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Il calcio è ormai uno sporchissimo business e per questo ad Harvard non lo insegnerò più

Dopo che i 12 club più ricchi hanno detto di voler fare la "Super League", un professore amareggiato ha deciso di sospendere il suo corso sul “Beautiful game”

I cimeli calcistici gettati in un cestino da Francesco Erspamer

In gioco c’è molto di più di un gioco, sia pure quello più popolare al mondo, il calcio. In gioco c’è la sopravvivenza di valori differenti da quelli prescritti dal liberismo: denaro e successo. In gioco c’è la possibilità di progettare, ancor prima che realizzare, una società in cui anche chi non sia ricco, famoso o vincente possa lo stesso vivere una vita dignitosa e gratificante. In gioco c’è la capacità di impedire la completa americanizzazione dell’Italia, dell’Europa, del mondo.

Mi fa male allo stomaco pensare che un motto come quello di de Coubertin, “l’importante non è vincere ma partecipare”, che caratterizzò le origini dello sport moderno (ancora adesso in inglese “good sport” è chi sappia perdere), non sia stato semplicemente superato, come era inevitabile in regime di capitalismo, ma venga oggi considerato ridicolo anche da coloro che perdono sempre e che hanno interiorizzato le loro sconfitte. Come delle colpe, come mancanza di merito, come inettitudine, persuasi e umiliati da giornalisti, intellettuali da talk show e celebrity imbecilli e milionarie che ossessivamente ripetono in mondovisione che l’importante è vincere, anzi, che l’unica cosa che conta è vincere e che chi vince è giusto che abbia tutto e chi perde è giusto che non abbia nulla.

Il presidente della Juventus Andrea Agnelli con l’allenatore Andrea Pirlo (YouTube)

Un darwinismo sociale d’accatto, dominante negli Stati Uniti ma sempre più diffuso in Europa, in Italia, anche grazie al giornalismo spazzatura degli Elkann e al calcio spazzatura di uno di loro, Andrea Agnelli, capetto del cartello dei golpisti. Quanto alla partecipazione, è stata sistematicamente impedita, prima con la scusa del teppismo, poi della scarsa correttezza politica dei tifosi, quindi con la gentrificazione degli stadi, infine con la disneyficazione di quello che una volta era chiamato il “people’s game”, il gioco del popolo.

Cosa credete che gliene importi, ai nababbi che lo controllano senza capirlo e amarlo, degli appassionati locali? Il popolo, non sanno neanche cosa sia: loro sono cosmopoliti, ossia senza patria, senza altra lealtà che quella verso il profitto; e la loro “audience” (non “pubblico”, parola detestata dai profeti delle privatizzazioni) sono i benestanti cinesi, giapponesi, arabi, americani, africani, una massa da stordire di pubblicità di prodotti inutili (quelli utili non hanno bisogno di quel tipo di campagne) e in questo modo lavargli il cervello, assuefarli al consumismo compulsivo. Poi, quando il giocattolo si romperà (tutto ciò che il liberismo impone è a obsolescenza programmata), lo butteranno via e passeranno a rovinare qualcos’altro.

Prevedibile e coerente il progetto di un “supercampionato” (ma i giornalisti italiani, servi dei potenti e delle mode, preferiscono chiamarlo con il nome inglese) riservato ai club europei più ricchi in modo da garantire che possano restare tali e che anzi continuino ad allargare la forbice rispetto a tutti gli altri. Ovvio che a finanziare l’operazione sia una delle maggiori banche stelle e strisce, la JP Morgan, come a dire il male assoluto.

Il Real Madrid festeggia la terza Champions League consecutiva. Foto Real Madrid C.F.

Ovvio che fra i promotori ci siano i “big six” inglesi, a loro tempo miracolati da Margaret Thatcher (quella che diceva che la società non esiste, solo gli individui) con la creazione della Premier League; ovvio che a corrergli dietro come cani fedeli ci siano la Juventus degli americani Elkann, l’Inter dei cinesi, il Milan posseduto da uno dei maggiori fondi d’investimento di New York; ovvio che come momento sia stato scelto quello in cui gli oppositori sono costretti a casa dal Covid e dalla crisi economica (che sta invece oscenamente arricchendo banche e multinazionali). Proprio degli sciacalli.

Ciò nonostante ci sono delle proteste. Attenzione: il cartello dei miliardari del pallone le aveva certamente previste. Forse anche auspicate: perché se l’UEFA e la FIFA e le società escluse dopo aver abbaiato non morderanno e alla fine accetteranno un compromesso e si venderanno (state sicuri per di più di trenta denari), il suo trionfo sarà completo in quanto avrà avuto quello che voleva (i miliardi) e in più la mortificazione dei veri tifosi, spinti a rifugiarsi nello sterile cinismo del “così va il mondo” e del “tanto sono tutti uguali”.

Non io. Ai destini manifesti non ci credo e neppure alle magnifiche sorti e progressive. Delle squadre della fronda liberista e dell’eventuale supercampionato non guarderò più una singola partita, da sùbito, fosse anche la finale della Coppa dei Campioni (anche qui: perché usare un anglicismo?) e a chiunque le nominerà in mia presenza chiederò di cambiare discorso o di andarsene.

Lo stadio di Barcellona, il Camp Nou, e i tifosi che mostrano i colori della propria squadra

Non conto niente ma per me già non esistono più e non mi importa se il loro piano fallisse e fossero costrette a rinunciare. Tanto lo so che non perderanno mai il vizio: l’avidità è la loro natura, come quella dello scorpione della favola, che punge la rana che lo stava traghettando attraverso il fiume e annega con lei. La sciarpa dell’Arsenal, la maglietta del Manchester United, la borraccia del Barcellona, affettuosi e graditi regali di persone care che conoscono la mia passione per il calcio, sono nell’immondizia. Ho anche cancellato il corso sul “Beautiful game” che da più di dieci anni insegnavo a Harvard. Non è più un bel gioco; solo uno sporco business.

Una reazione eccessiva? Al contrario, una reazione moderata, un blando atto di disobbedienza civile, l’unico consentito dalla dittatura liberista: codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Ma è meglio della resa incondizionata e del collaborazionismo. Alla estetizzazione della politica operata dal fascismo, scrisse Walter Benjamin nel 1936, in un periodo storico altrettanto cupo, si risponde con la politicizzazione dell’arte.

È una forma di lotta che va riscoperta e utilizzata per contrastare il liberismo e la sua capacità di ridurre la politica a intrattenimento e gossip e l’intera società a spettacolo, in maniera più pervasiva e totalitaria del fascismo. Nella fattispecie suggerisco che alla trasformazione della politica in tifo (l’avrete notata nel berlusconismo, nel leghismo, nella bavosa aggressività dei conduttori televisivi) si risponda con la politicizzazione del tifo e dello sport. La demonizzazione dei traditori italiani, spagnoli e inglesi e di chiunque li seguirà, è un atto di resistenza politica.

 

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