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Al Giro d’Italia maglia rosa americana, ma non la indossano gli Usa

Il colombiano Egan Bernal riesce a mantenere la testa della classifica, mentre gli statunitensi, un tempo capaci di imporsi, oggi faticano a raggiungere la vetta

Egan Bernal è stato il padrone incontrastato del Giro d’Italia. Colombiano di Bogotà, 24 anni, è stato soprannominato il Campione invisibile. Fino a lunedì scorso aveva controllato gli avversari con la calma tipica del più forte. Ma quel giorno, il 24 maggio, l’esercito a pedali, come i primi Fanti del 1915, marciava per raggiunger la frontiera (la corsa Rosa quest’anno è dedicata alla storia del nostro Paese) e nessuno, in tv, ha visto niente.

Un autogol clamoroso, sulla cui responsabilità organizzatori e Rai stanno ancora giocando a pingpong. Sono ai ‘vantaggi’ e promettono di andare avanti a oltranza. Ma il patatrac rimane: erano in programma tre passi, prima della picchiata verso Cortina. Il Fedaia e il Pordoi, causa maltempo (nevischio e 5° sottozero) sono stati tagliati, ma il Giau è rimasto in programma. Duemila metri: per le riprese a quelle altitudini serve l’elicottero e la Rai non ha mandato nessun operatore a rischiare in mezzo alla tormenta. Quindi, da casa abbiamo visto la ‘grafica’: dei puntini rossi che su una serpentina si spostavano lentamente. Pareva di assistere alla caccia all’uomo attraverso la mappatura satellitare.

All’improvviso, quando Bernal aveva già dato spettacolo costringendo tutti alla resa e, solitario si avviava al traguardo, sono tornate le immagini. Meglio mai che così tardi, ma tant’è. E meno male che qualche irriducibile ha sfidato freddo e neve e con il telefonino ha diffuso le immagini più belle: un fan di Bernal lo ha inseguito con una motosega. Nessuno gli ha detto nulla né Bernal si è spaventato: i vincitori in mountain bike (il primo amore di Egan) si festeggiano così, perché si tuffano a velocità folli dalle cime delle montagne e attraversano incolumi alberi e rami, come se appunto li precedesse una motosega.

Rimane la storia bella di questo ragazzo-stambecco, che in Colombia era un campioncino e sei anni fa decise che era giusto tentare l’avventura ‘su strada’. Ha chiesto aiuto su Facebook per raggranellare i soldi del viaggio che lo hanno portato allo sbarco in Sicilia. Il primo migrante via social: potrebbe aver aperto una nuova era.

Una storia, la sua, che spiega ancora una volta perché il Giro sia considerato un grande romanzo popolare e, nel corso dei decenni, abbia attratto scrittori di gran fama come Buzzati, Pratolini, Vergani, Montanelli e tanti altri.

Tutte firme illustri che, quest’anno, dopo sei tappe, non si sarebbero più mosse da Castel dei Britti. Perché la storia bella, quella destinata alla vecchia Terza pagina, era lì, in quella frazione di San Lazzaro (comune di Bologna), famosa per il suo bel castello e la cave di gesso, dove hanno trovato riparo per la notte tanti partigiani che di giorno combattevano i tedeschi sull’Appennino.

1998 Giro d’Italia – Stage 19 Marco Pantani (wikimedia)

A Castel dei Britti risiedono 411 persone delle quali una nota in tutto il mondo: Alberto Tomba, la bomba atomica dello sci anni Novanta. Adesso i famosi sono due. In quel piccolo borgo abita anche Lorenzo Fortunato, l’italiano che prima di Bernal si era imposto in salita sbucando dalle nebbie dello Zoncolan, e che ha acceso la speranza nostrana di avere un nuovo Pantani, così come Tomba era stato il nuovo Thoeni. Ovviamente i Fortunato erano i primi tifosi di Albertone e adesso i Tomba sono i primi tifosi di Lorenzo.

Morale: se ambite ad avere un figlio campione dello sport, fatelo crescere a Castel dei Britti: è certo che da quel paesello verrà su forte come il marmo mica friabile come il gesso che lo circonda. O forse la magia sta nei tortelloni dell’unica trattoria del paese che si chiama La Vetta. Su sciatori e ciclisti scalatori hanno lo stesso effetto della pozione magica su Asterix.

Quello che si avvia al traguardo finale di Milano è stato un Giro con un solo padrone (Bernal, appunto). Nonostante cadute, infortuni e condizioni fisiche non ottimali, in assenza dei grandissimi che scelgono il Tour de France, poteva essere lo stesso una gara avvincente. Se Nibali non fosse arrivato acciaccato e se Dombrowski non fosse incappato in una rovinosa caduta che lo ha costretto al ritiro.

Joe Dombrowsk (wikimedia)

Già, Joseph Lloyd Dombrowski, un americano in Italia. Nelle prime giornate pareva una furia ed è sembrato logico vederlo vincere la tappa che partiva da Sestola e, passando per Bologna, arrivava a Piacenza. Texano di Marshall, per tutti è l’amico Joe, simpatico e leale, corre per la Emirates, ha 30 anni ed è nel pieno della sua maturità agonistica. E’ anche un ottimo scalatore e aveva tutte le carte in regola per ripetere l’impresa di Andrew Hampsten che, nel 1988, è stato l’unico americano (di più: il primo non europeo) a vincere il Giro. Per raccontare di una soddisfazione ‘americana’ più recente, bisogna tornare al 2012 e al canadese Hesjedal che si impose dopo 21 giorni sullo spagnolo Rodriguez con un distacco di appena 16 secondi, uno dei più risicati nella storia del Giro. Hesjedal battezzato Rider: di lui si diceva che avesse il destino scritto nel nome. Ora i ‘Rider’ si sono moltiplicati e, ahiloro, fanno per pochi spiccioli il giro della città.

Tornando all’oggi: non è stato un grande Giro e rischia di non esserlo più anche negli anni a venire. Perché il ciclismo europeo, è questa la visione degli esperti, si è diviso in due categorie, come il calcio ha fatto con Champions League (le prime quattro del campionato) ed Europa League (la quinta e la sesta). Il Tour è la Champions, con le squadre meglio attrezzate e i grandi campioni; il Giro è l’Europa League e sta un gradino sotto, con i suoi campioni da rilanciare e i suoi giovani talentuosi da esaltare. Un laboratorio per il domani, un lasciapassare per imboccare il tunnel del Monte Bianco e sbarcare nell’Olimpo della bici: questo oggi è il Giro d’Italia.

La rotta si può invertire, a patto che gli organizzatori si domandino perché la loro corsa sia spesso falcidiata dalle cadute, perché il clima sia sempre un problema in Italia e non in Francia e perché ‘Giro’ sia un brand che all’estero ha un impatto molto minore di ‘Tour’.

Per non perdere un colpo nell’eterna lotta italo francese sulle eccellenze, gli organizzatori del Giro dovrebbero chiedere lumi ai nostri stilisti, ai produttori di vino e di cibo. Ma poiché un ruolo chiave lo recita la Gazzetta dello Sport, per carità di patria, n on ispiratevi al mondo del pallone: in quello i francesi sono campioni del mondo.

 

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