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A New York si discute di energia pulita: focus sull’idrogeno a basse emissioni

Nell’incontro ospitato da Snam e Columbia University, Marco Alverà racconta l'idea di portare il gas verde nel Nord Europa attraverso l'Italia

L’evento organizzato da Snam e dal Center on Global Energy Policy della Columbia SIPA

Snam è pronta a unire le forze con la Columbia University per sponsorizzare una cattedra in un paese in via di sviluppo. La proposta è arrivata dall’amministratore delegato Marco Alverà nell’ambito di un panel in cui ha presentato il suo ultimo libro “The Hydrogen Revolution”, ma ha anche dato la sua lettura di quello che è il percorso della transizione energetica e dell’impiego dell’idrogeno. Nel corso dell’evento – organizzato da Snam e dal Center on Global Energy Policy della Columbia SIPA, nella sede dell’ateneo di New York – Alverà ha presentato la sua idea a Julio Friedmann, ricercatore senior presso il Center on Global Energy Policy, il quale ha accolto la proposta definendola una “bellissima visione”.

All’appuntamento, moderato dalla giornalista dell’Ansa e presidente della United Nations Correspondents Association Valeria Robecco, hanno partecipato anche Amy Myers Jaffe, docente di ricerca e direttore del Climate Policy Lab, The Fletcher School alla Tufts University e Mark T. Gallogly, Ceo e co-fondatore di Three Cairns Group, società di impatto sociale focalizzata sul clima attraverso investimenti di rischio, filantropia e politiche pubbliche.

Ad aprire la conversazione è stato il Console Generale a New York, Fabrizio Di Michele, il quale ha sottolineato come sia “difficile al giorno d’oggi trovare un argomento più d’attualità e rilevante della transizione energetica”. “E’ appena finita la COP26, il cui risultato può essere giudicato positivo”, ha proseguito Di Michele, notando che “il settore privato a livello globale sta mostrando un impegno senza precedenti”, e ricordando poi come “l’Italia possa essere considerata uno dei leader mondiali dell’economia verde”.

Glasgow è stato un grande successo – ha sottolineato da parte sua Alverà – Anzitutto abbiamo il 90% delle emissioni in paesi che sono impegnati sul ‘net zero’, e questo fa una grande differenza, portando ad una convergenza senza precedenti su ciò che bisogna fare”. “C’è grosso modo un consenso: l’elettricità aumenterà, dal 20% a circa il 50% – ha continuato – E il costo dell’idrogeno si abbasserà molto”. “Quello che mancava davvero alle COP erano i progetti, c’era un enorme divario tra ambizione e azione, ma speriamo che quest’anno l’azione inizi. C’è un lasso di tempo in cui costruire i progetti entro il 2027 per raggiungere i target del 2030, che sono la chiave per arrivare alle zero emissioni entro metà secolo”.

Le sue affermazioni arrivano all’indomani della presentazione del nuovo Piano Strategico 2021-2025 di Snam, con cui ha messo sul piatto 8,1 miliardi di euro, e 23 miliardi al 2030. L’obiettivo è quello di trasformare l’Italia in un vero e proprio ‘hub dell’idrogeno’, con una rete che dalla Sicilia al Friuli consentirà di portare il gas verde nel Nord Europa. Un piano di investimenti che Alverà ha definito “a prova di futuro”, e trasforma il Gruppo da azienda di trasporto del metano ad “azienda di infrastrutture multi-commodity’”, focalizzandosi progressivamente su “3 macro aree di attività: trasporto, stoccaggio e nuovi progetti nell’idrogeno e nel biometano”.

L’idrogeno viaggerà nei tubi, al 2030 potrebbe costare meno del carbone e già tra cinque anni meno del petrolio in alcune applicazioni”, ha spiegato il Ceo di Snam parlando di una “rivoluzione copernicana che mette l’Italia al centro dello scacchiere energetico, perché ha i tubi, le competenze, la vicinanza geografica, il vantaggio di alleanze geopolitiche già in essere. Insomma abbiamo tutto ciò che serve”. E sulla capacità della rete gas di trasportare idrogeno, Alverà ha spiegato che “la rete è fatta di tante reti, ci sono pezzi che possono essere usate per l’idrogeno già da domani mattina se c’è la domanda”.

Per quanto riguarda un bilancio del summit in Scozia, invece, anche Friedmann ha detto di aver lasciato Glasgow con ottimismo, mentre agli ultimi quattro appuntamenti era rimasto molto deluso. “Il valore di formati come il COP26 non è più nelle trattative stesse sul clima. Che rimangono importanti, ma l’azione è nei paesi, quindi il valore di COP26 è una funzione di forzatura”, ha proseguito. E sul ruolo che l’Onu può giocare, a suo parere ci sono tre cose importanti che sta facendo, anzitutto il fatto di “portare insieme gruppi che contano, diventando una piattaforma per l’azione”. “Inoltre, qualcosa che le Nazioni Unite già fanno, ma potrebbero fare di più è costruire il capitale umano – ha aggiunto – E infine, come accade per il protocollo di Montreal, possono stabilire degli standard. Ad esempio, se l’idrogeno verde sarà importante nel mondo, quali saranno quelli appropriati? L’Onu può essere l’organizzazione che imposta tali standard”.

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