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Rocco e i suoi fratelli: quant’erano emozionanti quei calci all’Appiani di Padova

I fantasmi in uno stadio abbandonato, il miraggio della Superlega e le cattedrali nel deserto del Qatar: il tramonto del calcio visto dalla provincia italiana

di Marco Bevilacqua

Nereo Rocco all'Appiani di Padova

Una domenica di primavera, finalmente una passeggiata a metà pomeriggio. Nonostante la mascherina da zona arancione sul naso, nell’aria di Padova si sente profumo di fiori. Gelsi, glicini, rose… Forse è solo la suggestione del clima più tiepido. O magari è odore di erba appena tagliata. Le gambe ci portano in via Carducci, a fianco del vecchio stadio Appiani. Dietro una cancellata rugginosa e inspiegabilmente spalancata sul cortile interno, uno spicchio verde smeraldo spicca proprio laggiù, oltre gli spogliatoi. Le squadre entravano in campo da qui, dall’angusto cunicolo a fianco della tribuna centrale. Il richiamo è irresistibile. Nessuno in vista, entriamo. Solo per dare un’occhiata, per calcare almeno una volta questo prato, ora che, da quasi trent’anni, il Padova non gioca più qui. Fossa dei leoni, lo chiamavano ai tempi di Nereo Rocco. Con gli spalti a incombere a poco più di un metro dalle bandierine del calcio d’angolo e dal retro delle porte, era tutto un ribollire di passione che metteva la tremarella anche alle grandi. Partite mitiche contro la Juve, il Milan, l’Inter. Terzo posto in serie A nella stagione 1957-8. Il catenaccio vigoroso del Paròn mordeva con i suoi mastini i celebrati garretti dei campioni calati da Milano, Roma o Torino («A tuto quel che se move su l’erba, daghe. Se xe ‘l balon, no importa», così Rocco catechizzava i killer della retroguardia), per poi infilzare gli avversari come farfalle da collezione con le inesorabili stilettate di Hamrin, Brighenti, Nicolè. L’erba è ancora al suo posto, sempre la stessa. Compatta, densa, soffice come il panno di un biliardo. Nel silenzio rintoccano le campane di Santa Giustina, ma dalle gradinate accese dal sole al tramonto sembra ancora levarsi per un istante il ruggito dei fantasmi, le torme sudate e furenti dei tifosi che quando la rete si gonfiava ondeggiavano come campi di lavanda sferzati dal vento.

Usciamo senza incontrare anima viva, con in tasca le schegge di una piccola incursione nel retrobottega della memoria. E riprendendo il cammino pensiamo alle volte in cui allenatore e giocatori andavano a spasso per la città: Prato della Valle, i portici di via Roma, le stradine del ghetto, per sbucare all’angolo di Piazza delle Erbe, al ristorante Cavalca, che Rocco considerava casa sua. Mangiavano insieme, Nereo e i suoi ragazzi, per poi rientrare all’Appiani, sempre a piedi, per l’allenamento o la partita. E in caso di vittoria, il premio più atteso era una cassa di birra da condividere. Altri tempi.

Come spesso accade, l’imbrunire sembra posare su cose e persone un sottile velo di struggimento. Ma appena a casa, il telegiornale ci riporta subito all’adrenalinica realtà. Oggi la notizia del giorno non è il consueto bollettino dei tormenti della pandemia, ma la rutilante nascita della Superlega. Come carbonari, asserragliati nelle loro griffate e inespugnabili villone, nella notte Agnelli, Perez e altri cospiratori hanno ordito l’attacco al sistema. L’ordigno è deflagrato, il colpo di Stato è ormai cosa fatta.

Sappiamo com’è andata. Sulle prime, i dodici eletti si presentano determinati e compatti, in formazione a testuggine. La rivoluzione sembra inoppugnabile. Tocca tifare per Boris Johnson: con più tempismo e veemenza di altri, Belli Capelli sente odore di zolfo (o meglio, fiuta lo sconcerto del corpo elettorale e tifoso) e scaglia palle incatenate contro i “nuovi barbari” che vogliono stravolgere il buon vecchio football. Bravo Boris, fagliela vedere! E così, l’Inghilterra diventa d’un tratto lo strenuo baluardo di quell’Europa appena ripudiata in ben altri campi di battaglia.

Ma Boris non è solo. Nel giro di poche ore le reazioni avverse si moltiplicano da ogni dove. Giornali, opinione pubblica, governanti, intellettuali, tutti gridano all’oltraggio. Macron dichiara il suo «no pasaràn», Ceferin e Infantino promettono ritorsioni, il presidente della Figc Gravina formalizza la nuova norma anti-Superlega. Bastano un paio di giorni e i complottisti calano le brache, e uno dopo l’altro si ritirano nell’ombra come farisei, spergiurando pentimento e fedeltà a Uefa e Fifa, perinde ac cadaver. In attesa magari di affilare i pugnali per una prossima occasione.

Rocco durante un allenamento del Padova all’Appiani

Pericolo scampato. Sollievo, soddisfazione. Viene in mente l’improprio accostamento, Dio ci perdoni, con il Bollettino della Vittoria: «i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza». Ma è solo un attimo. Perché il pensiero successivo porta al baraccone del calcio di oggi, così com’è. Ai miliardi dei diritti televisivi, ai diktat dei procuratori, alle squadre quotate in borsa e gestite da anonimi fondi, al baratro finanziario di società sull’orlo del fallimento, alle partite senza pubblico. E ai prossimi Mondiali che si terranno in Qatar, dove la sabbia, i petrodollari e l’indifferenza hanno già seppellito più di 6.500 lavoratori, provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, morti senza nome e senza diritti in dieci anni (in media dodici a settimana) per costruire stadi e infrastrutture nel deserto.

La verità è una sola. Da qualunque parte lo si guardi, il calcio non è e non sarà più lo stesso. Qualunque sia la visione che finirà con l’imporsi: quella dei miliardari arroganti e indebitati della Superlega o quella degli autocrati di Uefa e Fifa mascherati da Robin Hood. La guerra fra due mondi che non sono poi così alternativi è appena cominciata. E di fronte all’auspicio degli ingenui, «Vinca il migliore», anche oggi Rocco non potrebbe che chiosare, invariabilmente: «Sperèmo de no».

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