarsi un fattore di rischio se pervasivo, rigido, totalizzante che potrebbe indurre nell’atleta a meccanismi di evitamento. Il perfezionismo è fortemente correlato con i disturbi alimentari negli atleti.

Aggiungiamo a tutto questo la situazione attuale, una pandemia mondiale che ha sconvolto la vita di tutti, che ha fatto rimandare di un anno le Olimpiadi e i programmi di tanti sportivi; un anno di allenamenti, rinunce, scelte di vita, distanze, sudore, pressioni. Tutto ciò ha avuto un forte impatto di stress. Improvvisamente, i loro sforzi sono stati messi in pausa, chiedendo loro di rimettersi in gioco dopo altri 12 mesi, un prezzo “incalcolabile” da pagare.

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