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Ansia e depressione, negli USA è pandemia: l’allarme dei terapisti

Un sondaggio del New York Times fa luce sugli altri danni del covid: quelli sulla salute mentale. Liste d'attesa lunghe mesi e famiglie in crisi

Il suicidio rimane una delle principali cause di morte nel mondo, secondo le ultime stime dell'OMS (Unsplash/Dmitry Schemelev)

Non ho mai visto nulla del genere,” dice stupito David Goldberg, uno psicologo dell’Alabama. Intervistato dal New York Times, rivela che tutti i suoi colleghi ormai hanno liste d’attesa lunghe intere settimane. Non è un trend regionale: gli Stati Uniti sono di fronte a una vera e propria epidemia di salute mentale che non fa distinzioni tra blue e red states. A rivelarlo è un sondaggio condotto dal quotidiano newyorkese, che ha chiesto a 1.320 professionisti del settore di valutare l’impatto che le restrizioni sanitarie dovute al Covid-19 hanno avuto sui loro pazienti. Eccone alcuni dati salienti:

  • 9 terapisti su 10 hanno registrato un’impennata nel numero dei pazienti, non riuscendo a far fronte a tutte le richieste.

Il numero comprende tanto i pazienti già in cura quanto i nuovi arrivati: tra i disturbi più frequenti ci sono ansia, stress finanziario, tossicodipendenza e ansia da lavoro. A rivolgersi a psicologi e terapisti anche un gran numero di medici e infermieri che hanno vissuto in prima linea la lotta al coronavirus.

  • 3 terapisti su 4 hanno dovuto allungare le liste d’attesa (che, in 1 caso su 3, durano oltre i 3 mesi).

Un rallentamento analogo si è verificato nella prescrizione di ansiolitici o anti-depressivi da parte degli psichiatri, a fronte di un netto aumento della richiesta di farmaci. Kristin Mathes, un’assistente sociale dell’Oregon, ha riassunto così la situazione: “Ho un cliente depresso e con tendenze suicide che (…) dovrà aspettare tre mesi per vedere uno psichiatra per i farmaci. La gente non ha tutto quel tempo quando la loro vita è in bilico.

  • Più del 50% ha ammesso che la telemedicina li ha aiutati a razionalizzare i tempi e raggiungere più persone.

Tuttavia, un altro 28% ha affermato che il lavoro è diventato più difficile da remoto, a causa dell’incapacità di verificare le reazioni dei pazienti e dalla mancanza di privacy dei clienti collegati da casa.

  • Il 75% afferma che il grosso del loro lavoro riguarda terapia familiare o di coppia.

A detta di Patricia Garcia, assistente sociale in Florida, i problemi sono grossomodo gli stessi dell’era pre-Covid, ma la pandemia ha influito negativamente sulla “capacità di avere resilienza ed empatia” a causa della convivenza forzata. Una convivenza prolungata che ha finito per far emergere dissidi e provocato in molti casi una perdita di attrazione per il proprio partner.

  • Il 13% dei terapisti ha avuto a che fare con traumi dell’infanzia e dell’adolescenza.

A denunciare l’impatto delle misure anti-Covid sui giovani ci aveva già pensato il dr. Vivek Murthy, chirurgo generale degli Stati Uniti, emettendo un avviso rivolto alla comunità dei terapisti a inizio dicembre. Gli esperti hanno infatti assistito a un rilevante aumento dei casi di risse giovanili, ansia, panico, e scontri verbali con gli insegnanti.

Attivista statunitense durante una protesta “Black Lives Matter” a seguito dell’omicidio di George Floyd

  • 1 su 7 ha registrato un aumento dei pazienti in correlazione alla battaglia per la giustizia sociale.

In molti hanno infatti collegato l’aumento di pazienti all’assassinio di George Floyd e all’impennata di crimini d’odio contro la comunità asiatica. La popolarizzazione della terapia mentale, prima considerata un tabù, è stata favorita anche da casi mediatici come quello della ginnasta olimpica Simone Bailes e della tennista Nomi Osaka. Circostanze che, secondo la psicologa Eldridge Greer di Denver hanno “contribuito a creare una finestra di accettazione per la terapia all’interno della comunità nera“. In aumento anche il numero di pazienti asiatici-americani, che nell’ultimo anno e mezzo sono stati il bersaglio di una campagna di odio anche a causa proprio della presunta provenienza cinese del virus.

  • 1 terapista su 5 ha dovuto ridurre l’orario di lavoro per far fronte ai doveri derivanti dalla vita privata.

Brooke Bendix, una professionista del Michigan, ha affermato: “Burnout e affaticamento da compassione sono questioni reali – così come la colpa che avvertiamo quando non possiamo incontrare tutti i nostri pazienti, e le liste d’attesa continuano ad allungarsi.”

  • 4 su 10 temono che la situazione peggiorerà ulteriormente nei prossimi mesi, e che le liste d’attesa si allungheranno ulteriormente.

Per tali motivi, gli esperti chiedono aiuto al Governo e ai singoli stati: più corsi di preparazione per formare personale, ma soprattutto più fondi pubblici per evitare che le persone in difficoltà rinuncino a consultare un professionista a causa dei costi esorbitanti non coperti dall’assicurazione.

In prima linea contro le conseguenze psicologiche della pandemia, anche qualcuno di loro si lascia andare allo sconforto: “Credo che aiuterò la gente a navigare gli effetti della pandemia per il resto della mia carriera,” dice Leah Seeger, terapista familiare a Minneapolis. Ha 40 anni.

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